La conversazione è andata in scena il primo ottobre al Club di Valdaj, un centro studi di Mosca vicino al Cremlino. Era in corso un’intervista a Vladimir Putin di Wang Huiyao, capo del Centre for China and globalization (Ccg), portavoce ufficioso di Pechino.
Wang ha chiesto al presidente russo se in occasione del prossimo vertice Asia-Pacifico Apec, in programma a novembre a Shenzhen (nel sud della Cina), incontrerà il numero uno cinese Xi Jinping e il presidente statunitense Donald Trump per una riunione a tre destinata a “promuovere la pace”.
Putin ha risposto amabilmente, sottolineando che un incontro “è possibile” ma dipende dalla potenza che fa gli inviti, cioè la Cina di Xi.
Possiamo immaginare che questo scambio pubblico, chiaramente pilotato, avesse come obiettivo quello di sondare le reazioni? È stato un invito discreto a organizzare questo incontro a margine dell’Apec? O è solo un modo per preparare l’opinione pubblica a un “colpo” diplomatico senza precedenti?
Presto scopriremo se un evento simile è davvero possibile, ma nel frattempo è difficile non pensare alla conferenza di Yalta, che tra il 4 e l’11 febbraio 1945 riunì il presidente statunitense Franklin D. Roosevelt, il leader sovietico Josip Stalin e il primo ministro britannico Winston Churchill.
La foto in bianco e nero dei tre uomini, seduti nella stazione balneare della Crimea (con Churchill sorridente e Stalin adombrato), simboleggia il momento storico della fine della seconda guerra mondiale.
Nella mitologia del ventesimo secolo, infatti, è a Yalta che i vincitori della guerra si sono divisi il mondo in sfere d’influenza, una tesi dura a morire nonostante sia stata abbondantemente smentita dagli storici. Forse è pensando a quella foto che Putin immagina un vertice con Trump e Xi in cui le tre superpotenze (davvero la Russia lo è ancora?) si spartiscono il mondo del ventunesimo secolo?
È possibile. Ma a cosa servirebbe un appuntamento simile? Alla pace, come suggerisce Putin, che però non è certo il più adatto a pronunciare questa parola?
Sogni imperialistici
In un mondo ideale si potrebbe sperare in un’intesa fra Trump e Xi per convincere Putin a rinunciare alla sua guerra in Ucraina, in cambio di garanzie di sicurezza delle due principali potenze mondiali.
Nel mondo reale e cinico di oggi, invece, questo scenario non è certo il più probabile. Mentre l’Ucraina subisce un’ondata senza precedenti di attacchi russi contro i civili, le scuole, i ponti e le strutture sanitarie, Trump si preoccupa di negoziare con il Cremlino la cancellazione di alcune sanzioni in cambio di favori economici, la peggior mostra della sua corruzione. Quanto a Xi, non avrebbe certo bisogno di Trump per fare pressione sull’“amico” Putin, dato che ne ha tutti i mezzi economici e politici.
A differenza di quanto avvenne a Yalta – dove Roosevelt, Stalin e Churchill non condividevano lo stesso piano per il dopoguerra, come dimostrato immediatamente dalla guerra fredda che calò su un mondo appena pacificato – i tre protagonisti del possibile vertice di Shenzhen hanno diversi punti in comune.
Tutti è tre covano sogni imperialistici, condividono l’apprezzamento per i poteri forti e non democratici (anche se uno di loro deve comunque sottostare a una costituzione democratica) e ignorano i vincoli di un multilateralismo che, ognuno a suo modo, considerano superato e inadeguato alla grandezza della loro storia.
Per gli stessi motivi, il resto del mondo (a cominciare dall’Europa) ha tutte le ragioni per temere un’intesa fra tre predatori in cerca di potere. La “Yalta” di Shenzhen non promette niente di buono.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it