Non si sa perché, ma negli ultimi cinquant’anni la diffusione delle allergie e delle malattie autoimmuni è nettamente aumentata. Gli autori di uno studio pubblicato di recente su Science Translational Medicine ipotizzano una possibile causa: il sale. I ricercatori hanno infatti scoperto che alte concentrazioni di cloruro di sodio, presenti nella pelle di chi soffre di dermatite atopica, influenzano la differenziazione dei linfociti Th2, le cellule del sistema immunitario responsabili delle allergie.

“È una scoperta molto interessante”, dice Charles Mackay, immunologo dell’Università Monash, in Australia, che non ha partecipato allo studio. “C’è un gran bisogno di ricerche innovative, perché negli ultimi anni non sono stati fatti molti progressi nel capire perché le allergie sono in aumento. Io finora mi sono concentrato sui fattori ambientali, ma lo studio offre un punto di vista nuovo e interessante”.

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A partire dagli anni settanta i casi di raffreddore da fieno e di dermatite atopica sono più che raddoppiati, ma i ricercatori non attribuiscono l’aumento ai passi avanti nella diagnosi o a cambiamenti genetici. È molto probabile che le cause siano ambientali o comportamentali, sostiene Christina Zielinski dell’Università tecnica di Monaco, coautrice dello studio: “Negli ultimi cinquant’anni è cambiata l’alimentazione. Mangiamo più cibi pronti e quindi assumiamo più sale, ed è per questo che abbiamo deciso di studiare possibili relazioni con il sistema immunitario”.

Differenziazione delle cellule

Per cominciare, Zielinski e i suoi colleghi hanno aumentato i livelli di cloruro di sodio nel terreno di coltura usato per far crescere sia i linfociti T di memoria CD4 positivi umani, che producono un complesso insieme di segnali chimici basati su precedenti esposizioni agli antigeni, sia i linfociti T vergini, cioè non esposti agli antigeni. In entrambi i casi le citochine (proteine che fungono da messaggeri intracellulari) e i fattori di trascrizione tipici dei linfociti Th2 sono aumentati, confermando che l’alta salinità favorisce la differenziazione di queste cellule. Inoltre, gli effetti del sale sembravano alimentare i programmi di differenziazione attraverso due fattori di trascrizione sensibili alla sostanza.

I ricercatori hanno poi confrontato i livelli di sale presenti nella pelle di adulti affetti da dermatite atopica, una patologia allergica che causa chiazze rosse e prurito. Le zone lesionate avevano concentrazioni trenta volte più alte rispetto a quelle non lesionate e alla pelle di persone sane. Hanno anche esaminato i livelli di sale presenti nella pelle di persone affette da psoriasi, una malattia autoimmune caratterizzata da chiazze rosse. La dermatite atopica e la psoriasi sono entrambe infiammazioni croniche, ma la seconda è mediata da un tipo diverso di linfociti Th. Dato che non sono state osservate differenze di concentrazione salina nelle lesioni da psoriasi rispetto alla pelle sana, i ricercatori hanno escluso che l’infiammazione fosse dovuta al sale, come nel caso della dermatite atopica.

“Siamo rimasti sorpresi, perché la dermatite atopica è molto studiata e nessuno aveva mai pensato al sale”, dice Zielinski, aggiungendo che il prossimo passo sarà analizzare la relazione tra sale e allergie.

Secondo Chuan Wu, immunologo del National cancer institute, negli Stati Uniti, che non ha partecipato allo studio, il nesso potrebbe essere legato a cellule epidermiche e dermiche vicine ma anche al microbiota cutaneo: “Dato che la pelle è un’ampia superficie mucosa, colonizzata da una grande quantità di microbi, è possibile che la risposta dei Th2 sia legata ai batteri cutanei”. Gli autori dello studio sostengono che sulla pelle di chi soffre di dermatite atopica spesso si verifica una proliferazione di stafilococco aureo (un microbo amante del sale), di cui finora non si conoscevano le cause.

Dato che è già stato dimostrato che una dieta ricca di sale influisce sui microbi dell’intestino, Mackay ipotizza un coinvolgimento del microbiota intestinale: “È il sale ingerito a influire sulla dermatite atopica o c’è un nesso ancora non indagato con l’intestino?”. “Il collegamento con l’alimentazione è ancora un’ipotesi”, spiega Zielinski. “Abbiamo osservato alcune relazioni, ma manca la prova decisiva. È possibile che l’accumulo di sale nella pelle segua regole autonome, che non dipendono dal tipo di alimentazione”. ◆ sdf

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Questo articolo è uscito sul numero 1297 di Internazionale, a pagina 104. Compra questo numero | Abbonati