Mentre entriamo ufficialmente nei tardi anni venti del terzo millennio, la storia dei Beatles – la band più grande di sempre secondo qualsiasi parametro – sembra arrivata al capitolo finale. Paul McCartney e Ringo Starr, i due componenti superstiti del gruppo, hanno rispettivamente 84 e 86 anni, dunque la cosiddetta “generazione Beatles” è al termine del suo ciclo vitale.
Anche per questo la seconda metà del decennio che stiamo vivendo potrebbe passare alla storia come un’epoca d’oro della “fabologia”, ovvero l’esaltazione critica dei Fab Four. Uno degli aspetti più irritanti di tutto questo è che molte retrospettive cercheranno di sostenere che i Beatles erano paladini del liberalismo culturale. Gli ultimi quattro anni sono stati segnati da una proliferazione di libri scritti da personaggi mediatici vicini all’archetipo del “papà moderato”, da Ian Leslie (John + Paul. Una storia d’amore in musica) a Stuart Maconie (With a little help from their friends). Già da questi due titoli è evidente un approccio molle e piccolo-borghese all’argomento. Ancora più inquietante è il fatto che attualmente sia in produzione un kolossal biografico sui Beatles diretto da Sam Mendes, regista abituato a sfornare prodotti di vago orientamento progressivo-nazionalista (come 1917 e i film di 007 Skyfall e Spectre). Il progetto The Beatles. A four-film cinematic event arriverà nell’aprile 2028 e probabilmente innescherà una nuova _british invasion _in salsa TikTok.
Star del consumismo?
La battaglia per l’anima dei Beatles e per il loro peso sociopolitico è già cominciata. In un certo senso c’è qualcosa di comprensibile e forse perfino di appropriato nel tentativo di collocare la band sul versante più morbido del capitalismo. I Beatles, primo gruppo al maschile commercializzato su vasta scala, sono stati inizialmente figure di punta della corrente consumistica nella socialdemocrazia postbellica. Una tesi più coraggiosa è quella secondo cui i Beatles avrebbero salvato il capitalismo statunitense da se stesso nella fase cruciale della metà degli anni sessanta, pacificando una popolazione che era stata destabilizzata dal movimento per i diritti civili, dalla guerra in Vietnam e dall’omicidio di John F. Kennedy. Il gruppo avrebbe contribuito a smorzare lo spirito radicale dell’epoca, riducendolo a un innocuo baccanale hippy che alla fine dei conti combaciava piuttosto bene con lo status quo socioeconomico.
Questa era sostanzialmente l’opinione del critico Ian MacDonald, il cui libro del 1994 intitolato The Beatles. L’opera completa (il cui titolo originale è Revolution in the head) è spesso indicato come lo studio definitivo sulla band. Nel racconto di MacDonald la controcultura incarnata dai Beatles “spaccò l’America in modo più violento di qualsiasi tendenza emersa dopo la guerra civile”, eppure “i suoi risultati concreti sono stati scarsi: qualche modifica ai programmi scolastici e una manciata di aggiunte di secondo piano alle leggi sui diritti civili”. Scrivendo dopo gli anni di Ronald Reagan e Margaret Thatcher, MacDonald tendeva a giudicare il fenomeno dei Beatles (se non addirittura la band in sé) come una prova generale della svolta neoliberista.
Una rapida occhiata al loro catalogo offre qualche appiglio a questa teoria, dal protomonetarismo di Taxman (il lamento vagamente conservatore di Harrison del 1966) fino a Revolution, sfogo controrivoluzionario di John Lennon del 1968. Per non parlare di passi falsi più recenti, come il titolo di cavaliere accettato da McCartney nel 1997 e le sue esibizioni per i giubilei di Elisabetta II nel 2002 e nel 2012. Eppure l’idea che i Beatles siano stati uno strumento dell’establishment capitalista e padrini dell’individualismo moderno ha diversi limiti.
Per comprendere il significato politico dei Beatles, infatti, dobbiamo prima esaminarne le radici. Le origini irlandesi dei componenti del gruppo sono risapute, ma è sorprendentemente poco analizzato il fatto che Lennon e McCartney fossero discendenti d’immigrati dall’Ulster, uno degli epicentri storici del colonialismo britannico. Davanti al massacro del Bloody sunday del 1972, McCartney compose la martellante Give Ireland back to the irish (restituite l’Irlanda agli irlandesi). Nello stesso periodo Lennon sostenne pubblicamente in più occasioni la Provisional irish republican army, che si batteva per la riunificazione con la repubblica d’Irlanda.
Paul e John
Se la visione politica di McCartney era sostanzialmente quella di un socialista istintivo ma non allineato (era favorevole ai diritti civili e al vegetarianismo e rifiutò di iscrivere i figli a una scuola privata), quella di Lennon era più vicina alla sinistra militante. Messe da parte le facili ironie su un milionario che sognava un mondo senza proprietà privata in Imagine, Lennon aveva costruito un legame sincero con la sinistra radicale. All’inizio degli anni sessanta mantenne un dialogo con Tariq Ali e Robin Blackburn (all’epoca redattori di New Left Review), e i prodotti di questo rapporto sono la canzone di ultra-sinistra Power to the people o la partecipazione alla manifestazione del 1972 Troops out (fuori le truppe), in cui reggeva uno striscione con la scritta: “Per l’Ira, contro l’imperialismo britannico”.
Già di per sé significativi, questi frammenti biografici evidenziano un aspetto più rilevante della visione del mondo di Lennon e McCartney. I Beatles avevano un forte legame con l’Irlanda ed erano originari di una città, Liverpool, dove “scouse, not English” (di Liverpool, non inglese) era una sorta di credo religioso. Consapevoli di una lunga storia fatta di carestie, schiavitù e fatica operaia, i Beatles erano poco inclini a considerare il capitalismo anglosassone come un’entità statica ed essenzialmente benigna. Pur avendo attraversato una lunga serie di svolte e cambiamenti, questo approccio è stato alla base del legame tra loro e valori storicamente non inglesi come il modernismo, l’egualitarismo e la rivolta politica.
Resta da capire fino a che punto questa identità culturale possa costituire una cornice utile per comprendere le sfumature della musica dei Beatles. Facendo attenzione a non ridurre l’estetica a pura ideologia (dopotutto i musicisti non sono teorici politici), è ragionevole supporre che la forza e la risonanza delle migliori canzoni di Lennon e McCartney nascano da temi come reciprocità, cooperazione, collettivismo e amore: in altre parole, le basi del socialismo. Ma questo è un dibattito per un’altra arena. L’obiettivo più urgente con cui misurarsi oggi è quello di salvare i Beatles dalle mire dei cinici e dei “papà moderati”, prima che Hollywood avveleni il pozzo per sempre. E intanto faremmo bene a recuperare le implicazioni sepolte della loro arte radicale. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1690 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati