La giornata era cominciata come molte altre nella sua infanzia, vagabondando per ore nel bosco infestato dagli insetti in compagnia del suo cane mentre il padre, l’eccentrico Jurij Dmitriev, cercava invano i corpi sepolti tra gli alberi della foresta nei pressi di Sandarmokh, nella repubblica di Carelia, nel nord della Russia, al confine con la Finlandia. Ma quel giorno di più di vent’anni fa Dmitriev, storico dilettante ma molto determinato, s’imbatté finalmente in quello che cercava: le fosse comuni dove erano sepolti i prigionieri politici uccisi dalla polizia segreta di Stalin tra il 1937 e il 1938. “Tutto è cominciato qui”, ha raccontato di recente la figlia di Dmitriev, Katerina Klodt, che ormai ha 35 anni, durante una passeggiata. “Sicuramente il lavoro di mio padre ha dato fastidio a molte persone”, ha aggiunto.
Dmitriev è in carcere in attesa di un processo per pedofilia che secondo i suoi familiari, amici e sostenitori non ha senso. In Russia l’accusa di pedofilia è uno strumento usato spesso per mettere a tacere le voci sgradite alle autorità.
Nel 2019 un funzionario della Carelia ha dichiarato che il lavoro dello storico sulle vittime di Stalin nel bosco a Sandarmokh aveva creato “un infondato senso di colpa” ed era usato “dalla propaganda straniera contro la Russia”. In cerca di prove assolutorie, l’estate scorsa alcuni uomini in tenuta mimetica hanno perlustrato il bosco, riportando alla luce i resti di sedici cadaveri. Volevano dimostrare che gli omicidi a Sandarmokh erano stati compiuti, almeno in parte, da forze straniere e non dalla polizia segreta sovietica. L’operazione, guidata dalla Società di storia militare, un’organizzazione finanziata dallo stato e famosa per la sua interpretazione nazionalista della storia russa, serviva ad avvalorare una teoria molto discussa e sostenuta da due studiosi originari della Carelia, secondo cui tra le migliaia di cadaveri sepolti nel bosco non ci sarebbero solo le vittime di Stalin ma anche molti soldati sovietici uccisi dall’esercito finlandese durante la seconda guerra mondiale.
Il 9 maggio è stato festeggiato il 75° anniversario della vittoria dell’Armata rossa sulla Germania nazista e i suoi alleati, tra cui la Finlandia, e le sofferenze inflitte ai russi dalla polizia segreta comunista sembrano una sgradita distrazione dal ricordo del sacrificio compiuto dalla nazione contro il nemico straniero. Il presidente Vladimir Putin e i suoi funzionari non negano gli orrori dell’epoca stalinista, ma preferiscono indirizzare l’attenzione del popolo sui crimini commessi dagli aggressori stranieri.
La pandemia di covid-19 ha costretto il governo ad annullare la grande parata militare prevista nel centro di Mosca, ma non ha impedito ai mezzi d’informazione nazionali di raccontare per mesi le sofferenze e l’eroismo della Russia in quella che nel paese viene chiamata la “grande guerra patriottica”.
La memoria delle vittime
Jurij Dmitriev, nel frattempo, è ancora nel carcere di Petrozavodsk, il capoluogo della Carelia, in attesa del processo. A marzo un tribunale municipale ha prolungato la sua detenzione per altri tre mesi. E a causa della pandemia le visite sono vietate. Il 2 aprile Sergej Koltyrin, curatore di un museo vicino a Sandarmokh, una persona che aveva sostenuto le tesi di Dmitriev ed era stata a sua volta messa in carcere con l’accusa di pedofilia, è morto in un ospedale penitenziario per malattia (non sono state date spiegazioni al riguardo).
Il suo avvocato ha paura che Dmitriev resti bloccato in un carcere sovraffollato e con un alto rischio di contagio
Katerina Klodt è sicura che suo padre sia innocente, ed è convinta che i problemi con le autorità siano nati perché lui vuole difendere la memoria di tutte le vittime, non solo di quelle uccise dagli stranieri. Accanto alla panchina su cui è seduta c’è un albero decorato con una bandiera statunitense per commemorare un uomo di San Francisco ucciso durante le purghe di Stalin. Klodt indica con disgusto una buca coperta di neve e scavata dalla Società di storia militare. “Sono stanca di questa pagliacciata. Non capisco cosa stiano cercando di dimostrare”, commenta.
Anatolij Razumov è il direttore del Centro per i nomi recuperati di San Pietroburgo. Insieme a Dmitriev ha scritto un libro che elenca i nomi di più di seimila persone uccise dalla polizia segreta di Stalin nei pressi di Sandarmokh ed è convinto che la ricerca di prove che confermino le atrocità commesse dai finlandesi faccia parte di una campagna nazionalista sostenuta dallo stato per creare una “storia ibrida”.
L’obiettivo, secondo Anatolij Razumov, è mettere in dubbio dei fatti incontestabili del passato russo, mescolandoli con la retorica nazionalista per distorcere la realtà.
Razumov è convinto che le stesse tattiche siano usate per alterare la storia del luogo di sterminio più tristemente famoso della Russia: il bosco di Katyn, dove nel 1940 la polizia segreta di Stalin, il Commissariato del popolo per gli affari interni (Nkvd), giustiziò più di ventimila intellettuali, religiosi e ufficiali dell’esercito polacchi. La Società di storia militare ha avuto un ruolo di primo piano nel tentativo di riscrivere quel tragico episodio, riesumando una vecchia (e screditata) teoria sovietica che ne attribuirebbe la responsabilità, almeno in parte, all’esercito di Adolf Hitler.
Dmitriev, 64 anni, è stato arrestato una prima volta nel dicembre del 2016, sempre con l’accusa di pedofilia. Poco tempo prima alcuni storici vicini alla Società di storia militare avevano cominciato a sollevare dubbi sulle sue scoperte a Sandarmokh.
Nel 2018 un tribunale di Petrozavodsk lo ha assolto da tutte le imputazioni relative a nove fotografie della sua figlia adottiva Natalja, descritte come pornografiche dall’accusa. La difesa, basandosi sul parere di alcuni esperti, ha dimostrato che le immagini, ritrovate nel computer personale di Dmitriev, erano state scattate per monitorare le condizioni di salute della ragazza, che all’epoca dell’adozione presentava segni di malnutrizione e gravi disturbi dello sviluppo. Nel 2018 però il più alto tribunale della Carelia ha annullato quel verdetto, appellandosi a delle “nuove circostanze” e ordinando l’apertura di un nuovo procedimento.
Mikhail Anufrev, l’avvocato di Dmitriev, spera in una sentenza nelle prossime settimane. In questo momento, però, la maggior parte dei giudici russi è in isolamento domiciliare a causa delle pandemia, e Anufrev teme che il suo cliente resti bloccato in un centro di detenzione sovraffollato e con un alto rischio di contagio. A inizio maggio nel carcere è stato segnalato il primo caso di covid-19 ma il tribunale ha negato a Dmitriev la richiesta di poter uscire su cauzione per motivi di salute.
“Questa faccenda è orribile”, racconta Natalja Pakentis, un’ex ballerina di Petrozavodsk. Grazie a Dmitriev, Pakentis ha scoperto che suo nonno fu ucciso e sepolto a Sandarmokh nel 1938. “Sono state uccise milioni di persone. Avevano tutte una famiglia. Come possiamo fare finta che non sia successo niente?”.
Quando Dmitriev ha cominciato la sua ricerca negli anni novanta, il fatto che centinaia di migliaia di persone fossero state uccise dall’Nkvd – un antenato del Kgb, i servizi segreti di cui Vladimir Putin entrò a far parte dopo l’università – era noto ormai da decenni. Eppure fino alla scoperta delle fosse comuni di Sandarmokh erano stati individuati pochissimi luoghi simili. Perfino i posti in cui si sapeva che erano stati compiuti dei massacri dell’Nkvd – come quello nei pressi del villaggio siberiano di Kolpaševo, scoperto nel 1979 quando la corrente di un fiume aveva riportato alla luce più di mille corpi mummificati – sono stati spesso nascosti dalle autorità russe o oscurati dai monumenti per celebrare l’eroismo sovietico.
Rabbia nazionalista
Quando è stato arrestato nel 2016, Dmitriev era presidente della sede in Carelia di Memorial, un’organizzazione che ha scatenato la rabbia dei nazionalisti per i suoi studi sulle violenze commesse su russi, ucraini e altre popolazioni dalla polizia segreta sovietica. Nel 2012 il governo russo definiva Memorial “un’organizzazione manovrata dall’estero”. In seguito i mezzi d’informazione di stato hanno descritto ripetutamente il gruppo come un covo di traditori depravati spalleggiati dall’occidente.
◆ 1956 Nasce a Petrozavodsk, in Russia.
A un anno viene adottato da un militare.
◆ 1997 Scopre le fosse comuni di Sandarmokh.
◆ 2016 È arrestato con l’accusa
di pedofilia.
◆ 2020 Un tribunale respinge la sua richiesta
di scarcerazione.
Irina Takala, storica dell’università di Petrozavodsk, pensa che la tesi secondo cui a Sandarmokh sarebbero sepolti soldati sovietici non poggi su fatti accertati, ma al contrario faccia parte di “una terribile tendenza a presentare la Russia sempre come vittima e mai come carnefice”. I principali sostenitori di quella tesi sono il capo di Takala, il direttore del dipartimento di storia Sergej Verigin, e un altro storico della stessa università, Jurij Kilin. Entrambi fanno parte della Società di storia militare.
In un’intervista rilasciata a Petrozavodsk, Verigin, coautore di un libro pubblicato di recente e intitolato I misteri di Sandarmokh, ha ribadito che non stava cercando di negare le atrocità dell’epoca stalinista o che quelli fossero i resti di persone innocenti uccise dalla polizia segreta sovietica. Secondo Verigin però il numero di vittime è stato largamente esagerato “dalle cosiddette forze democratiche che vogliono politicizzare” la storia e nascondere i crimini commessi dai nemici della Russia nel corso della seconda guerra mondiale.
In un’intervista telefonica, Jurij Kilin ha accusato “i liberali estremisti” di sovrastimare il numero delle vittime di Stalin nel tentativo di “infangare il nostro passato e mettere in pericolo il nostro futuro”. Che a Sandarmokh siano sepolti anche i soldati russi uccisi dai finlandesi per Verigin “è solo un’ipotesi”, basata sugli archivi dell’Nkvd mostrati nel 2016 a un gruppo selezionato di studiosi dal Servizio di sicurezza nazionale. Gli scavi gestiti dalla Società di storia militare serviranno proprio a confermare questa teoria, ha aggiunto.
Verigin non ha voluto commentare le accuse di pedofilia contro Dmitriev, sottolineando che “la giustizia deve fare il suo corso”. I resti dei cadaveri ritrovati l’anno scorso sono stati inviati al Comitato investigativo, la più importante unità investigativa federale russa, per un’analisi scientifica. I risultati non sono stati ancora pubblicati.
Antti Kujala, storico dell’università di Helsinki ed esperto della seconda guerra mondiale, nelle sue ricerche ha confutato la tesi sostenuta da Verigin e Kilin. Kujala è convinto che le “ipotesi” degli storici, insieme all’arresto di Dmitriev e agli scavi avviati a Sandarmokh per screditarne il lavoro, fanno pensare a “un tentativo di sminuire i massacri di Stalin, alimentare i sospetti sull’operato di Memorial e intimidire le persone che hanno lavorato all’interno dell’organizzazione”.
Quando il processo contro Jurij Dmitriev è ricominciato a porte chiuse nel tribunale di Petrozavodsk, Dmitrij Tsvibel, un vecchio amico dello storico e presidente della comunità ebraica locale, ha invitato a pranzo nella vicina sinagoga lo sparuto gruppo di persone che si era riunito di fronte al palazzo di giustizia.
I partecipanti erano meno del solito, perché molti sostenitori di Dmitriev sono anziani e sono rimasti a casa per la pandemia. “Tutti sanno cosa sta succedendo”, ha spiegato Tsvibel ai presenti, “questo è un processo senza senso. È un omicidio politico”. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1359 di Internazionale, a pagina 69. Compra questo numero | Abbonati