Niscemi è una cittadina siciliana di circa ventimila abitanti tra Gela e Caltagirone. Dal 25 gennaio 2026 è finita sulle pagine dei giornali e sui siti di informazione di tutto il mondo per un evento tanto catastrofico quanto prevedibile. In seguito alle piogge torrenziali portate dal ciclone Harry una parte del centro abitato è letteralmente crollata, lasciando diverse abitazioni sul bordo del precipizio. La frana ha aperto le strade, inghiottito edifici e automobili: più di un migliaio di persone sono state trasferite in luoghi sicuri; Niscemi è diventata zona rossa, una città fantasma. Edificata su un terreno franoso, a elevato rischio idrogeologico, già nel 1997 gli abitanti si sono ritrovati ad affrontare un’emergenza simile.

Per raccontare cosa stava succedendo il quotidiano britannico The Guardian mandò il suo corrispondente per l’Italia Lorenzo Tondo, affiancato dal fotoreporter Alessio Mamo. Dopo quel reportage, pubblicato a febbraio e tradotto anche da Internazionale, il fotografo – vincitore in passato di due World press photo – è tornato più volte a Niscemi su proposta del Ragusa foto festival, giunto quest’anno alla quattordicesima edizione e che con la nuova direzione artistica di Alessandra Mauro ha reso possibile seguire questa vicenda anche nei mesi successivi al primo crollo.

Mamo è un fotoreporter abbastanza esperto da riuscire a convivere con quello che documenta, ma stavolta le sue origini siciliane l’hanno messo in una posizione diversa. “La distanza geografica crea una sorta di filtro tra me e le persone che fotografo: una protezione che, però, si trasforma presto in senso di colpa” mi racconta, “è il senso di colpa di chi ha il privilegio di poter andare via, lasciandosi alle spalle i luoghi e chi ha accettato di condividere con me la propria sofferenza. A Niscemi è stato l’opposto. Lavorare a solo un’ora da casa rende impossibile prendere le distanze da ciò che hai documentato. Qui la vicinanza non è stata solo una questione di chilometri, ma è diventata appartenenza a quel dolore”.

Il fotografo è quindi tornato quattro volte tra febbraio e maggio. Ha documentato così questo territorio danneggiato attraverso le stagioni, con le luci e la natura che cambiano. In particolare il fatto di tornare più volte nei luoghi gli ha permesso di incontrare la comunità – resa unita dalla tragedia – e di entrare in maniera più articolata nelle storie degli abitanti: “È questo il modo di lavorare che più mi appartiene: stare nei luoghi il più possibile, non tanto per scrupolo professionale, quanto per il valore umano di quegli incontri” afferma Mamo.

Dal 27 agosto il progetto di Mamo sarà esposto a Ragusa Ibla, a Palazzo La Rocca, e sabato 29 agosto lo presenterà insieme al giornalista e scrittore Nello Scavo. Fino al 27 settembre al festival saranno allestite altre dieci mostre che riflettono il rapporto tra il sud dell’Italia, il Mediterraneo e il resto del mondo con autori come Massimo Vitali, Mous Lamrabat, Therese Debono e Zied Ben Romdhane.

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