“Mia sorella, che vive a Parigi, mi racconta che una sera è al cinema a vedere un documentario su non so quale artista. Nel film compaiono diverse interviste a colleghi e personaggi celebri che ne tessono le lodi. A un certo punto, fra gli intervistati, appare Yoko Ono. La gente in sala comincia a urlare ‘Stronza!’, qualcuno perfino ‘Puttana!’. Mia sorella è meravigliata di come il pubblico di una sala cinematografica, per tradizione silenzioso e attento, si trasformi all’improvviso in una curva da stadio solo per la presenza di Yoko sullo schermo. Un odio incontenibile, che viene espresso a parole, a insulti. Che, letteralmente, non può essere taciuto, neanche nel buio di un cinema” (Matteo B. Bianchi, Cara Yoko. Dichiarazione d’amore per una donna circondata d’odio, Utet 2026)
Yoko Ono è stata una delle donne più odiate della seconda metà del novecento. Soprattutto nel mondo della musica pop era vista come la donna che aveva fatto sciogliere i Beatles, l’urlatrice incapace, l’artista cervellotica e incomprensibile, la strega giapponese che aveva rovinato John Lennon in un gran concentrato d’ignoranza, misoginia e razzismo.
Yoko Ono non è mai stata nessuna di queste cose: ci sono voluti anni di documentari, rivalutazioni, articoli e libri per giungere alla conclusione che no, non era stata lei a far sciogliere i Beatles, che non è un’urlatrice incapace ma una musicista d’avanguardia che in Giappone aveva avuto una solida preparazione classica e che John Lennon, conoscendo lei, era riuscito a infrangere quel carapace di adulazione e irrealtà che solitamente s’incrosta intorno alla gente molto famosa.
Yoko Ono, nata nel 1933 a Tokyo e trasferitasi definitivamente a New York dopo la guerra, è soprattutto un’artista: è stata tra le fondatrici dl movimento Fluxus ed è stata un’anima dell’avanguardia newyorchese.
Nel novembre del 1966 Yoko Ono conobbe John Lennon a Londra, mentre finiva di preparare una sua mostra intitolata Unfinished paintings alla Indica Gallery. John era “più famoso di Gesù” ma lei non sapeva chi fosse: in quel contesto l’artista famosa era lei.
O, meglio, forse Yoko fece finta di non sapere chi fosse visto che era già entrata in contatto con Paul McCartney e sapeva benissimo chi fossero i Beatles. Oppure era sincera perché era troppo occupata ad allestire la sua mostra per collegare ai Beatles quel ragazzo allampanato che il gallerista, John Dunbar, le presentò come un possibile collezionista.
Non lo sapremo mai, come è normale non sapere tutti i dettagli del primo contatto tra due persone che in breve si sarebbero innamorate. In ogni caso il loro incontro era stato una specie di happening, con lui che arrampicato su una scala, grazie a una lente d’ingrandimento, leggeva la microscopica scritta “Yes” sul soffitto. In perfetto stile Fluxus John Lennon era diventato parte di un’opera di Yoko Ono, Ceiling painting/Yes painting, e in qualche modo leaveva detto subito yes.
Yoko Ono mette in scena la sua performance Cut piece nel 1965 a New York. Il pubblico è invitato ad avvicinarsi a lei per tagliarle con delle forbici un pezzo di vestito
Dopo quel fatidico sì londinese John e Yokodiventarono partner nella vita e nell’arte. I Beatles si sciolsero nel 1970 e da allora Yoko, si è trasformata da bitch (”stronza”,un insulto rivolto spesso alle donne creative e indipendenti) in witch, strega. Una sola consonante per una sfumatura tutta nuova, ma anche arcaica, di misoginia.
Nel 1973, in un suo intervento alla First international feminist conference alla Harvard university, Yoko Ono disse: “I was considered an ugly woman, ugly Jap, who took your monument or something away from you” (Ero considerata una donna brutta, una brutta giapponese che vi ha portato via il vostro monumento o qualcosa del genere). Ugly e jap: un bel duetto di misoginia e razzismo, appunto.
Da strega e vedova
Quando pronunciò quelle parole in pubblico suo marito era ancora vivo. E quando l’8 dicembre del 1980 John Lennon fu ucciso sotto casa da uno squilibrato Yoko da strega fu pubblicamente trasformata in vedova inconsolabile. Poteva essere il suo momento per farsi amare dal pubblico di John: come artista e come sua compagna non ci era riuscita, come vedova in gramaglie avrebbe potuto farlo facilmente.
Ovviamente non lo accettò. E il 3 giugno del 1981, meno di sei mesi dopo l’omicidio di John Lennon, fece uscire il suo album più importante: Season of glass.
Goodbye sadness (1981)
Yoko Ono è anzitutto un’artista visiva: la copertina dell’album mostra una finestra aperta su Central park: su un tavolo un bicchiere mezzo pieno d’acqua e gli occhiali di John sporchi di sangue. L’unica cosa che le rimaneva del marito. David Geffen, il capo dell’etichetta che avrebbe pubblicato l’album, consigliò all’artista di cambiare copertina perché “di cattivo gusto”. Yoko, come tante altre volte nella sua vita di artista, disse di no.
La casa discografica mi chiamò e mi disse che i negozi di dischi non avrebbero messo in vendita il disco se non avessi cambiato la copertina. Non capivo. Perché? Mi dissero che era di cattivo gusto. Mi sentivo come una persona coperta di sangue che entra in un salotto pieno di gente e annuncia che suo marito è morto, che il suo corpo è stato portato via e che quel paio di occhiali è l’unica cosa che è riuscita a recuperare; e tutti la guardano e le dicono che mostrare quegli occhiali è di cattivo gusto. Non cambierò la copertina. Questo è ciò che John è adesso, dissi”.
L’immagine è un concentrato potremmo dire “pop” della poetica Fluxus di Yoko Ono: c’è un momento della vita fermato in una foto, ci sono gli alberi e ci sono i profili dei grattacieli di New York, c’è un bicchiere mezzo pieno e c’è “quello che John è adesso”, i suoi occhiali insanguinati.
Glass significa sia vetro, la finestra attraverso cui tutti noi stiamo guardando il lutto di Yoko Ono, sia bicchiere (il bicchiere mezzo pieno d’acqua) e glasses significa anche occhiali, tutto ciò che le rimane del marito. C’è l’ironia del bicchiere mezzo pieno, il gioco linguistico da artista concettuale, l’equilibrio compositivo e la quiete da stampa ukiyo-e, quel senso molto giapponese di un momento fermato nel tempo.
In quella foto ritenuta di cattivo gusto, l’artista Yoko Ono continua a parlare con l’artista John Lennon e sembra dirgli: eccoci qui, ora noi due siamo questo, un bicchiere e un paio d’occhiali appoggiati su un davanzale. Ogni coppia parla un suo linguaggio privato e Yoko Ono lo ha voluto condividere con chi avrebbe ascoltato il suo disco.
La vita dopo il lutto
Season of glass però non è una riflessione sul lutto come fu L’anno del pensiero magico per Joan Didion, tutt’altro. Alcune canzoni esistevano già e, soprattutto, Yoko torna in studio con molti dei musicisti che avevano appena lavorato con lei e John sull’album Double fantasy: Tony Levin al basso, Earl Slick e Hugh McCracken alle chitarre, Andy Newmark alla batteria.
Solo che questa volta a produrre l’album insieme a Yoko c’è Phil Spector, figura leggendaria degli anni sessanta all’apoca già controverso e ingestibile. È quasi lo stesso mondo sonoro di Double fantasy, ma improvvisamente è venuta a mancare una delle due voci. Se Double fantasy era stato costruito come una conversazione tra marito e moglie, Season of glass è il suono di una conversazione interrotta.
Eppure il disco comincia con un addio alla tristezza. Goodbye sadness è una canzone luminosa, quasi ostinatamente ottimista: “Goodbye sadness, goodbye sorrow”, addio tristezza, addio dolore, canta Yoko. Una scelta che sembra paradossale per un disco pubblicato meno di sei mesi dopo l’assassinio del marito, ma che rivela subito qualcosa di importante su Season of glass: Yoko non vuole costruire un mausoleo, qualcosa di simile a quel monument che era diventato suo marito agli occhi del pubblico. Il dolore c’è, naturalmente, ma convive con la vita che continua, con l’ironia, con la rabbia e perfino con una specie di allegria.
Bisogna aspettare No, no, no, la terza traccia della seconda facciata, perché il trauma irrompa nel modo più brutale: quattro colpi di pistola e poi un urlo. Subito dopo, però, ancora una volta arriva una canzone. Una canzone nervosa, dissonante, sghemba, quasi new wave. È uno dei meccanismi più interessanti dell’album: l’avanguardia di Yoko, gli urli, i rumori, la voce usata come materia, convivono con una scrittura pop molto più tradizionale di quanto la sua reputazione avrebbe lasciato immaginare.
In Nobody sees me like you do la voce diventa fragile. Yoko sembra cantare soprappensiero per ricordarci che quando muore una persona cara non ci sarà più nessuno in grado di guardarci nello stesso modo; in Silver horse il lutto prende la forma obliqua di una fiaba; in Toyboat una piccola barca giocattolo continua a navigare in mezzo alla tempesta.
E poi c’è I don’t know why, scritta la notte dopo l’assassinio di Lennon: qui non c’è nessuna elaborazione del dolore, solo incredulità, rabbia e una domanda che non può avere risposta. Yoko canta con una voce che a tratti sembra sul punto di rompersi, ma non cerca mai di renderla più bella o più composta. La voce per lei è materia, come il colore o come un brandello di cotone della sua performance degli anni sessanta Cut piece, in cui sedeva immobile in una sala mentre il pubblico, armato di forbici le strappava il vestito che aveva addosso.
Season of glass è qualcosa di più di un disco sul lutto. Per anni a Yoko Ono era stato rimproverato di non saper cantare, di avere una voce sgradevole, di urlare. Ora quella voce imperfetta è esattamente ciò di cui queste canzoni hanno bisogno. Non c’è la vedova dignitosa che il pubblico avrebbe potuto finalmente compatire e perdonare. C’è ancora Yoko Ono: ironica, furiosa, sentimentale, a volte perfino buffa, capace di passare da una melodia pop quasi zuccherosa a un grido che mette a disagio.
Più di quarant’anni dopo, la cosa che colpisce di Season of glass non è quanto sia triste. È quanto sia vivo. Il bicchiere sulla copertina non è vuoto: è mezzo pieno. Dietro gli occhiali insanguinati gli alberi di Central park sono verdi, New York continua a esistere e Yoko Ono continua a fare quello che aveva sempre fatto, molto prima di conoscere John Lennon: trasformare la vita in un flusso di coscienza e di arte.
Quindici anni prima, arrampicato su una scala in una galleria londinese, Lennon aveva guardato attraverso una lente d’ingrandimento e sul soffitto aveva trovato una parola: yes. Dopo tutto quello che è successo, Season of glass è forse il modo di Yoko Ono per continuare a dirgli sì.
Yoko Ono
Season of glass
Geffen, 1981
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