Nel campo dell’intelligenza artificiale (ia) non ci sono scenari prestabiliti. Finora l’opinione più diffusa era che gli Stati Uniti avessero un vantaggio tecnologico decisivo, mentre la Cina inseguiva e l’Europa cercava di regolamentare gli eccessi di questa tecnologia. Ma il 17 luglio, alla conferenza mondiale di Shanghai, Xi Jinping ha decretato il recupero cinese e ha presentato una dottrina per l’organizzazione dell’ia in grado di ridisegnare l’ordine tecnologico mondiale. Dietro le promesse di un’ia aperta e accessibile anche ai paesi in via di sviluppo, Pechino cerca di imporre la sua concezione della gestione digitale. Non solo: i rappresentanti di 29 paesi hanno sottoscritto l’atto fondativo di un’organizzazione mondiale per la cooperazione sull’ia, con sede a Shanghai.
Come ha fatto per i pannelli solari, le batterie e le auto elettriche, Pechino non cerca di produrre la tecnologia più avanzata, bensì la più accessibile. Ma la sua ambizione va oltre: vuole convincere il mondo che il suo modo di operare, più regolamentato e subordinato agli obiettivi dello stato, è una risposta credibile alle preoccupazioni sollevate da questa rivoluzione tecnologica. Certo, il modello è basato su una censura incompatibile con le libertà fondamentali, e sarebbe pericoloso confondere la regolamentazione democratica con il controllo autoritario. Resta il fatto che Pechino sfrutta un’evoluzione chiara: l’epoca dell’autoregolamentazione delle piattaforme sta finendo ovunque, anche nei paesi democratici.
Washington impone le sue regole con la potenza tecnologica, l’extraterritorialità del suo diritto e la possibilità di impedire ad altri paesi l’accesso a una tecnologia strategica. La Cina si affida a un soft power fatto di cooperazione tecnica e diplomazia multilaterale. I ruoli si sono capovolti: il regime autoritario ha un approccio più sofisticato, mentre la democrazia “liberale” impone la sua volontà con la forza. Per l’Europa il messaggio è chiaro: norme e regolamenti sono efficaci solo se accompagnati da una capacità di coinvolgere gli altri, ma oggi l’Europa non ha né la forza degli Stati Uniti né il potere di attrazione della Cina. Senza un’ambizione industriale, le regole non bastano. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1675 di Internazionale, a pagina 15. Compra questo numero | Abbonati