È la prima volta che Saiful Islam vede la neve: piccoli fiocchi scendono tra i faggi nella foresta di Velika Kladuša, al confine tra Bosnia e Croazia. Il ragazzo prende il telefono e fa una videochiamata a suo fratello Saet Hamed a Sylhet, nel nordest del Bangladesh, per mostrargli questa “pioggia fredda”. Saet è più preoccupato per la pandemia. “Il covid è l’ultimo dei nostri problemi”, gli dice Saiful Islam, inquadrando il giaciglio di coperte e cartone che ha costruito con rami e materiale distribuito dai volontari.

Non ci sono bagni, non c’è elettricità, non c’è acqua potabile, in ogni tenda vivono cinque o sei persone. Alcuni abiti sono ancora stesi tra i rami, ricoperti da diversi centimetri di neve. Intanto sotto un telone di plastica altri ragazzi hanno acceso un fuoco. Non sono attrezzati per l’inverno bosniaco, alcuni hanno i geloni ai piedi e provano a scaldarsi intorno alla fiamma alimentata con pannocchie di mais e legna recuperata nel bosco. Un ragazzo di nome Sharif prepara il tè per gli altri.

Saiful Islam è spaventato dalle temperature, che a gennaio sono scese fino a dieci gradi sotto zero, ma è anche sorpreso da questa coltre bianca che in poche ore ha ricoperto le baracche costruite da una quarantina di ragazzi, tutti originari del Bangladesh. Bloccati dall’inverno balcanico, hanno chiesto di essere ospitati nel campo profughi di Miral, nella città di Velika Kladuša, ma non sono stati accolti, perché la struttura è sovraffollata. Così vivono in ripari di fortuna, come altre tremila persone in Bosnia Erzegovina.

Nonostante il paese sia dal 2018 un’importante tappa lungo la rotta balcanica (con 65mila persone transitate in tre anni), le autorità locali hanno chiuso due campi, l’ultimo a Bihać nel settembre del 2020, invece di aprirne altri. Il risultato è che per il terzo inverno consecutivo migliaia di persone vivono all’addiaccio. Dei novemila migranti presenti nel paese, provenienti soprattutto da Afghanistan, Pakistan, Siria e Iraq, secondo le organizzazioni umanitarie solo 6.300 sono registrati nei cinque campi ufficiali, mentre circa tremila vivono fuori dal sistema di accoglienza, in ripari di fortuna o in palazzi abbandonati nel cantone dell’Una Sana, al confine con la Croazia. Aspettano che arrivi la bella stagione per provare di nuovo ad attraversare il confine. La situazione è peggiorata con la chiusura del campo di Bira a settembre del 2020 e con l’incendio del campo di Lipa a dicembre dello stesso anno. “Praticamente nel cantone di Una Sana non ci sono più campi in grado di ospitare gli uomini che viaggiano da soli, e quelli rimasti sono sovraffollati. I migranti hanno continuato a vivere nei palazzi abbandonati e nelle baraccopoli anche d’inverno”, spiega Silvia Maraone, responsabile dei progetti Ipsia-Acli-Caritas in Bosnia.

Fonte: Unhcr

Le autorità locali non vogliono che si costruiscano altri campi nel loro territorio e accusano il governo centrale di averle abbandonate. Gli abitanti di Bihać protestano ogni giorno contro la riapertura del campo di Bira. Dopo l’incendio di Lipa i manifestanti hanno impedito che i migranti fossero spostati in altre strutture. “Per questo il governo bosniaco ha deciso di ricostruire il campo nella stessa zona. La presidenza però non ha ancora stanziato i soldi. L’esercito ha montato 24 tende riscaldate da trenta posti ciascuna e almeno venti bagni chimici. Ma la situazione rimane molto difficile”, dice Maraone.

Respingimenti a catena

Abid Ali è un altro dei bangladesi dell’accampamento di Velika Kladuša. Per raggiungere l’Europa ha pagato 12mila euro ai trafficanti. È passato per Dubai, la Turchia, la Grecia e l’Albania prima di arrivare in Bosnia. La sua famiglia ha investito tutto quello che aveva nel suo viaggio, lui sapeva che sarebbe stato complicato, ma non immaginava di finire in una baracca in pieno inverno. È bloccato da sei mesi a in Bosnia e per sette volte ha provato ad attraversare il confine, che dista 45 minuti a piedi dalla baraccopoli: “Ogni volta la polizia croata mi ha fermato, mi ha picchiato, mi ha rubato i soldi e il cellulare”.

Tra gennaio 2019 e gennaio 2021 il Border violence monitoring network (Bvmn) ha raccolto le denunce di 4.340 persone respinte dalla polizia croata, 845 delle quali riferiscono che sono state usate armi. “Le testimonianze dell’impiego di cani sono molto frequenti”, afferma il rapporto _ La rotta balcanica_, pubblicato il 16 gennaio dalla rete RiVolti ai Balcani. Dal dicembre 2019 all’ottobre 2020 l’ong Danish refugee council (Drc) ha registrato 21.422 respingimenti al confine croato. Negli ultimi mesi sono aumentati i casi di violenza, tortura, sequestro e distruzione dei beni personali.

Il 20 novembre l’ufficio del difensore civico europeo ha annunciato un’inchiesta sulle possibili responsabilità della Commissione europea nella violazione dei diritti dei migranti e dei rifugiati in Croazia. Il fascicolo è stato aperto sulla base di un rapporto di Amnesty international e di altre organizzazioni che operano lungo la rotta. Il difensore civico europeo si chiede come siano stati spesi i soldi versati da Bruxelles a Zagabria per la gestione dei flussi migratori e se siano state ignorate le denunce delle violazioni sistematiche compiute dai croati. Entro il 31 gennaio dovrebbe arrivare la risposta di Bruxelles, mentre Zagabria ha sempre negato ogni responsabilità. “Ma la Croazia è solo il caso più eclatante. In tutta Europa i respingimenti sono una prassi consolidata in spregio alle leggi internazionali”, spiega Nicola Bay, presidente del Danish refugee council.

Da sapere
Strada senza uscita

◆ Nella primavera del 2018, in seguito alla chiusura della cosiddetta rotta balcanica, che attraversava Grecia, Macedonia, Serbia, Croazia, Ungheria, Slovenia e Austria, i migranti diretti in Europa hanno cominciato a usare un altro percorso attraverso la Bosnia-Erzegovina. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha aperto diversi centri di accoglienza temporanea. In autunno sono cominciate le prime proteste contro la presenza dei migranti. Ad aprile del 2020 l’Oim ha aperto un centro di accoglienza provvisorio a Lipa, a 30 chilometri da Bihać. Dopo aver chiesto invano al governo bosniaco di provvedere all’allacciamento idrico ed elettrico, il 23 dicembre 2020 l’Oim ha abbandonato la struttura. Durante l’evacuazione è scoppiato un incendio che ha distrutto il campo, lasciando senza riparo i suoi 1.500 ospiti. Internazionale


Secondo le testimonianze raccolte, molti migranti respinti dalla Croazia in Bosnia o in Serbia sono stati vittime di respingimenti “a catena”, dalla Slovenia e anche dall’Italia. Il ministero dell’interno italiano ha ammesso di aver respinto in Slovenia 1.240 persone tra il primo gennaio e il 15 novembre 2020. “Sono numeri impressionanti, specie se confrontati allo stesso periodo del 2019, quando le persone respinte furono 237. È un aumento del 423 per cento”, spiega Gianfranco Schiavone, del Consorzio italiano di solidarietà (Ics) di Trieste. Per l’Italia si tratta di “riammissioni”, previste da un accordo bilaterale con la Slovenia del 1996. Ma secondo gli avvocati sarebbero state riammesse anche persone che avevano espresso la volontà di chiedere asilo in Italia, tra cui minori e persone vulnerabili.

Nell’ex campo di Lipa alcuni migranti hanno subìto questa sorte. “Croatian police”, ripete a ogni frase Zabiullah Khan, un afgano di 18 anni respinto a Trieste verso la Slovenia, poi in Croazia e infine abbandonato a Lipa. Khan, che dopo l’incendio ha trovato rifugio in una casa di legno abbandonata, mostra le ferite che i manganelli gli hanno lasciato sui polpacci. I croati sono l’incubo che tormenta i respinti. Per i migranti la loro brutalità è l’immagine della frontiera europea. Il confine di terra più lungo dell’Unione è pattugliato da agenti armati di pistole, manganelli, visori notturni, termoscanner, droni. Nonostante le numerose denunce, Bruxelles sembra indifferente alle violenze sistematiche della polizia.

“Dopo che siamo arrivati in Italia e che ci hanno identificati, prendendo anche le impronte digitali, ci hanno respinti in Slovenia”, racconta Khan. “L’interprete diceva che bisognava pagare 500 o 600 euro per restare in Italia, ma noi non avevamo tutti quei soldi”. Dalla Slovenia Khan è stato portato in Croazia, dove gli hanno sequestrato tutto: “Ci hanno preso i soldi, le scarpe, i vestiti e lo zaino e ci hanno picchiati. Ci hanno portati fin qui. Ora sta nevicando, fa freddo, non abbiamo denaro, cibo, vestiti. Si sono tutti dimenticati di noi”. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1393 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati