Donald Trump sta chiaramente cercando un capro espiatorio per giustificare il suo fallimento in Iran, e quel capro espiatorio è l’Europa.

Il presidente statunitense e il suo entourage si sono scagliati contro tutti: i francesi che non aiutano, l’Europa incapace di combattere, il Regno Unito, la Nato che non serve a niente. Arrivando perfino a rimettere in discussione il principio di difesa collettiva dell’alleanza atlantica alla luce del fatto che gli europei si rifiutano d’intervenire nello stretto di Hormuz.

In un post su Truth del 31 marzo, Trump ha affermato che la Francia ha negato agli aerei che trasportano rifornimenti militari verso Israele di sorvolare il territorio del paese, scrivendo in lettere maiuscole (per mostrare la sua collera) che la Francia si è comportata in modo “molto poco collaborativo” e promettendo che “gli Stati Uniti se ne ricorderanno”.

L’accusa ha sorpreso Parigi, dove fonti governative affermano che la posizione del paese è rimasta inalterata: la Francia respinge solo gli aerei coinvolti nel conflitto e non tutti i voli (come invece fa la Spagna). Forse Trump ha confuso la Francia con la Spagna, o magari con l’Italia, che il 31 marzo ha rifiutato l’atterraggio di due bombardieri nella base militare di Sigonella? Resta il fatto che l’Europa è il bersaglio principale della rabbia del presidente statunitense, e poco importano i dettagli, veri o falsi che siano.

Trump è oggettivamente nei guai, perché le sue minacce apocalittiche non riescono a far cedere i sopravvissuti del regime iraniano. Se Washington non si deciderà ad avviare un’operazione sul campo, tra l’altro estremamente rischiosa, potrebbe optare verso una ritirata, proclamando che gli Stati Uniti hanno fatto la loro parte e che ora tocca agli “altri”, ovvero agli europei e ai paesi del Golfo, ristabilire la navigazione nello stretto di Hormuz.

Questa opzione è piuttosto comoda. Se il prezzo del petrolio resterà alto, sui mercati internazionali e alle pompe di benzine, Trump potrà sempre sostenere che la colpa è degli europei buoni a nulla. “Andatevi a prendere il petrolio da soli”, ha scritto il 31 marzo rivolgendosi agli europei. D’altronde questo è il principio cardine del capro espiatorio: far ricadere sugli altri la responsabilità dei propri errori.

Gli europei hanno sottolineato di non essere stati né avvertiti né coinvolti nei piani di Israele e Stati Uniti, e ora non hanno alcuna intenzione di lasciarsi coinvolgere. Alcuni paesi, tra cui la Francia, si sono detti pronti a mettere in sicurezza lo stretto di Hormuz, ma solo dopo la fine dei combattimenti e verosimilmente senza usare la forza.

Al di là dell’Iran, questa crisi di nervi transatlantica è il segno di un divorzio sempre più netto. Nei 15 mesi trascorsi da quando è tornato alla Casa Bianca, Trump si è comportato da imperatore, disprezzando apertamente quelli che non intende più considerare “alleati”. Gli europei lo hanno accettato per non compromettere ciò che resta del sostegno all’Ucraina o della coesione della Nato.

Ma ora sembra essere arrivato il momento della verità. Trump ha spazzato via ogni ambiguità sul suo rifiuto dell’articolo 5 della Nato, quello che prevede il sostegno automatico a un paese aggredito. A dimostrazione del distacco statunitense, la Polonia ha ricevuto la richiesta di inviare in Medio Oriente una parte dei missili Patriots che ha comprato, nonostante si trovi a sua volta al confine con un paese in guerra. Varsavia ha rifiutato seccamente.

In una cosa, però, Trump sembra aver avuto successo: ha insegnato all’Europa a dire “no”. Nel 2003 la Francia aveva pagato caro il rifiuto opposto a George W. Bush e alla sua guerra in Iraq, ma ora la situazione è diversa: oggi è tutta l’Europa (o quasi) a non voler seguire gli Stati Uniti in un’avventura militare sconsiderata. È sicuramente un passo avanti.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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