Il 1 giugno sui siti dei principali quotidiani italiani si leggono titoli sui mercati finanziari rassicurati dal fatto che lo spread è calato e che piazza Affari ha guadagnato il 2,7 per cento. Non c’era dunque da preoccuparsi, la borsa di Milano si stava riprendendo e il differenziale tra i tassi di rendimento a dieci anni delle obbligazioni italiane e tedesche, che negli ultimi giorni aveva avuto un’impennata, stava tornando a livelli ragionevoli. È emblematico. L’estrema destra è arrivata al potere in Italia in posizione di forza, il Movimento 5 stelle, che si proclamava antisistema, ha fatto irruzione nel cuore del potere politico e i mercati finanziari hanno tirato un sospiro di sollievo. Per Bruxelles e per il mondo della finanza l’importante è che il nuovo governo italiano non metta i bastoni tra le ruote al liberismo economico europeo e alla moneta unica.
Il 27 maggio Giuseppe Conte, un giurista poco conosciuto, aveva rinunciato all’incarico di formare il governo perché il presidente della repubblica Sergio Mattarella non aveva voluto nominare come ministro dell’economia Paolo Savona, un economista che ha posizioni critiche nei confronti dell’euro. A quel punto i mercati avevano tremato e alcuni dei leader dell’Unione europea avevano rincarato la dose di dichiarazioni allarmanti, compresa quella del commissario al bilancio dell’Unione, il tedesco Günther Oettinger, secondo il quale le conseguenze sui mercati avrebbero spinto gli italiani a non votare per i populisti.
Mattarella allora aveva dato l’incarico di formare il governo a Carlo Cottarelli, un ex dirigente del Fondo monetario internazionale. Avrebbe dovuto dar vita a un governo tecnico che non aveva nessuna possibilità di ottenere la fiducia in parlamento. Se il parlamento avesse bocciato l’esecutivo, sarebbero state indette le elezioni anticipate. Uno scenario che non aveva tranquillizzato i mercati finanziari. L’accordo per formare un governo politico è stato trovato il 31 maggio: Giuseppe Conte ha ricevuto di nuovo l’incarico, mentre a Paolo Savona è stato affidato il ministero per gli affari europei. Il governo della Lega e dei cinquestelle ha giurato il 1 giugno. Ora a condurre le danze sono i due rispettivi leader politici, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, entrambi nominati vicepresidenti del consiglio. Inoltre Di Maio è stato nominato ministro per lo sviluppo economico, il lavoro e le politiche sociali, e Salvini ministro dell’interno, un dicastero strategico per il suo programma contro i migranti.
I ministeri dei cinquestelle sono più di quelli della Lega. Tra i ministri ci sono anche sei professori universitari e persone provenienti dalla pubblica amministrazione, ma senza una chiara affiliazione politica. In particolare il ministro degli esteri Enzo Moavero Milanesi (che ha già fatto parte dei governi presieduti da Mario Monti ed Enrico Letta) e Giovanni Tria, un economista poco noto, presidente della Scuola nazionale della pubblica amministrazione e professore all’università romana di Tor Vergata, che ha assunto l’incarico molto importante di ministro dell’economia. Tria è critico nei confronti della politica economica dell’Unione europea ed è favorevole agli investimenti pubblici per sostenere la crescita, ma non è contrario all’euro.
Il nuovo governo, frutto dell’improbabile coalizione tra un partito di estrema destra e un movimento che si dichiara antisistema “né di sinistra né di destra”, scompagina tutti gli schemi politici italiani ed europei.
Una cosa è evidente: il programma del nuovo esecutivo, esposto nel contratto di governo, propone una combinazione di misure sociali e di politiche contro i migranti che non ha precedenti in Europa. Ma l’unica cosa che preoccupa l’Unione europea è il rischio monetario e la destabilizzazione dell’euro.
Del resto perché stupirsi? Nelle loro reazioni le istituzioni europee non hanno fatto molto caso alle tendenze xenofobe della Lega, che nel governo ha una posizione di forza. Tutte le obiezioni avanzate in queste ultime tre settimane da Bruxelles hanno messo l’accento sulla natura irrealistica dei provvedimenti economici proposti dai due partiti.
I calcoli di Bruxelles
Ma i leader europei si son ben guardati dal dire qualcosa sul fatto che la Lega rifiuti l’idea di una gestione europea della questione dei migranti. Come non hanno detto nulla sulla volontà di Salvini di espellere mezzo milione di migranti che oggi si trovano in Italia.
31 maggio 2018 La Lega e il Movimento 5 stelle dichiarano di essere disposti a indicare un nome diverso da quello di Paolo Savona per la guida del ministero dell’economia, dopo che il presidente della repubblica Sergio Mattarella aveva posto il veto sul suo nome. L’economista Carlo Cottarelli rinuncia all’incarico di formare un governo tecnico. Mattarella affida l’incarico, per la seconda volta in pochi giorni, a Giuseppe Conte, avvocato e professore di diritto privato.
**1 giugno **Il governo presieduto da Conte giura fedeltà alla repubblica.
5 giugno Conte presenta il programma di governo al senato e ottiene la fiducia: 171 voti a favore, 117 contrari e 25 astenuti.
6 giugno **Comincia la discussione che precede il voto di fiducia alla camera dei deputati.**
La verità è che Bruxelles, che già in passato non ha ostacolato la deriva xenofoba di Viktor Orbán in Ungheria, preferisce far fare il “lavoro sporco” all’Italia, che oggi è la prima porta d’ingresso in Europa per i migranti, così come lo era la Grecia nel 2015. Per i leader europei sarebbe vantaggioso se, sui migranti, a Roma prevalesse la linea dell’ostilità, sia perché loro stessi sono sempre più permeabili ai discorsi xenofobi, sia perché sono incapaci di fare fronte comune contro l’Europa centrale che da quasi tre anni rifiuta, quasi unanimemente, di accogliere chi vuole entrare in Europa. Lo testimonia anche il riavvicinamento tra la destra e l’estrema destra che sono ormai al potere in Austria.
Inoltre l’Italia è stata il primo paese dell’Unione europea a firmare un accordo bilaterale con la Libia per impedire la partenza dei migranti da uno stato dove le spaventose condizioni di detenzione sono state documentate più volte. E nel 2017 la Commissione europea ha legittimato questa politica firmando con la Libia un accordo di partenariato per limitare il numero delle persone che partono dalle sue coste verso l’Europa. Eppure dall’anno scorso l’Italia non ha mai smesso di invocare la solidarietà dell’Unione europea. Ma tutto è stato vano: le politiche migratorie dell’Unione hanno assunto un’impostazione sempre più imperniata sulla sicurezza e il rigido controllo delle frontiere. Non fa eccezione neanche la Francia: a Ventimiglia e adesso anche nel dipartimento delle Hautes-Alpes il confine con l’Italia è chiuso. Le conseguenze sono tragiche: si contano già due morti. A questo riguardo è rivelatrice la reazione del ministro delle finanze della Slovacchia, Peter Kažimír, che ha scritto in un tweet: “L’eurozona ha bisogno di cooperazione reciproca, una cooperazione ispirata alle riforme… il prima possibile. #Italia”.
La formazione di quest’inedita maggioranza a Roma è dovuta non solo all’arrivo al potere degli “impresentabili”, come scrivevamo all’indomani delle elezioni del 4 marzo. È anche il risultato delle confuse prese di posizione delle forze politiche tradizionali del continente europeo, così come dello stato avanzato di disfacimento del sistema politico italiano.
Sì, perché va detto che, malgrado le sue contraddizioni, il Movimento 5 stelle ha portato una ventata d’aria fresca nel sistema politico italiano. Quando è nato proponeva di rimettere in discussione il sistema esistente attraverso una più efficace lotta alla mafia e alla corruzione, con tentativi di democrazia diretta e dando più spazio alle donne e ai giovani in politica.
Se questo movimento iconoclasta (almeno agli inizi) avesse scelto alleati migliori rispetto alla Lega xenofoba di Salvini, avrebbe potuto scrivere una pagina nuova della storia politica dell’Italia. Il suo successo alle elezioni del 4 marzo è dovuto in larga misura ai provvedimenti in materia sociale e di lotta alla mafia che ha proposto a una cittadinanza resa fragile da anni di crisi economica. Ma purtroppo Forza Italia e il Partito democratico (Pd) hanno rifiutato di sedersi al tavolo delle trattative con i cinquestelle. E prima ancora avevano tentato con ogni mezzo di mettergli i bastoni tra le ruote, con una legge elettorale che favoriva le coalizioni di centrosinistra e di centrodestra, e tagliava l’erba sotto i piedi al Movimento 5 stelle, contrario a qualsiasi alleanza. Il tentativo è fallito, visto che i cinquestelle alle elezioni hanno ottenuto più voti degli altri partiti. Ma questo non ha impedito ai partiti tradizionali di continuare a stigmatizzare e a denigrare il movimento di Di Maio. Questo atteggiamento ha portato all’alleanza con la Lega: una mossa compromettente per i cinquestelle, una deriva inaccettabile per un paese fondatore dell’Unione europea, ma anche un ritorno alla vecchia politica, quella del “dietro le quinte”. Perché dal dopoguerra agli anni novanta, cioè prima della seconda repubblica, i governi italiani sono sempre stati fatti e disfatti dietro le quinte.
Nel caso del Pd si potrebbe parlare di occasione mancata, visto che per sua natura era il partito più idoneo a cercare un’intesa con i cinquestelle.
Ma forse è il caso di parlare di cecità e di un crollo finale, lo stesso che si riscontra anche in altri paesi europei: Grecia, Francia, Spagna, Germania. Il declino ineluttabile delle formazioni socialdemocratiche colpisce l’Italia come tutti gli altri. E come gli altri, anche i socialdemocratici italiani tentano una resistenza disperata scaricando la colpa sui “populisti”. È un modo pigro di mettere sullo stesso piano partiti molto diversi tra loro, considerandoli tutti degli antieuropeisti infrequentabili.
Gli altri partiti
Da quando è stata annunciata l’alleanza tra Lega e Movimento 5 stelle, i leader europei e i mezzi d’informazione hanno usato a più non posso l’etichetta di “populismo”. Ma come spiega lo studioso Frédéric Zalewski, in queste circostanze il termine populismo è inesatto e viene applicato a tante realtà diverse, che andrebbero analizzate con più precisione. “Si tratta”, dice Zalewski, “di una scorciatoia, di un espediente narrativo che consiste nel raccontarsi una fiaba per farsi paura e poi rassicurarsi.
Prima si parla di avanzata del populismo e poi ci si consola dicendo che in fin dei conti i più qualificati a governare restano i grandi partiti di governo, e che tutto è bene quel che finisce bene”. Ma stavolta il Pd e Forza Italia, come tutti i loro corrispettivi sullo scacchiere europeo, non sono riusciti a realizzare il lieto fine.
Quale altro terremoto politico occorre perché prendano coscienza della necessità di rinnovare la loro classe politica, tornando a rivolgersi alle classi popolari, adottando programmi che facciano i conti con l’ultraliberismo delle nostre economie e il rifiuto che suscita? Manca un anno alle elezioni europee, e la situazione attuale, in cui tentano di abbarbicarsi al vecchio sistema, fa cadere le braccia. ◆ma
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Questo articolo è uscito sul numero 1259 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati