Nell’impianto della Tata Steel di IJmuiden, alla periferia di Amsterdam, colate di acciaio fuso simile alla lava riempiono contenitori lunghi e sottili in cui il metallo si solidifica in lastre identiche di 13 metri per un metro.
Il prodotto finale, però, si fa su misura in base agli ordini dei clienti: involucri per batterie a tenuta stagna, parti destinate ad assorbire gli urti nelle automobili, lattine in cui è possibile conservare gli alimenti per anni.
Poche aziende al mondo sono in grado di produrre acciaio di questa qualità. Eppure anche la Tata Steel si scontra con la stessa realtà con cui devono fare i conti tutte le acciaierie: gli impianti producono più acciaio di quello che il mondo può usare.
Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), la produzione di acciaio in eccesso dovrebbe raggiungere i 721 milioni di tonnellate entro il 2027.
Una soluzione sarebbe semplicemente farne meno, ma c’è un problema: nessun paese vuole essere il primo a smettere di produrre un materiale considerato essenziale per l’economia e la sicurezza nazionali.
La produzione di acciaio ha sempre avuto un ruolo particolare, come simbolo di potenza economica e prestigio internazionale. L’acciaio costituisce il tessuto della vita moderna, usato non solo per costruire edifici, strade, automobili, frigoriferi, dispositivi elettronici, forchette e viti, ma anche per armi, carri armati e aerei da guerra.
In Europa la consapevolezza di non poter più contare sugli Stati Uniti per la sicurezza del continente ha reso ancora più evidente l’importanza dell’acciaio nel campo della difesa.
“L’acciaio è fondamentale per la forza industriale del Regno Unito, per la nostra sicurezza e per la nostra identità come potenza globale di primo piano”, ha detto al parlamento Jonathan Reynolds, segretario per il commercio e l’industria britannico, quando ad aprile il governo ha approvato una normativa d’urgenza per prendere il controllo degli ultimi due altiforni attivi nel paese.
Elisabeth Braw, del centro studi Atlantic council, ricorda che nessuno stato può produrre tutto quello di cui ha bisogno. Ma l’acciaio, aggiunge, “fa sicuramente parte della lista” dei prodotti a cui un governo deve poter accedere in ogni momento.
Più economico dell’acqua in bottiglia
Nell’ultimo decennio l’acciaio a buon mercato della Cina ha inondato i mercati mondiali. L’enorme numero di impianti siderurgici cinesi – costruiti in parte con il sostegno del governo e spesso senza i vincoli ambientali richiesti in Europa – produce più acciaio (e alluminio) di tutti gli altri paesi del mondo messi insieme. Con il rallentamento dell’economia cinese, una quantità maggiore di questi metalli viene esportata all’estero a prezzi stracciati.
Il risultato è un crollo generale dei prezzi e dei profitti, con un conseguente aumento della disoccupazione nel settore. Misurato al chilo, l’acciaio oggi costa meno dell’acqua in bottiglia. A maggio l’Ocse ha avvertito che la riduzione dei guadagni sta rendendo difficile investire nelle tecnologie a basse emissioni di anidride carbonica, che sono essenziali per raggiungere gli obiettivi climatici.
Questa situazione ha messo i governi in una situazione difficile: vogliono proteggere i posti di lavoro e un’industria considerata cruciale per la sicurezza nazionale, ma anche ridurre le spese e risparmiare sugli aiuti economici. Vogliono accelerare la transizione verso le energie pulite, ma anche produrre acciaio a costi competitivi.
“È uno delle eredità più difficili dell’era della globalizzazione”, spiega Braw. Nessuno si aspettava che il mercato “potesse essere distorto così e soprattutto non al punto da scontrarsi con gli interessi della sicurezza nazionale. Eppure questa è la situazione in cui viviamo”.
In primavera la multinazionale indiana Tata ha annunciato 1.600 licenziamenti nell’impianto di IJmuiden. L’anno scorso le acciaierie dei 27 paesi dell’Unione europea hanno tagliato complessivamente 18mila posti di lavoro, riducendo la capacità produttiva di nove milioni di tonnellate.
Nei primi sei mesi del 2025 la Germania (primo produttore europeo) ha registrato un declino dell’11,6 per cento nella produzione di acciaio (più di 17 milioni di tonnellate) rispetto allo stesso periodo del 2024.
L’Unione europea sta imponendo dazi commerciali nel tentativo di impedire alla Cina di scaricare il suo acciaio a basso costo sui mercati europei. Tuttavia il flusso di acciaio cinese sembra inarrestabile e ha spinto paesi come la Corea del Sud e il Giappone, che tradizionalmente non sono esportatori, a lanciarsi nella caccia ai compratori esteri.
“È un effetto domino”, spiega Lucia Sali, responsabile delle comunicazioni per la European Steel Association.
Oltre ai costi per la manodopera e l’energia, alle tecnologie ormai superate e alla competizione feroce della Cina, i produttori europei devono fare i conti anche con i dazi punitivi voluti da Donald Trump. Il mese scorso gli Stati Uniti hanno imposto una tassa del 50 per cento su quasi tutte le importazioni di acciaio e alluminio (il doppio di quanto annunciato a marzo) nel tentativo di proteggere e sostenere i produttori locali.
I dazi di Trump non solo minacciano di ridurre significativamente la quantità di acciaio che l’Europa può vendere negli Stati Uniti, ma spingeranno altri produttori a esportare di più verso l’Europa, aumentando ulteriormente la concorrenza per le aziende del continente.
Transizione lunga
In questo contesto, il Regno Unito è in una posizione migliore rispetto alla maggioranza degli altri paesi. Trump, infatti, ha esentato i britannici dal 25 per cento di tassazione extra sull’acciaio e l’alluminio e ha promesso di rimuovere in futuro il restante 25 per cento.
Eppure gli impianti britannici faticano a tirare avanti.
In primavera il governo di Londra ha assunto il controllo del complesso British Steel di Scunthorpe, una città industriale nell’Inghilterra del nord. Jingye, la società cinese che era proprietaria dell’impianto, aveva minacciato di chiuderlo citando perdite per 700mila sterline al giorno. I due altiforni dello stabilimento sono gli ultimi nel paese in grado di produrre acciaio solo con ferro e carbone, senza usare metalli riciclati.
L’anno scorso il governo britannico ha stanziato 500 milioni di sterline per sostenere la Tata Steel (che gestisce un grande impianto a Port Talbot, in Galles) nella transizione verso un altoforno elettrico meno inquinante che funziona riciclando l’acciaio.
In Olanda l’impianto della Tata Steel di IJmuiden è in condizioni migliori di quelli britannici. La struttura, vicino a una spiaggia pubblica, è la seconda più grande d’Europa (è grande come 1.100 campi da calcio) e, nell’industria, è tra i principali datori di lavoro nel paese.
L’impianto offre un panorama di enormi ciminiere e montagne di polveri di ferro e carbone. Entro il 2030 la Tata Steel vorrebbe convertire lo stabilimento (oggi alimentato a carbone) per usare idrogeno e gas naturale, e sta negoziando con il governo olandese per ottenere finanziamenti.
L’azienda continua a investire nella prossima generazione di lavoratori, coinvolgendo ogni anno 150-200 persone nei suoi corsi di formazione.
Ma anche l’impianto di IJmuiden deve affrontare diversi problemi. Le istituzioni olandesi hanno fatto causa alla Tata Steel per una serie di sanzioni non pagate e per chiudere un forno a coke che emette sostanze tossiche. La transizione verso una tecnologia a basse emissioni costerà miliardi di euro e avrà bisogno di molto tempo prima di essere completata.
Secondo varie stime, oggi produrre acciaio negli altiforni elettrici a idrogeno verde o con altri metodi ecologici riduce le emissioni, ma costa fra il 30 e il 60 per cento in più.
E poi ci sono i dazi. In un comunicato recente, la Tata fatto sapere che il 12 per cento delle vendite è “legato agli Stati Uniti” e che il rincaro del 25 per cento imposto sulle tariffe doganali ricadrà sui compratori americani, tra cui Ford Motor, Chrysler, Caterpillar e Duracell.
Ma, ha aggiunto l’azienda, con dazi al 50 per cento il suo acciaio “diventerebbe troppo caro”.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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