E ora? L’impasse nel Golfo è ormai totale. Il prezzo del petrolio resta alto (sopra i cento dollari al barile) e nessuno dei conflitti della regione – Gaza, Libano, Iran, Yemen – sembra vicino a una soluzione. Donald Trump, nel frattempo, cerca disperatamente di rivendicare qualche successo a poco più di un mese dalle elezioni di metà mandato, che si annunciano particolarmente difficili.

Nel fine settimana il presidente statunitense ha respinto una proposta iraniana che prevedeva la fine del doppio blocco sullo stretto di Hormuz e la ripresa di negoziati sulla base del protocollo che lo stesso Trump aveva firmato lo scorso 17 giugno a Versailles (e che non è stato mai attuato).

La proposta aveva fin dall’inizio poche possibilità di essere accettata, perché Trump ha capito che l’accordo di giugno era sconveniente ed è ancora convinto di poter ribaltare la situazione a proprio vantaggio. In quest’ottica, il presidente statunitense interpreta la mano tesa di Teheran come un segno di vulnerabilità.

È da questo quadro che nasce la domanda iniziale: e ora? Il blocco imposto dagli Stati Uniti andrà avanti, con il rischio evidente di una ripresa delle ostilità in mancanza di una qualsiasi prospettiva diplomatica.

Il 27 settembre, dopo il “no” statunitense, il comandante in capo dell’esercito iraniano Amir Hatami ha dichiarato: “Se l’Iran non potrà ricominciare a vivere, allora nessun altro potrà ricominciare a vivere. Lo stretto di Hormuz è lo stretto della nostra dignità e del nostro onore. I nemici del nostro paese non potranno usarlo fino a quando il popolo iraniano ne sarà privato”.

Questa dichiarazione dà la misura dello stallo. Per limitare ulteriormente il traffico nello stretto di Hormuz, domenica l’Iran ha lanciato alcuni missili contro le imbarcazioni che tentavano di attraversarlo.

Da tutto questo risulta evidente l’importanza di ciò che sta succedendo nel mar Rosso, sull’altra sponda della penisola. L’Arabia Saudita ha riaperto l’oleodotto che le permette di aggirare lo stretto di Hormuz, facendo transitare parte del suo petrolio attraverso il porto di Yanbu. Il 24 settembre il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato un imminente invio di forze francesi e sistemi antiaerei nella regione.

Gli huthi, però, stanno cercando di paralizzare l’economia saudita. La guerra tra il regno e i miliziani filoiraniani è ripresa in pieno, e una parte del braccio di ferro tra Washington e Teheran si gioca qui, sulla capacità dei sauditi di esportare il loro petrolio.

La strategia degli Stati Uniti è incomprensibile. Trump si è rifiutato di correre in aiuto del suo alleato saudita e nel frattempo minaccia l’Iran, pur negoziando indirettamente con il suo governo (anche in occasione dell’assemblea generale dell’Onu, la settimana scorsa). Washington, intanto, continua a imporre all’Iran un blocco economico, danneggiando il paese senza però riuscire a piegarlo.

Trump si ritrova alle strette a causa delle elezioni di metà mandato ormai vicine, nel contesto di un impegno statunitense in Iran che alimenta l’inflazione ed è ogni giorno che passa più impopolare. Il sospetto è che il presidente statunitense riprenda a bombardare l’Iran subito dopo il voto.

La trappola iraniana in cui è caduto Trump non presenta alcuna via d’uscita rapida. A farne le spese sono soprattutto gli abitanti della regione, insieme a tutti quelli che ne subiscono le conseguenze economiche nel mondo.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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