Come ormai sappiamo fin troppo bene, Donald Trump conduce la sua azione diplomatica sui social media. La sua portavoce lo ha confermato sottolineando che i tweet del presidente indicano la rotta. Di conseguenza dobbiamo prendere assolutamente sul serio il post con cui Trump, il 14 marzo, ha fatto appello a diversi paesi (tra cui Francia, Regno Unito e Cina) affinché inviino le loro navi da guerra per mettere in sicurezza lo stretto di Hormuz.
Il blocco del canale, da cui solitamente transita un quarto del petrolio mondiale (oltre a molti altri prodotti), ha creato una situazione di crisi su scala mondiale che minaccia di aggravarsi. L’invito di Trump, in questo contesto, ha due implicazioni: la prima è di ordine politico, la seconda militare.
La questione politica è semplice: i paesi a cui si rivolge il presidente statunitense sono evidentemente danneggiati dal blocco dello stretto, ma non hanno la minima voglia di partecipare alla guerra scatenata da Israele e Stati Uniti al di fuori da ogni quadro legale. Davvero possiamo immaginare la Cina, che dall’Iran riceve il petrolio, partecipare a un’operazione per favorire la navigazione al fianco degli Stati Uniti? È impensabile.
La Francia non ha ancora commentato l’invito di Trump, che è chiaramente motivo d’imbarazzo. Il presidente Emmanuel Macron ha inviato nel Mediterraneo orientale e nell’oceano Indiano una parte importante della marina nazionale, compresa la portaerei Charles de Gaulle. Parigi, inoltre, ha proposto di organizzare un’operazione europea per garantire la sicurezza nello stretto di Hormuz.
Resta però il fatto che né la Francia né gli altri paesi europei sono stati avvertiti o tantomeno coinvolti nella guerra contro l’Iran, e oggi non desiderano affatto essere costretti a partecipare. Il progetto di un’azione europea, in discussione il 16 marzo durante una riunione dei ministri degli esteri a Bruxelles, non dovrebbe concretizzarsi a guerra ancora in corso, ma solo dopo. Tuttavia, la linea che separa un’operazione europea indipendente da una partecipazione sostanziale alle operazioni è molto sottile.
Se il post di Trump aveva l’obiettivo di forzare la mano di francesi, britannici e italiani, allora nel migliore dei casi è un’iniziativa maldestra, mentre nel peggiore è controproducente.
La seconda questione è di natura militare: sul suo social network, Truth, Trump dice che gli Stati Uniti hanno distrutto “il 100 per cento delle capacità militari iraniane”, ma allo stesso tempo ammette di avere bisogno delle flotte di altri paesi per mettere in sicurezza lo stretto di Hormuz. Delle due, l’una.
Gli esperti assicurano che un’operazione per scortare le navi cisterna e mercantili sarebbe molto delicata, con l’impiego di mezzi militari considerevoli a lungo termine e costi elevatissimi, per di più contro un avversario che nonostante i bombardamenti massicci non è stato ancora piegato. I pericoli maggiori arriverebbero dalle piccole imbarcazioni dei guardiani della rivoluzione, nascoste nella miriade di porti iraniani e capaci di provocare danni enormi alle imbarcazioni in transito.
L’appello di Trump, in ogni caso, evidenzia il fallimento della strategia statunitense. Dopo due settimane di guerra, Washington è costretta a chiedere aiuto a paesi ripetutamente disprezzati e tenuti a distanza. Raramente gli Stati Uniti sono entrati in guerra in un simile stato di impreparazione e soprattutto senza capire cosa avrebbero affrontato. L’Europa commetterebbe un errore colossale ad accodarsi proprio in questo momento, su invito di un “commander in chief” che sembra caduto nella sua stessa trappola.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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