L’Australia è stato il primo paese a vietare l’accesso ai social media ai minori di 16 anni. Anche il Regno Unito sta valutando misure analoghe. Ma, secondo tre ricercatori britannici, il dibattito rischia di semplificare un problema complesso. Gli effetti dei social media sui giovani dipendono dalle piattaforme, dai contenuti, dalle modalità d’uso e dal contesto sociale, in un sistema che comprende aziende, inserzionisti, governi, scuole e famiglie. Le restrizioni potrebbero produrre conseguenze inattese, come lo spostamento verso altre piattaforme, strategie di adattamento delle aziende ed effetti diversi tra gruppi sociali. Com’è successo con tabacco e alcol, l’industria potrebbe reagire sul piano politico, scientifico, tecnologico ed economico. Più che chiedersi se i social siano “buoni” o “cattivi”, bisognerebbe adottare un approccio sistemico, capace di analizzare le interazioni tra i diversi attori e di monitorare nel tempo gli effetti e gli adattamenti del sistema. Ma finora nessun paese c’è riuscito. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1675 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati