La mattina del 28 febbraio gli Stati Uniti e Israele hanno eseguito una serie di attacchi contro l’Iran. Pochi giorni dopo l’inizio delle ostilità, la guerra ha ormai coinvolto l’intera regione. L’Iran è bombardato quotidianamente, ma ha risposto lanciando missili e droni contro diversi paesi, tra cui naturalmente Israele, ma anche gli stati arabi del Golfo, colpevoli di essere alleati degli statunitensi.

Nel frattempo Tel Aviv ha rilanciato la sua guerra in Libano contro Hezbollah. Il 2 marzo, dopo un attacco dei droni iraniani contro la base navale francese di Abu Dhabi, la Francia ha inviato i caccia Rafale sui cieli degli Emirati Arabi Uniti.

Come possiamo capire questi eventi? E soprattutto, fino a che punto possono arrivare? Per rispondere a queste domande è indispensabile considerare la strategia degli attori principali di un conflitto che ha assunto una portata regionale.

Israele sta chiaramente cercando di sbarazzarsi dei suoi nemici, cioè l’Iran e i suoi alleati. Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 Tel Aviv ha assestato colpi durissimi, ma non fatali, sia a Hezbollah sia all’Iran, ancora in piedi dopo la cosiddetta guerra dei dodici giorni dell’anno scorso. L’11 febbraio, in occasione di un incontro a Washington, negli Stati Uniti, Benjamin Netanyahu è riuscito a convincere Donald Trump a ordinare nuovi raid contro l’Iran. È in quel momento che ha preso forma la guerra in corso.

Gli Stati Uniti condividono l’obiettivo di Israele? Sull’altra sponda dell’Atlantico la questione è molto discussa, anche perché Trump ha cambiato diverse volte versione sullo scopo della guerra, dal cambiamento di regime all’eliminazione del programma balistico della Repubblica islamica.

A Washington molte persone – tra cui il senatore democratico Mark Warner, esponente della “banda degli otto”, come sono definiti i parlamentari che hanno accesso alle informazioni dei servizi segreti – contestano il conflitto. Nonostante sia un sostenitore di Israele, Warner è convinto che non esistesse alcuna minaccia immediata per gli Stati Uniti, contrariamente a ciò che dichiara l’amministrazione.

Bisogna dunque capire cosa pensa di fare Trump, un uomo che è stato eletto due volte criticando gli interventi avventati all’estero. Comunque sia, dopo le vittorie facili ottenute in Venezuela e a giugno contro l’Iran, la presunzione del “comandante in capo” lo ha spinto verso una guerra che rischia di essere molto più complessa.

Infine il terzo attore principale, l’Iran. Teheran oggi ha un unico obiettivo: sopravvivere. A gennaio la Repubblica islamica ha represso nel sangue una rivolta popolare, e il 28 febbraio ha perso la sua Guida suprema, Ali Khamenei. Da allora l’Iran ha seguito una strategia del caos regionale che vorrebbe punire i paesi vicini, colpevoli di essersi compromessi con gli Stati Uniti e con Israele. Vincere la guerra è chiaramente impossibile, ma la sopravvivenza sarebbe già un risultato sufficiente.

Il seguito degli eventi dipende da diversi elementi, primo tra tutti la durata di un conflitto dagli obiettivi poco chiari per l’opinione pubblica statunitense, in un contesto segnato dalla crisi economica, dalla borsa in fase di stallo e dalla notizia dei primi morti americani. Dopo aver condotto guerre molto brevi, Trump avrà la determinazione per andare avanti a lungo? Gli israeliani, per parte loro, non hanno alcuna voglia di fermarsi prima di aver raggiunto i propri obiettivi.

Le vittime di tutto questo sono gli abitanti della regione, a cominciare dagli iraniani che rischiano di ritrovarsi ancora alle prese con un regime repressivo se per l’ennesima volta le promesse di Trump dovessero restare lettera morta. Il tiranno è morto, ma gli aguzzini sono ancora al loro posto.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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