Lo sviluppo quasi miracoloso di vaccini efficaci contro il covid-19 offre una via d’uscita da una pandemia che molti paesi non sembrano poter controllare altrimenti. Per questo è ancora più sorprendente che i governi europei, dopo aver atteso a lungo una luce in fondo al tunnel, ora si muovano così lentamente per raggiungerla. Anche paesi come la Germania e la Finlandia, che l’anno scorso hanno ottenuto buoni risultati nel controllare i contagi e limitare la mortalità, oggi sono molto indietro rispetto alle avanguardie mondiali, come Israele e il Regno Unito, nella campagna di vaccinazione.
Per i governi europei questa lentezza può risultare più pericolosa della limitazione delle libertà civili e della paralisi economica che i loro cittadini hanno dovuto sopportare negli ultimi dieci mesi.
Finora gli scontri politici sono stati più accesi in Germania, dove i socialdemocratici cercano di attribuire la colpa ai loro alleati di governo cristianodemocratici. Alcuni politici e mezzi d’informazione hanno accusato Berlino di non riuscire a proteggere i suoi cittadini dopo aver lasciato alla Commissione europea il compito di assicurarsi i vaccini. Sostengono che l’Unione è stata troppo lenta a piazzare gli ordini e che ha diversificato troppo gli acquisti comprando sei diversi vaccini (che presto diventeranno sette), dei quali solo due hanno ricevuto finora l’approvazione delle autorità europee. Inoltre ritengono che Bruxelles non abbia acquistato abbastanza dosi del vaccino più promettente, quello della Pfizer-Biontech.
È vero che l’Unione europea ha ordinato i vaccini più tardi rispetto al Regno Unito o agli Stati Uniti, ma questo è dovuto anche al fatto che ha dovuto attendere il via libera di alcuni stati. Inoltre le trattative si sono protratte perché le aziende farmaceutiche volevano limitare la loro responsabilità civile per dei prodotti sviluppati a tempo di record. L’Agenzia europea per i medicinali ha impiegato più tempo per autorizzare il vaccino della Pfizer-Biontech perché ha adottato una procedura più lunga, mentre gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno accorciato i tempi accettando una responsabilità più elevata.
Il fatto che recentemente Bruxelles abbia raddoppiato il suo ordine alla Pfizer-Biontech arrivando a seicento milioni di dosi è una tacita ammissione che avrebbe potuto ordinarne di più dopo i primi segnali incoraggianti. Con il senno di poi appare discutibile anche la scommessa sul vaccino dell’azienda francese Sanofi, che non sarà pronto prima di diversi mesi. L’Unione però dovrebbe disporre di dosi in abbondanza quando saranno approvati gli altri vaccini, tra cui quello dell’università di Oxford con la AstraZeneca. Ci sono delle incertezze sui tempi di consegna, ma questo vale anche per gli Stati Uniti e il Regno Unito.
Paura degli scettici
Una ragione molto più rilevante per la lentezza delle vaccinazioni in Europa è la scarsa preparazione dei governi nazionali e regionali e delle loro autorità sanitarie. Finora la maggior parte dei paesi europei ha usato solo una piccola parte delle dosi che aveva a disposizione. In generale i funzionari non hanno capito subito l’enormità del compito. In alcuni casi invece la lentezza è stata una scelta. In Francia per esempio la vaccinazione è stata deliberatamente rallentata nello scriteriato tentativo di accontentare gli scettici. Il governo ha poi fatto marcia indietro su ordine del presidente Emmanuel Macron, ma la sua credibilità è stata gravemente danneggiata.
Il buon risultato della Danimarca, che in termini di vaccinazioni pro capite è leggermente davanti al Regno Unito, dimostra che il lento avvio della campagna in Europa non è dovuto alla scelta di affidare la contrattazione all’Unione. L’approccio comune ha contribuito a evitare brutti episodi di nazionalismo, anche se finora non ha aiutato i paesi in via di sviluppo, dove la carenza di vaccini potrebbe risultare ancora più letale e la campagna potrebbe richiedere mesi se non anni. L’Europa in generale ha cominciato male. Ora deve investire tutte le risorse necessarie per rimettersi in carreggiata. ◆ gac
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Questo articolo è uscito sul numero 1392 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati