Per gli storici dell’arte che danno la caccia ai falsi, l’avanguardia russa presenta degli ostacoli unici. Quando il regime sovietico salì al potere, molte opere sparirono per riapparire nelle mani di vari collezionisti in giro per il mondo. Nel caos, i falsari abbondavano. Tracciare la origini della pittura modernista russa – un’attività chiamata studio della provenienza – è complesso. Ma i test di laboratorio possono aiutare. In una mostra che rimarrà aperta fino al 7 febbraio, il museo Ludwig di Colonia fa di necessità virtù. Dopo aver sottoposto a un’attenta analisi scientifica parte della sua collezione d’avanguardia russa, ha scoperto che 22 delle 49 opere esaminate presentavano un difetto di attribuzione. ArtDiscovery, una società di consulenza che offre servizi di laboratorio, ha certificato l’autenticità di 14 pezzi. La mostra presenta le opere “retrocesse” insieme a quelle ritenute autentiche, e spiega i metodi usati per le nuove attribuzioni, dalla microscopia elettronica alle nuove tecniche ai raggi x.

Spirito d’apertura

Alcune tele salvate dalla distruzione staliniana presentano problemi specifici, ma ricostruire il percorso di un’opera del seicento può essere ancora più insidioso, spiega Friederike von Brühl, un’avvocata specializzata in arte che vive a Berlino. Se i grandi musei dovessero consegnare alla piena analisi della scienza i loro prestigiosi dipinti, sostiene, “scoprirebbero molte attribuzioni errate”. Ma lo spirito di apertura – alla tecnologia, alla discussione e al pubblico – mostrato a Colonia non è universale. Gli esperti della vecchia scuola hanno spesso un atteggiamento diffidente nei confronti della scienza e della tecnologia. Il che non sorprende, vista la posta in gioco: non solo il giudizio degli accademici, ma potenzialmente la reputazione e il patrimonio di gallerie e collezionisti. Nonostante queste resistenze, tuttavia, la marcia della scienza nel settore dell’arte si sta dimostrando inarrestabile.

Il metodo accademico tradizionale si fonda sullo studio dell’estetica, dello stile e dei registri storici. L’opera di un grande pittore è tradizionalmente definita da un gruppo di studiosi che ne compila il catalogo. Il Corpus Rubenianum, per esempio, con sede ad Anversa, si pronuncia sul lavoro di Peter Paul Rubens seguendo l’eredità di Ludwig Burchard, esperto d’arte tedesco morto nel 1960. Tuttavia una simile deferenza accademica può essere eccessiva: molte delle valutazioni di Burchard si sono rivelate errate. Secondo Kasia Pisarek, storica dell’arte britannica di origine polacca, che sta scrivendo la sua tesi di dottorato su quella che definisce una crisi degli intenditori, ci vogliono “analisi scientifiche approfondite” per mettere ordine nell’opera del maestro fiammingo.

La crescente precisione e disponibilità degli strumenti scientifici, tra cui la fotografia ad altissima risoluzione, offre ai curatori la possibilità di gettare luce sulle loro collezioni, dice Pisarek: “È una risorsa che stanno sfruttando troppo poco”. I nuovi metodi rendono più semplice analizzare i pigmenti, le pennellate, le tele e le strutture fisiche di un dipinto, a volte senza doverlo staccare dal muro.

Il tedesco Matthias Alfeld, che lavora per l’università di Delft, nei Paesi Bassi, insegna ai suoi studenti olandesi come usare un tubo portatile, che analizza gli oggetti in maniera non intrusiva con raggi x fluorescenti, mettendo a nudo la composizione di dipinti e cornici. Un altro strumento è l’imaging multispettrale, che rende evidenti i vari strati di una pittura. Un abile falsario può imitare gli elementi degli antichi pigmenti, ma l’osservazione di una tela usata più di una volta può rendere evidenti i falsi. Charles Falco, che insegna all’università dell’Arizona, ha sviluppato delle macchine fotografiche e degli spettrometri a infrarossi facilmente trasportabili: anche se finora, dice sconsolato, è più probabile che siano usati in remoti siti archeologici che nei musei e nelle gallerie.

La mostra Orig­i­nal und fälschung al museo Ludwig di Colonia (Rheinisches Bildarchiv, Köln)

Le informazioni raccolte con tutti questi strumenti possono essere combinate. C’è inoltre un nuovo metodo che usa le reti neurali, una forma d’intelligenza artificiale che imita la struttura del cervello umano, per identificare le caratteristiche comuni delle opere note di un pittore, in particolare le pennellate. Christiane Hoppe-Oehl, fondatrice di Art Recognition, una startup di Zurigo che confronta le immagini di un’opera di dubbia attribuzione con centinaia di migliaia di altre, ritiene che l’intelligenza artificiale possa diventare il “quarto pilastro” della ricerca, dopo l’analisi dello stile, lo studio della provenienza e il lavoro di laboratorio.

Trasparenza olandese

Il museo di Colonia non è l’unico ad aver adottato queste tecniche. Authentication in Art, un movimento con sede all’Aja, ha creato un tribunale d’arbitrato che ricorre sia alla scienza sia alla storia dell’arte di vecchio tipo per valutare opere d’arte di difficile attribuzione. Il Rembrandt Re­search Project, un tentativo di delimitare l’opera del più grande pittore olandese, è universalmente rispettato. E il Rijksmuseum di Amsterdam ha invitato gli spettatori a seguire un esame spettroscopico sulla Ronda di notte.

Secondo Pisarek, studi approfonditi su tante opere potrebbero produrre piacevoli sorprese ma anche rivelazioni sconvolgenti: dipinti rigettati come copie, e che giacciono nei depositi dei musei, potrebbero essere promossi a originali. Mentre, secondo lei, alcune collezioni pubbliche sono ancora piene di attribuzioni errate fatte all’inizio del novecento, quando gli Stati Uniti fecero incetta di presunti capolavori, comprati con leggerezza da venditori opportunisti. Ma gli interessi costituiti e l’inerzia hanno reso un’eccezione lo spirito di trasparenza olandese.

Non per molto. Il mercato dell’arte sa bene di non poter ignorare la scienza. La casa d’aste Sotheby’s ha comprato un laboratorio statunitense nel 2016. La sua rivale Christie’s si affida a servizi scientifici privati. Nel frattempo, nonostante molti musei di stato rimangano prudenti, giudici e polizia hanno cominciato ad accettare il valore della scienza nel dirimere questioni di ambito artistico.

Per Jilleen Nadolny, che dirige la sede britannica di ArtDiscovery, le competenze degli esseri umani non sono obsolete. Chi usa le sue strumentazioni si affida alla storia dell’arte generale, dice, come i radiografi si affidano alla medicina. L’analisi dei pigmenti, uno strumento straordinario per datare le immagini, ha bisogno di buone facoltà di giudizio visivo. I preziosi colori minerali, che Rubens prediligeva, emergono grazie alla microscopia elettronica, ma per distinguere un blu oltremare naturale da uno sintetico serve ancora la sensibilità di un occhio umano. Gli esteti eruditi non hanno ancora perso la loro autorità. Ma dovranno condividerla sempre più spesso. ◆ ff

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Questo articolo è uscito sul numero 1393 di Internazionale, a pagina 74. Compra questo numero | Abbonati