Il 23 luglio la procura sudcoreana ha chiesto l’annullamento della condanna di una donna che più di sessant’anni fa era stata riconosciuta colpevole di aver morso la lingua a un uomo che stava cercando di stuprarla.

La donna, sostenuta dal movimento MeToo, aveva chiesto e ottenuto un nuovo processo. La sentenza è prevista a settembre.

Choi Mal-ja aveva 18 anni quando era stata aggredita da un uomo di 21 anni a Gimhae, nel sud del paese, nel 1964.

Secondo la giustizia, l’uomo l’aveva spinta a terra e si era gettato su di lei per stuprarla, infilandole anche la lingua in bocca. Lei aveva reagito mordendogli la lingua e staccandone un frammento di 1,5 centimetri, riuscendo poi a liberarsi.

L’aggressore era stato condannato ad appena sei mesi di prigione con due anni di sospensione della pena per violenza e intimidazione, ma non per tentato stupro, una sentenza che aveva suscitato polemiche nel paese.

La vittima era stata invece condannata a dieci mesi di prigione con due anni di sospensione della pena per aver inflitto all’uomo lesioni personali gravi.

Secondo il tribunale, la sua reazione aveva “superato i limiti ragionevoli della legittima difesa”.

Il caso era però tornato alla ribalta decenni dopo grazie al movimento MeToo, e nel 2020 Choi aveva chiesto un nuovo processo, una richiesta che in primo grado era stata respinta.

Dopo anni di campagne e un ricorso in appello, nel 2024 la più alta giurisdizione del paese aveva ordinato un nuovo processo.

“Per 61 anni ho dovuto convivere con una condanna ingiusta”, ha dichiarato Choi alla stampa davanti al tribunale di Busan, prima dell’udienza.

Negli ultimi anni le donne sudcoreane si sono mobilitate ottenendo successi in vari ambiti, dal diritto all’aborto a pene più severe per gli autori di video con telecamere nascoste.