Seguire la pandemia è come osservare la crisi climatica con il dito premuto sul pulsante “avanti veloce”. Né al virus né ai gas serra importa molto delle frontiere, il che li rende dei flagelli globali. Entrambi fanno correre rischi più gravi alle persone povere e vulnerabili che alle élite bianche, e richiedono interventi pubblici di dimensioni che raramente si erano visti in tempo di pace. Inoltre nessuna delle due calamità sta ottenendo la risposta coordinata a livello internazionale che merita.

Le due crisi interagiscono tra loro. Il blocco dell’economia ha portato a consistenti riduzioni delle emissioni di gas serra: nella prima settimana di aprile le emissioni sono state il 17 per cento in meno rispetto all’anno scorso. L’Agenzia internazionale dell’energia prevede che nel 2020 saranno l’8 per cento in meno rispetto al 2019. Sarebbe il calo annuale più netto dalla seconda guerra mondiale. Questo rivela una verità cruciale sulla crisi climatica: per risolverla non basta abbandonare treni, aerei e automobili. Anche se le persone sopportassero grandi cambiamenti nel loro stile di vita, resterebbe da compiere più del 90 per cento della decarbonizzazione necessaria a rispettare l’obiettivo di limitare l’aumento delle temperature a 1,5 gradi in più rispetto ai livelli preindustriali.

Ma la pandemia ha anche creato un’occasione unica per adottare misure che possono liberare l’economia dai gas serra a un costo finanziario, sociale e politico inferiore rispetto al previsto. Il crollo dei prezzi dell’energia rende più facile tagliare i sussidi ai combustibili fossili e introdurre una tassa sulle emissioni. Nei prossimi anni i ricavi di questa tassa potrebbero aiutare a risanare le finanze pubbliche dissestate. I settori al centro dell’economia dei combustibili fossili – aziende petrolifere, acciaierie, case automobilistiche – stanno già affrontando il calvario di ridurre l’occupazione e la produzione a lungo termine. La necessità di rimettere in piedi economie che si trovano in coma indotto è una circostanza ideale per investire in infrastrutture sostenibili che alimentano la crescita e creano nuovi posti di lavoro. I tassi d’interesse ridotti rendono il costo più basso che mai.

Prendiamo il carbon pricing. Questo sistema, che prevede d’imporre un prezzo alle emissioni di gas serra, usa la forza del mercato per incentivare i consumatori e le aziende a ridurre le emissioni, garantendo che la transizione avvenga nel modo più efficiente possibile. Il momento è particolarmente adatto, perché il carbon pricing ha effetti più immediati quando sposta l’equilibrio tra due tecnologie già disponibili. In passato si poteva sostenere che le energie rinnovabili non erano ancora pronte per approfittarne. Ma negli ultimi anni il prezzo dell’energia solare ed eolica è crollato, e oggi una piccola spinta dal carbon pricing potrebbe bastare a dare un vantaggio decisivo alle rinnovabili.

Il carbon pricing è meno popolare tra i politici che tra gli economisti, ma anche prima del covid-19 si aveva la sensazione che il suo momento stesse per arrivare. L’Europa vuole espandere il suo sistema di carbon pricing, il più grande del mondo. La Cina ne sta creando uno. All’inizio i fondi raccolti da una tassa sulle emissioni potrebbero ammontare all’1 per cento del pil, per poi ridursi progressivamente. Questo denaro potrebbe essere ridistribuito ai cittadini o usato per ridurre il debito pubblico.

Punto di svolta

Da solo il carbon pricing non sarebbe sufficiente, e in alcuni settori i sussidi e l’intervento diretto dello stato restano indispensabili per garantire che le aziende e i consumatori abbiano a disposizione le tecnologie sostenibili che sarebbero avvantaggiate da una tassa sulle emissioni. Alcuni governi hanno cercato di inserire condizioni di sostenibilità nei loro piani di rilancio. Ma il dirigismo può avere conseguenze pericolose: è meglio fare pressione sui governi perché le misure non favoriscano i combustibili fossili. In altri paesi il rischio è che i piani di rilancio danneggino la lotta al cambiamento climatico. Gli Stati Uniti hanno ulteriormente ammorbidito le norme ambientali, mentre la Cina, che dopo la crisi finanziaria aveva fatto impennare le emissioni con i suoi aiuti all’industria pesante, continua a costruire centrali a carbone.

La pausa provocata dal covid-19 non è di per sé favorevole al clima. Perché lo diventi serve l’azione dei governi. Quando si ritroveranno nel 2021 per analizzare i progressi fatti dopo gli accordi di Parigi e impegnarsi ad alzare l’asticella, dovranno dimostrare che la pandemia è stata un punto di svolta per l’ambiente. Il covid-19 ha mostrato che le basi della prosperità sono precarie. Disastri a lungo previsti e ignorati possono abbattersi senza preavviso, stravolgendo l’esistenza e scuotendo tutto ciò che sembrava stabile. I danni del cambiamento climatico saranno più lenti rispetto a quelli della pandemia, ma più devastanti e duraturi. Se c’è un momento in cui i leader dovrebbero mostrare coraggio per scongiurare il disastro, è questo. Non avranno mai un pubblico più attento. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1360 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati