“Benvenuti nel giardino dell’Eden”, canta Jack White all’inizio dell’album in G.O.D. and the broken ribs. “Qui non c’è nessuno tranne me e te. Allora, cosa mangiamo?”. Ci si aspetta una mela, ma lui risponde subito: “Prova microfono, uno-due, uno-due”. È la musica il grande tentatore, la fine del paradiso e l’inizio della storia. Da questo momento in Frozen Charlotte la chitarra è protagonista assoluta, mentre le melodie vocali finiscono in secondo piano. White sembra decisamente pronto a divertirsi: non è più il giovane rocker ossessionato dal mito, che con i White Stripes fece l’opposto di Adamo ed Eva trasformando sua moglie in una specie di sorella. Ora sembra imperturbabile e rilassato. Frozen Charlotte prende il nome da una bambola di porcellana dell’ottocento, a sua volta battezzata in onore di una ragazza di una canzone popolare che si rifiutò di indossare un cappotto sopra il suo bel vestito e morì congelata mentre andava al ballo. È una metafora azzeccata per un album come questo. Una bambola Frozen Charlotte costava appena un penny e, anche se non riusciva a fare la spaccata come Barbie, portava gioia nelle case più povere. Qualcosa di economico che stimola l’immaginazione, come la chitarra per White: un insieme di parti inanimate che, nelle mani giuste, possono diventare un mondo intero. Questo disco è una lettera d’amore al suo strumento preferito. E nonostante l’attenzione si sia spostata dai testi alla musica, non è mai stato così facile vedere l’uomo vero dietro l’icona.
Wren Graves, Consequence of Sound

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Questo articolo è uscito sul numero 1674 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati