Ogni volta che gli Stati Uniti sembrano in difficoltà, deboli e confusi, i loro avversari sentono di poter spiccare il volo.

L’esempio recente più significativo è quello del ritiro dell’esercito statunitense dall’Afghanistan, nell’estate del 2021, caotico e umiliante con tanto di balletto di elicotteri che ha ricordato inevitabilmente la partenza da Saigon nel 1975. Sei mesi dopo, il 24 febbraio 2022, Vladimir Putin invadeva l’Ucraina convincendo molti analisti che le immagini disastrose provenienti da Kabul avessero avuto un ruolo nella scelta del Cremlino: gli Stati Uniti appena usciti dall’Afghanistan non sarebbero corsi in aiuto di Kiev.

Con la guerra in Iran lo scenario è diverso: la sconfitta non è militare (come a Kabul dopo l’ingresso in città dei taliban), ma politica. Gli Stati Uniti hanno perso contro un avversario che ha saputo condurre una guerra asimmetrica. Il protocollo siglato a Versailles da Trump evidenzia tutti i segnali del ripiegamento americano. Il presidente degli Stati Uniti voleva uscire dall’impasse a qualsiasi prezzo, anche a costo di lasciare all’Iran i suoi missili, promettergli un risarcimento da 300 miliardi di dollari e impegnarsi in un negoziato nucleare impossibile in 60 giorni. Trump parla di vittoria, ma nessuno gli crede.

In entrambi i casi gli Stati Uniti hanno fallito nonostante la potenza delle loro armi, decidendo di mettere fine a una guerra impossibile da vincere contro avversari che giocavano a un gioco diverso.

Era già successo con la guerra del Vietnam, trauma principale per la generazione nata dopo il secondo conflitto mondiale. Fu necessario attendere l’elezione di Ronald Reagan, nel 1980, prima che il paese tornasse a imporsi. L’ex attore diventato presidente si lanciò in una guerra nel 1983 contro la minuscola isola di Granada per dimostrare che l’America era “tornata”, uno slogan diventato trumpiano ma che ha subito una battuta d’arresto nello stretto di Hormuz.

Se Trump fosse riuscito nella sua operazione in Iran, rovesciando il regime dei mullah e insediando un governo più compiacente (come già fatto in Venezuela a gennaio), oggi sarebbe l’uomo più temuto al mondo. Il fallimento, invece, lo trasforma in una tigre di carta, ancora potente ma ormai incapace di fare paura al resto del pianeta.

La Cina osserva

Il paese che osserva la situazione nel golfo Persico con un’attenzione particolare è evidentemente la Cina. Per il momento Pechino non si lancerà in un’avventura militare a Taiwan, ma approfitterà senza dubbio delle disavventure del suo grande rivale del ventunesimo secolo.

L’anno scorso la Cina ha messo alla prova la forza degli Stati Uniti di Trump imponendo un embargo sulle terre rare in risposta ai dazi doganali del 145 per cento imposti da Washington. Alla fine Pechino ha vinto su tutta la linea. Ora, inevitabilmente, lo spettacolo dell’arretramento americano in Medio Oriente incoraggerà i cinesi e le loro mire espansionistiche.

Il 18 giugno il segretario alla guerra statunitense Pete Hegseth ha pronunciato parole molto dure nei confronti degli europei durante una riunione della Nato, come se volesse gonfiare il petto davanti agli alleati dato che non può più farlo con gli avversari.

In questi giorni circola una citazione di Henry Kissinger: “Essere un nemico degli Stati Uniti è pericoloso, ma essere un loro alleato è fatale”. Soprattutto, si potrebbe aggiungere, quando sono feriti.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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