I dirigenti europei si rendono conto di cosa hanno inflitto agli italiani che crollavano sotto il peso delle bare – e a tutti gli altri cittadini europei che soffrivano come loro – rispondendo alle richieste d’aiuto prima con delle divergenze e poi con un “ripassate tra quindici giorni”? Virtuosi contro peccatori? Benestanti contro bisognosi? È questo che è diventato il progetto europeo? Una brutta copia degli Stati Uniti, dove viene curato solo chi può dimostrare di aver pagato abbastanza? È questo lo “stile di vita europeo”? Il contrario di quello che diciamo di essere e, soprattuto, di quello che vogliamo creare? Ciò che siamo riusciti a fare dopo la guerra non siamo più in grado di ripeterlo nel momento in cui siamo tutti minacciati dallo stesso male, senza colpevole o responsabile? Il 26 marzo il presidente del Consiglio europeo Charles Michel è riuscito all’ultimo minuto a mascherare la mancanza d’unità annunciando un accordo che affida ai ministri della zona euro di elaborare una risposta alle richieste d’aiuto. Italiani, portoghesi e molti altri in Europa hanno criticato lo scarso senso della storia che queste esitazioni rivelavano, soprattuto tra gli olandesi e, in misura minore, i tedeschi. Ma il peggio doveva ancora arrivare. Poco dopo, in un’intervista alla stampa tedesca la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha escluso il ricorso a titoli comuni europei, i cosiddetti coronabond, etichettandoli come “slogan”. In seguito la presidente si è corretta, ma il suo è stato comunque un grave errore politico. Von der Leyen ha fatto quello che tanti rimproverano ai capi di stato e di governo: prendere un impegno a Bruxelles e poi dire il contrario all’opinione pubblica del proprio paese. Ma ora la patria di Von der Leyen dovrebbe essere l’Europa, non la Germania. Il 29 marzo, dall’ospedale dov’è ricoverato per il Covid-19, l’ex alto rappresentante europeo per gli affari esteri Javier Solana ha evocato Winston Churchill: “Non sappiamo come sarà il mondo dopo la pandemia. Ma sappiamo che sarà costruito sulle parole e le azioni che scegliamo adesso”. Siamo nuovamente in uno di quei momenti in cui i politici devono decidere, e rapidamente, se essere dal lato giusto della storia o no. u ff
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Questo articolo è uscito sul numero 1352 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati