L’8 agosto è cominciata la decima edizione di Phest, il festival internazionale di fotografia e arte che prende vita tra gli edifici storici, le case, le botteghe e negli spazi all’aperto del centro di Monopoli fino al 16 novembre.

Giovanni Troilo e Arianna Rinaldo, direttore e curatrice della rassegna, hanno scelto come mostra principale Pleased to meet you, un omaggio alla carriera del fotografo britannico Martin Parr, che negli anni ha ritratto con ironia, leggerezza e lucidità gli svaghi, le vacanze e i consumi delle masse, anticipando riflessioni sul capitalismo e l’overtourism. Il fotografo sarà a Monopoli il 27 e il 28 settembre per presentare il documentario I am Martin Parr, diretto da Lee Shulman, ideatore dell’Anonymous project.

Il lavoro di Parr è centrale nel filo rosso che lega tutte le altre mostre: This is us, a capsule to space. “Questa decima edizione è un tentativo di rappresentare chi siamo oggi”, afferma Troilo, che aggiunge “è un messaggio in bottiglia visivo che attraversa spazio e tempo, raccontando identità, relazioni, paure, desideri, sogni. Un esperimento collettivo, tra memoria e futuro, tra scienza e immaginazione”. Un atlante che attraverso narrazioni, sperimentazioni e linguaggi diversi vuole scavare nel nostro presente e interrogarsi su chi siamo.

Tra i lavori esposti c’è Rhi-entry di Rhiannon Adam, che nel 2021 è stata selezionata tra un milione di candidati per partecipare come unica donna al programma per circumnavigare la Luna dearMoon, sostenuto da Elon Musk e dal miliardario giapponese Yusaku Maezawa. Per tre anni si è immersa nella preparazione di questa missione che poi è stata bruscamente interrotta. Adam affronta questo sogno infranto creando un dossier tra realtà e finzione, in cui intreccia diversi mezzi di espressione e usando anche l’intelligenza artificiale.

City of shadows del russo Alexey Titarenko è invece un progetto nato dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, che raffigurando le persone come spettri le rende delle presenze evocative dei traumi e delle sofferenze del passato. Anche lo statunitense Dylan Hausthor con What the rain might bring si muove tra realtà e finzione, intrecciando folklore, religione e mondo naturale per restituire una dimensione rituale e ancestrale dell’esistenza. In Aim at the stars l’artista svedese-americana Aleksandra Mir prende l’iconografia cristiana e la porta nello spazio, chiedendosi se gli angeli e gli astronauti condividono lo stesso cielo, potrebbe essere il momento per farli incontrare. A Phest sarà presente anche la fotografia di Yorgos Lanthimos, il regista greco di Povere creature! e La favorita, con la sua prima mostra in Italia. In Jitter period non sono raccolte scene prese dal backstage, ma immagini che continuano ad ampliare l’universo visivo di Lanthimos anche attraverso la pratica fotografica.

Le mostre di Phest sono molte altre, come quelle di Sam Youkilis e Piero Percoco, Philip Toledano, Zed Nelson, Deanna Dikeman e Gregg Segal, oltre a una celebrazione delle residenze d’artista che in questi dieci anni sono state realizzate con il sostegno del festival. Un evento speciale è la presenza delle opere di Francisco Goya. A Monopoli sarà presente la serie completa dei Caprichos: ottanta incisioni realizzate tra il 1797 e il 1799, che con una visione onirica, inquietante e tagliente mettono in scena la società spagnola del periodo.

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