Il New York Times ha preso l’inconsueta decisione di pubblicare un editoriale anonimo. Lo facciamo su richiesta dell’autore, un alto funzionario dell’amministrazione Trump di cui conosciamo l’identità e il cui posto di lavoro sarebbe a rischio se questa fosse svelata. Crediamo che pubblicare questo articolo in modo anonimo sia l’unico modo per offrire un importante punto di vista ai lettori.
Il presidente Donald Trump sta affrontando un test inedito rispetto a quelli affrontati da qualsiasi altro leader statunitense moderno.
Non si tratta solo delle indagini del procuratore speciale che incombono. Né delle profonde divisioni sulla leadership di Trump che attraversano il paese. E neppure della probabilità che il suo partito perda il controllo del congresso a vantaggio di un’opposizione decisa a farlo crollare.
Il dilemma, che neanche lui ha del tutto colto, è che molti dei più alti funzionari della sua amministrazione stanno lavorando assiduamente dall’interno per ostacolare parti del suo programma e le sue peggiori inclinazioni.
Lo so per certo. Sono uno di loro.
Chiaramente la nostra non è la “resistenza” tipica della sinistra. Vogliamo che l’amministrazione abbia successo e siamo convinti del fatto che molti dei suoi provvedimenti abbiano già reso l’America più sicura e ricca. Crediamo però che il nostro primo dovere sia verso questo paese, e le azioni del presidente continuano a nuocere gravemente alla salute della nostra repubblica. Ecco perché molti funzionari scelti da Trump si sono ripromessi di fare tutto il possibile per salvaguardare le nostre istituzioni democratiche ostacolando gli impulsi più sbagliati di Trump finché sarà in carica.
La radice del problema è l’amoralità del presidente. Chiunque lavori con lui sa che nei suoi processi decisionali non è guidato da alcun principio comprensibile. Anche se è stato eletto come repubblicano, il presidente mostra poca affinità con gli ideali da tempo sposati dai conservatori: libero pensiero, libero mercato e liberi individui. Nel migliore dei casi invoca questi ideali in situazioni preconfezionate. Nel peggiore, li attacca a viso aperto.
Oltre a sbandierare l’idea che la stampa sia “nemica del popolo”, gli istinti del presidente Trump sono in genere contrari al mercato e alla democrazia.
◆In un tweet del 6 settembre 2018 il presidente Donald Trump ha definito “vigliacco” l’autore dell’articolo, intimando al quotidiano di rivelarne l’identità. Il 9 settembre il vicepresidente Mike Pence ha fatto sapere che l’amministrazione teme che la persona in questione abbia responsabilità nell’ambito della sicurezza nazionale. L’11 settembre è uscito il libro dell’ex giornalista del Washington Post Bob Woodward, pieno di indiscrezioni che dipingono un presidente incapace e una situazione “folle” alla Casa Bianca. Nonostante l’economia in crescita e la disoccupazione in calo, secondo i sondaggi in vista delle elezioni di novembre per il rinnovo parziale del congresso la popolarità di Trump è in calo, scrive la Cbc.
Non fraintendetemi. Ci sono aspetti positivi che la copertura mediatica quasi totalmente negativa riservata a quest’amministrazione non riesce a cogliere: una deregolamentazione efficace, una riforma fiscale storica, un esercito più forte e altro.
Questi successi, però, sono arrivati a dispetto, non per merito, dello stile di governo del presidente, che è impetuoso, conflittuale, futile e inefficace.
Dalla Casa Bianca ai ministeri e agli enti governativi, molti alti funzionari ammetteranno in via confidenziale la loro quotidiana incredulità nei confronti dei commenti e delle azioni del comandante in capo. Nella maggior parte dei casi fanno di tutto per proteggere il loro operato dai suoi capricci.
Le riunioni con lui vanno fuori tema, si lancia in filippiche ripetitive e la sua impulsività sfocia in decisioni poco convinte, insensate e in alcuni casi sventate, su cui è poi necessario fare un passo indietro. “È letteralmente impossibile prevedere se cambierà opinione da un momento all’altro”, si è lamentato con me di recente un alto funzionario, esasperato da una riunione nello studio ovale in cui il presidente aveva fatto dietrofront su un’importante decisione politica presa solo una settimana prima.
Questo comportamento imprevedibile sarebbe ancora più preoccupante se non fosse per gli eroi ignoti che agiscono dall’interno della Casa Bianca o che le gravitano attorno. Alcuni collaboratori del presidente sono stati dipinti dai mezzi d’informazione come i cattivi. In privato, però, hanno fatto sforzi enormi per contenere le decisioni sbagliate nell’ala ovest (la parte operativa della Casa Bianca), anche se chiaramente non sempre ci sono riusciti.
Potrà anche essere una magra consolazione in questa fase confusa, ma gli statunitensi devono sapere che qui ci sono degli adulti. Capiamo benissimo quello che sta succedendo. E stiamo cercando di fare ciò che è giusto anche quando Donald Trump non lo fa.
Il risultato è una presidenza a doppio binario. Prendiamo per esempio la politica estera: in pubblico e in privato il presidente Trump mostra una predilezione per autocrati e dittatori come il presidente russo Vladimir Putin e il leader della Corea del Nord Kim Jong-un, e sembra gradire poco i legami che ci uniscono a stati alleati e affini. Gli osservatori più attenti hanno notato però che il resto dell’amministrazione sta agendo su un altro binario, dove paesi come la Russia sono denunciati e puniti di conseguenza e gli alleati nel mondo sono trattati da pari e non ridicolizzati come se fossero rivali. Sulla Russia, per esempio, il presidente non avrebbe voluto espellere tanti agenti dei servizi segreti di Putin come punizione per l’avvelenamento di un’ex spia russa nel Regno Unito. Si è lamentato per settimane di importanti membri del suo staff che lo avevano incastrato in un confronto ancora più aspro con la Russia e si è detto frustrato per le sanzioni che gli Stati Uniti continuavano a imporre a Mosca. Tuttavia la squadra preposta alla sicurezza nazionale ha avuto più giudizio: queste misure erano necessarie per costringere il Cremlino a dar conto delle sue azioni.
Questa non è opera del cosiddetto stato profondo, ma dello stato solido. Di fronte all’instabilità in cui molti si sono trovati, in un primo momento alla Casa Bianca erano circolate voci sulla possibilità di invocare il 25° emendamento della costituzione, che avrebbe avviato una complessa procedura per rimuovere il presidente dal suo incarico. Nessuno, però, voleva imprimere un’accelerazione verso una crisi costituzionale. Perciò faremo del nostro meglio per guidare l’amministrazione nella direzione giusta finché, in un modo o nell’altro, non si chiuderà il suo ciclo.
La preoccupazione principale non riguarda tanto ciò che Trump ha fatto alla presidenza ma ciò che noi in quanto nazione gli abbiamo permesso di fare. Siamo caduti in basso insieme a lui, e abbiamo permesso che dal nostro discorso sparisse ogni traccia di civiltà.
Il senatore John McCain l’aveva espresso meglio di chiunque altro nella sua lettera di addio. Tutti gli americani dovrebbero prestare attenzione alle sue parole e liberarsi dalla trappola del tribalismo, perseguendo il più alto scopo di trovare un’unità nei valori che condividiamo e nell’amore per questa grande nazione. ◆ _gim _
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Questo articolo è uscito sul numero 1273 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati