Niente film delle grandi major hollywoodiane quest’anno a Venezia, anche se alcuni autori significativi angloamericani ci saranno e nel Concorso sfileranno le opere di nomi come Martin McDonagh, Casey Affleck e Danny Boyle con Ink, film d’apertura del festival.

Bisogna dire che questa 83ª edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica, almeno sulla carta, sembra essere ben messa per dialogare con le altre arti, giustificando ancora di più il suo nome.

Caratterizzata dall’autorialità e dalla sperimentazione fin dalla sezione Concorso, tra i nomi di richiamo ci sono quelli di una stella del festival di Cannes, il giapponese Hirokazu Kore’eda , quelli di maestri del cinema come Werner Herzog – che torna alla fiction con un film sorprendente e spiazzante – o Nanni Moretti, che torna in Concorso a Venezia dopo anni.

Glamour e underground

Tra i grandi nomi del cinema italiano, alcuni sono nella sezione Fuori Concorso (Gianni Amelio con Nessun dolore e Mario Martone con Scherzetto). E appunto niente cinema statunitense prodotto dalle major, in modo simile a quanto era successo nell’ultima edizione di Cannes, dove gli Stati Uniti, come ha ricordato anche il direttore della Mostra Alberto Barbera, erano rappresentati da produzioni indipendenti (Paper tiger di James Gray e The man i love di Ira Sachs, tra gli altri). Ma è vero che Venezia, nel bene e nel male, era connotata da questa relazione ormai da anni.

Questo non vuol dire che mancheranno le star e il glamour, a cominciare da George Clooney, che riceverà il Leone d’oro alla carriera. Premio meritato, come il Leone alla carriera attribuito a un’attrice che meriterebbe più attenzione come Ellen Burstyn, interprete di più di 150 film (da L’ultimo spettacolo di Peter Bogdanovich a Interstellar di Christopher Nolan, passando per Providence di Alain Resnais e Alice non abita più qui di Martin Scorsese, che le valse l’Oscar).

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Nella selezione ufficiale, e in particolare nella sezione Concorso, c’è molto spazio per il cinema dell’Asia orientale che, un po’ come per le arti visive, è l’area in cui negli ultimi anni sono fiorite gran parte delle innovazioni linguistiche e formali più potenti e originali.

Sorprende in particolare la presenza in Concorso di un maestro del cinema giapponese underground come Shin’ya Tsukamoto, dopo che negli anni si sono viste diverse sue ottime opere nelle sezioni parallele della Mostra. Ma pubblico e possibilità per questo cinema sono cambiati e fa bene Venezia a concorrere con Cannes su questo terreno.

Il vuoto visivo di Danny Boyle

E veniamo a Ink che arriverà nelle sale italiane con la Lucky Red. Chi scrive non ama per nulla il cinema di Boyle e spiace dire che questa sua nuova opera non fa eccezione. Il suo cinema sembra costruito su concetti molto elementari: immagine iperestetizzata attraverso colori saturi, inquadrature oblique ostentate, uso del suono brutale. Boyle fa parte del gruppo dei pubblicitari che fanno cinema e il cui capostipite possiamo forse identificare nel ben più talentuoso Ridley Scott, quantomeno ai suoi inizi, anche se ora è in sala il suo film più originale e autentico da lungo tempo, The dog stars, con Jacob Elordi.

Boyle racconta la vicenda della nascita, nel 1969, di un giornale popolare come il britannico The Sun, che operò una rivoluzione totale nella comunicazione (e probabilmente nella regressione intellettuale delle masse di cui le destre hanno tanto approfittato). I due artefici di questa rivoluzione in negativo furono Rupert Murdoch (Guy Pearce nel film) e Larry Lamb (Jack O’Connell), peraltro in conflitto perenne tra loro.

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Il regista, che cerca spesso di spacciare il suo cinema come un gesto punk o ciberpunk, non prende alcuna distanza dall’ideologia opportunistica e reazionaria diffusa da questi quotidiani, e dall’abbrutimento rabbioso e livoroso di cui sono portatori. Per Boyle è come se fossero autentici veicoli dello spirito popolare, invece che speculari all’ideologia delle destre populiste il cui grande successo Murdoch ha continuato ad alimentare negli anni con i suoi mezzi d’informazione, a cominciare da Fox News.

Forse sarebbe bello raccontare una storia del quotidiano popolare italiano nella sua grande epoca, dal Giorno a Paese Sera, passando per il Messaggero. Tutti questi, seppure con qualche concessione alle pulsioni basse, seppero anche elevare il loro pubblico.

Boyle avvolge il suo vuoto politico nel vuoto visivo: frastorna, accumula tagli d’immagine oblique come a voler sottolineare il caos e l’energia di questa pseudorivoluzione. Ma risulta tutto pesante, telefonato e privo di qualsiasi profondità. Nel suo cinema non si viaggia mai “dentro” l’immagine, tutto è troppo saturo per poterlo fare.

Werner Herzog senza tempo

Veniamo invece ora al grande film di Herzog, un vero artista (lo porterà in sala I Wonder Pictures). Il suo è un film invertito. Usiamo volontariamente un termine volgare comunemente usato per decenni per indicare e stigmatizzare gli omosessuali perché in fondo il film tratta proprio di questo: di tutto quello che non è tollerato dalla morale (pre)ordinata in un dato contesto.

Il titolo stesso suggerisce l’inversione come motivo fondante: Bucking fastard. Il lettore può facilmente invertire le rispettive iniziali delle due parole. Perché forse il “bastardo indomabile” del titolo è anche un “fottuto bastardo”.

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Herzog costruisce un film quasi senza tempo, senza indicazioni chiare sui luoghi (anche se tutto sembra indicare che siamo in un paese europeo di lingua inglese), in chiave surrealista: in tal senso non pare casuale la dedica a David Lynch, che ha scatenato gli applausi immediati alla proiezione stampa. Lynch, maestro della visione profonda, dell’estetizzazione che veicola massicciamente ”immagini fantasma” che si sedimentano nell’inconscio dello spettatore.

Jean e Joan Holbrooke sono due sorelle “così unite da parlare all’unisono, amare lo stesso uomo e condividere gli stessi sogni. Perfino i loro lapsus sono identici e pronunciati all’unisono”, si legge nella nota di produzione.

E infatti non solo sembrano due gemelle (si vestono uguale), ma a tratti sembrano quasi due sorelle siamesi (nelle prime sequenze, essendo sedute fianco a fianco, sembrano quasi attaccate l’una all’altra).

Jean e Joan hanno amato e amano alla follia un bell’uomo sposato che hanno sedotto e con il quale hanno costruito un’intensa relazione passionale. Ma la loro passione è incontenibile e incontrollabile, fanno danni, anche materiali, di cui si accorgono a malapena e così finiscono sotto processo. Le due ragazze, che tanto amano e al tempo stesso detestano quell’uomo, finiscono per esibire al processo una rabbia anch’essa indomabile, che fa perdere le staffe al giudice.

Condannate a mantenere la massima distanza da quell’uomo, finiscono con l’essere continuamente in fuga, ritrovandosi nella seconda parte in una splendida zona rurale. Il fatto è che essendo costantemente collocate sul limitare delle regole, delle convenzioni (spesso ipocrite), scatenano comportamenti indesiderati tra le persone più diverse, espressione dei desideri repressi dalle convenzioni sociali.

Ma loro fanno tutto in modo naturale, candido e sincero. Essendo fuori dal mondo rischiano però di restare forse per sempre in un altro mondo. La splendida, lunghissima sequenza finale in un tunnel da loro scavato nella montagna, e poi in una gigantesca grotta, annulla i confini, una volta di più tra fiction (onirica) e documentario (in cui Herzog negli ultimi decenni ha raggiunto risultati impressionanti per qualità), una costante del cinema di questi ultimi anni ma particolarmente evidente nelle edizioni della Mostra di Venezia, come sottolineato da Barbera. La sua direzione ha conferito una collocazione centrale al documentario, portandolo anche in Concorso (e talvolta facendogli vincere il Leone d’oro).

Se il cinema è sguardo, invece che con lo sguardo delle due protagoniste, Herzog inverte il paradigma e preferisce farci vedere come il mondo reagisce alla loro anarchica, indomabile e naturale sovversione delle cose.

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