Da mesi, nello stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, si susseguono attacchi alle petroliere. Il 13 settembre un mercantile è stato colpito in un raid aereo, causando un morto. E da giorni, sui telefoni degli abitanti del sud dell’Arabia Saudita arriva lo stesso messaggio della protezione civile: “Restate calmi, raggiungete un luogo sicuro lontano dalle finestre”. I missili e i droni dei ribelli huthi, alleati dell’Iran, hanno danneggiato una moschea e messo fuori servizio una raffineria, racconta Libération.
Nello stretto di Bab el Mandeb, all’ingresso del mar Rosso, gli huthi hanno preso il controllo del litorale yemenita e l’8 settembre hanno lanciato una serie di attacchi contro impianti petroliferi sauditi, ferendo più di settanta persone.
Pochi giorni dopo, un nuovo attacco con droni, partiti secondo alcune fonti dall’Iraq, ha costretto Riyadh a chiudere l’oleodotto Est-Ovest, l’unica alternativa per il petrolio saudita alle due rotte marittime che passano da Hormuz e Bab el Mandeb, entrambe compromesse.
La ripresa dei combattimenti nella regione ha così spinto oltre i cento dollari al barile il prezzo del petrolio, che a giugno era crollato dopo un accordo provvisorio tra Stati Uniti e Iran.
Il presidente statunitense Donald Trump ha scritto sui social che lo stretto di Hormuz non è bloccato e che “il petrolio scorre”, riporta il Washington Post. Ha attribuito il rincaro dei carburanti soprattutto alla guerra tra Russia e Ucraina, e ha aggiunto che Kiev e Mosca avrebbero accettato di smettere di colpire le infrastrutture energetiche. Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj ha smentito subito: nessun accordo del genere esiste, precisa Politico.
La Casa Bianca sostiene di lavorare con governi e industrie per “diversificare le forniture”, ma un ex consigliere economico di Trump, Stephen Moore, la vede diversamente: “Non c’è molto che possano fare, è un mercato globale”.
I rincari dell’energia stanno portando in strada mezzo mondo. All’alba di martedì 15 settembre una cinquantina di pescatori ha bloccato l’accesso al deposito petrolifero di Fos-sur-Mer, nel sud della Francia, per protestare contro il rincaro del gasolio. Non è un caso isolato, scrive Le Monde: il gasolio è ai massimi da febbraio e, secondo Libération, gli appelli a mobilitarsi contro il carovita si moltiplicano in tutta Europa, rilanciati da ex gilet gialli e dal collettivo francese Bloquons tout.
Il meccanismo è sempre lo stesso: il gasolio più caro fa aumentare i costi di trasporti, elettricità e generi alimentari, e i paesi che importano quasi tutta la loro energia non hanno margini di bilancio per ammortizzare il colpo. Il New York Times racconta che nelle Filippine i pescatori della baia di Manila restano a terra: “Hanno voglia di tornare in mare ma non i soldi per la benzina”, dice Fernando Hicap, presidente di un’associazione di pescatori. In Indonesia manca il gas da cucina, a Dacca, in Bangladesh, chiudono le fabbriche tessili e a Lisbona i cortei di clacson bloccano una raffineria.
Dietro proteste così diverse c’è la stessa domanda scomoda che nessuno vuole affrontare apertamente, spiega la politologa Sana Jaffrey, dell’Australian national university: “Cosa può fare il resto del mondo per gestire questa crisi geopolitica usando degli strumenti fiscali? Cosa succede ai mercati quando questi strumenti smettono di funzionare?”.
Per molti governi il dilemma è lo stesso: scaricare i rincari sui cittadini, alimentando l’inflazione, o aumentare sussidi e aiuti, indebitando lo stato e minacciando le valute nazionali. “A un certo punto”, aggiunge Jaffrey, “diventerà un problema di tutti”.
La sociologa Naomi Hossain, della School of Oriental and African studies di Londra, osserva che i governi centristi non riescono più a proteggere le famiglie da questi shock, e che in molti paesi non esistono alternative di sinistra credibili: una combinazione che, spiega, sta alimentando il populismo.
Debiti e dividendi
Per l’industria petrolifera, la crisi è tutt’altro che un dramma. The Economist scrive che le sette maggiori compagnie occidentali più l’Aramco, il colosso petrolifero di stato saudita, hanno ottenuto nell’insieme 91 miliardi di dollari di utili nel secondo trimestre, il doppio dell’anno precedente, mentre le azioni del settore sono salite del 40 per cento dall’inizio dell’anno, contro il 12 per cento del resto della borsa.
Dopo anni di prudenza, i gruppi petroliferi riducono i loro debiti e distribuiscono dividendi. Ma iniziano anche a investire di nuovo: la spinta a diversificare lontano dal Medio Oriente sta rilanciando l’esplorazione, spiega l’analista Paul Hickin. Le acquisizioni, ferme per mesi, sono ripartite: sei operazioni da più di un miliardo di dollari negli ultimi due mesi, nota Bob Brackett della Bernstein, società di analisi finanziaria che segue il settore energetico.
Non tutti credono che il boom durerà: per Hassan Eltorie della S&P Global, società di analisi e dati finanziari, i titoli valgono, rispetto ai profitti, quanto prima della guerra. Il settimanale calcola che ogni due anni l’esaurimento dei giacimenti attivi cancelli l’equivalente della produzione saudita: senza nuovi pozzi, l’offerta mondiale calerà di un quinto entro il 2040.
C’è un costo, però, che i listini del petrolio non registrano. Da giugno la petroliera Caroline Bezengi perde il suo carico al largo dell’Oman dopo un’esplosione a bordo, documenta Al Jazeera. Dall’inizio della guerra almeno 75 navi sono state colpite nel golfo Persico, e le immagini satellitari mostrano perdite di petrolio quadruplicate rispetto all’anno precedente. Un quadro che ricorda il 1991, quando l’Iraq incendiò i pozzi kuwaitiani e il petrolio devastò 770 chilometri di costa per decenni. Stavolta a rischio ci sono anche gli impianti di dissalazione da cui dipende l’acqua potabile di circa 65 milioni di persone nella regione.
Gli analisti dell’energia pulita sostengono che la crisi riveli una fragilità strutturale. Il Center on global energy policy della Columbia university calcola che questa guerra abbia fermato il 20 per cento dell’offerta mondiale di petrolio, contro il 7 per cento dell’embargo arabo del 1973: mai il mondo era stato così esposto a un solo punto di rottura, osserva Inside Climate News.
“Dipendere da petrolio e gas espone i consumatori a una volatilità enorme”, dice Courtney Federico, del Center for American progress. Non tutti sono convinti che la crisi renderà più rapida la transizione alle fonti rinnovabili: per Abhiram Rajendran, analista della Columbia university, il rischio è che la dipendenza si sposti solo verso la Cina, che ha già ridotto i consumi di carburante del 16 per cento grazie alla diffusione di pannelli solari e impianti eolici e può affrontare la crisi internazionale subendo molti meno danni.
Gli Stati Uniti, al contrario, hanno cancellato molte protezioni ambientali: un osservatorio della Brown university calcola che dall’inizio della guerra le famiglie statunitensi abbiano già pagato 101 miliardi di dollari in più per il carburante, in media 771 dollari a famiglia.
Elsa Castelli
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