L’apocalisse non ci sarà, o almeno non in tempi brevi. Donald Trump ha infatti rinunciato a distruggere le centrali elettriche iraniane, come aveva promesso di fare nel caso in cui Teheran non avesse sbloccato lo stretto di Hormuz. L’ultimatum statunitense, respinto dall’Iran, è scaduto la sera del 23 marzo. A questo punto restano forti dubbi sulle reali intenzioni del presidente americano.
Il post su Truth del 23 marzo, con cui Trump ha annunciato la propria decisione di non procedere a un’ulteriore escalation, ha avuto l’effetto sperato, innescando una ripresa delle borse e facendo diminuire il prezzo del petrolio. Chiaramente Trump si preoccupa più dell’indice di Wall street e degli indicatori della fiducia dell’opinione pubblica statunitense che degli sviluppi militari nel Golfo. E questi indicatori erano pessimi.
Al di là della crescita della borsa, che evidentemente fa parte dell’equazione, viene da chiedersi dove stia andando il presidente statunitense nell’ambito di una guerra che resterà un esempio di mancanza di obiettivi chiari. Trump non ha ritirato definitivamente la propria minaccia, ma ha semplicemente esteso l’ultimatum a cinque giorni, ovvero fino alla fine della settimana, dopo la chiusura delle borse. In questo senso il messaggio del 23 marzo non mette fine alla guerra (non ancora) anche se potrebbe aprire la strada verso un cessate il fuoco.
Nel suo post, Trump ha parlato di contatti stabiliti con il regime iraniano, motivo dell’estensione dell’ultimatum. Teheran ha formalmente smentito che siano stati avviati negoziati, ma in questo contesto nessuna delle parti in causa è tenuta a dire la verità.
La trattativa sarebbe stata condotta dagli inviati di Trump, l’imprenditore immobiliare Steve Witkoff e il genero del presidente, Jared Kushner. Sul versante iraniano c’è un nome che è stato citato ripetutamente dopo la decapitazione del regime: è quello di Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento. Considerato un rappresentante dell’ala più intransigente del regime, il 23 marzo Ghalibaf ha negato di aver preso parte a un negoziato con gli Stati Uniti.
Altre indiscrezioni parlano del ruolo di mediazione ricoperto da Pakistan. Non c’è da stupirsi, innanzitutto perché l’anno scorso Trump ha stabilito un rapporto imprevisto con il capo dell’esercito pachistano, invitato a cena alla Casa Bianca. Il Pakistan, inoltre, è molto attivo nel Golfo (dove ha stretto un accordo di difesa con l’Arabia Saudita) e condivide con l’Iran la popolazione dei beluci, che vivono al confine tra i due paesi.
In cosa consiste il negoziato? Per immaginarlo bisogna ritornare agli inizi della guerra e all’obiettivo dichiarato di un cambiamento di regime. Il 22 marzo un’inchiesta del New York Times ha rivelato che diverse settimane prima dell’inizio delle ostilità, il Mossad israeliano aveva presentato agli statunitensi un piano secondo cui sarebbe stato possibile organizzare una rivolta della popolazione iraniana dopo pochi giorni di bombardamenti intensivi. Questa prospettiva avrebbe convinto Trump a entrare in guerra al fianco di Tel Aviv.
Come sappiamo, la rivolta non è mai cominciata e il regime non è crollato dopo l’assassinio della guida suprema Ali Khamenei. Al contrario, il conflitto ha continuato ad allargarsi. L’Iran ha conservato una capacità di risposta che ha sorpreso gli statunitensi.
È davvero possibile arrivare a una soluzione diplomatica? Oltre al fatto che Israele difficilmente sarebbe d’accordo, Donald Trump dovrebbe fare i salti mortali per spacciare un compromesso per una “vittoria”. Allo stesso tempo ormai è chiaro che per il presidente statunitense è arrivato il momento di fare una scelta tra un’uscita più o meno onorevole dal conflitto, in modo da limitare i danni (anche con l’opinione pubblica americana), e un’escalation pericolosissima. L’apocalisse promessa dipende da questa decisione.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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