Subito dopo la morte di George Floyd abbiamo avuto la sensazione che il dibattito sugli abusi della polizia, nato nel 2014 dopo le uccisioni di Michael Brown ed Eric Garner, stesse finalmente cambiando. Derek Chauvin – l’agente che ha tenuto il ginocchio sul collo di Floyd – e i tre agenti che erano con lui sono stati subito licenziati. Medaria Arradondo, il capo della polizia di Minneapolis, arrivato alla guida del dipartimento nel 2017 sulla scia delle proteste per un altro omicidio compiuto da agenti, ha chiesto un’indagine dell’Fbi. Il sindaco Jacob Frey ha chiesto l’incriminazione dei poliziotti. Il 29 maggio Chauvin è stato arrestato con l’accusa di omicidio preterintenzionale. Perfino il National federal order of police, il più importante sindacato di polizia del paese – che in passato aveva sempre difeso strenuamente gli agenti coinvolti in situazioni simili – ha criticato il comportamento dei poliziotti di Minneapolis.
Ma secondo alcuni critici, queste prese di posizione sono indice più che altro di opportunismo politico. “Non significano nulla finché non saranno introdotti cambiamenti concreti nel modo in cui sono gestiti i dipartimenti di polizia”, dice Neill Franklin, un maggiore di polizia in pensione che dirige la Law enforcement action partnership. Franklin ricorda che gli agenti responsabili della morte di Floyd erano stati segnalati molte volte per abusi e uso eccessivo della forza, ma aggiunge che l’opinione pubblica non viene a conoscenza di questo genere di denunce, soprattutto perché i sindacati proteggono gli agenti qualsiasi cosa facciano. Per questo chiede una maggiore trasparenza, compreso un archivio nazionale che indichi gli agenti allontanati per comportamenti scorretti, in modo da evitare il loro semplice trasferimento da un dipartimento all’altro. Ma questo non è sufficiente. “C’è bisogno di un nuovo modello. Il vecchio sistema deve essere completamente smantellato e ricostruito”.
Controllo diretto
La morte di Michael Brown a Ferguson nel 2014 aprì un’epoca di riforme delle forze dell’ordine che spinse il governo federale e le amministrazioni locali a investire nella formazione degli agenti – in particolare sul tema dei pregiudizi razziali – e in tecnologie come le videocamere sulle divise degli agenti, che in teoria li avrebbero costretti ad assumersi la responsabilità delle loro azioni. Tra le città che adottarono questi metodi c’era anche Minneapolis. Ma la morte di Floyd dimostra che le riforme non hanno funzionato. E ora molti attivisti ed esperti cominciano a pensare che l’unico modo per ridurre gli abusi dei poliziotti sia tagliare le risorse a disposizione dei dipartimenti.
Ne è convinto anche Alex Vitale, che coordina il Policing and social justice project al Brooklyn college. “È la proposta che preoccupa di più i capi della polizia. Le persone stanno cambiando atteggiamento. Non chiedono più le telecamere sulle divise e agenti più preparati. Dicono: ‘Al diavolo, toglietegli i soldi’”. Alcuni suggeriscono di mettere la polizia sotto il controllo delle comunità. Sam Martinez della Coalition of justice for Jamar – un’organizzazione nata dopo la morte di Jamar Clark, un nero di Minneapolis, nel 2015 – chiede di far amministrare i dipartimenti di polizia a organi simili ai consigli comunali o ai distretti scolastici, che dovrebbero controllare i bilanci, approvare i contratti sindacali e decidere le azioni disciplinari. Secondo Martinez queste istituzioni dovrebbero essere fondamentalmente diverse da quelle che sono esistite finora, e che le forze dell’ordine hanno in genere ignorato. ◆ bt
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Questo articolo è uscito sul numero 1361 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati