Nella storia della giustizia internazionale poche persone sono state condannate per genocidio. Tra loro c’è il generale serbobosniaco Ratko Mladić, morto il 27 agosto a 84 anni in un carcere dell’Aja, dove stava scontando una condanna all’ergastolo. Mladić è stato responsabile del massacro di Srebrenica nel luglio 1995, quando furono uccisi ottomila uomini e ragazzi musulmani, e di numerose atrocità commesse durante la guerra in Bosnia Erzegovina (1992-1995). Il suo ruolo, però, va oltre la partecipazione diretta nella pulizia etnica, l’uso dello stupro come arma di guerra o l’assedio di Sarajevo, il più lungo della storia bellica moderna. Mladić simboleggia un’ideologia della barbarie e della morte oggi ancora presente.
L’attuale ministro della giustizia della Serbia ha annunciato che Mladić sarà sepolto “con i più alti onori militari e statali”. È una decisione inaccettabile, soprattutto in un paese che aspira a entrare nell’Unione europea: evidenzia le difficoltà del nazionalismo serbo nel superare le parti più oscure del suo passato. Mladić non è stato un patriota, ma un assassino spietato che ha trascinato il suo paese in un abisso di odio. E non è stato solo un esecutore. Insieme al leader politico dei serbi di Bosnia Radovan Karadžić, ancora in carcere, Mladić è stato portavoce di un’ideologia del suprematismo razziale basata sulla convinzione che diverse religioni non potessero convivere in un unico spazio e che un individuo potesse meritare la morte per il fatto di professare una fede diversa.
Il caso di Mladić ci ricorda che è necessario affidarsi alla giustizia internazionale, ora che viene presa di mira ossessivamente dal governo statunitense. I tribunali speciali creati per giudicare i genocidi in Bosnia e Ruanda, all’origine di quella che oggi è la Corte penale internazionale (Cpi), non hanno impedito che fossero commessi altri crimini contro l’umanità, ma almeno hanno dimostrato che ottenere giustizia è possibile. Né la condanna né la morte di Mladić potranno cancellare il dolore causato dalle sue azioni. Ricordare non è una questione di vendetta, ma di riconoscimento, e soprattutto è una lezione per il presente: l’odio sfrenato e la discriminazione hanno conseguenze pesanti.
Nel giorno della morte di Mladić, lo scrittore bosniaco Emir Suljagić, sopravvissuto a Srebrenica, ha scritto: “Ora arriva la parte più difficile, garantire che con lui non muoiano anche la verità, la responsabilità e la memoria”. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1681 di Internazionale, a pagina 15. Compra questo numero | Abbonati