Quando arriva la bassa marea, Johana Carolina Cruz Potes si addentra nella distesa fangosa che circonda Isla Costa Rica, nell’arcipelago di Jambelí, in Ecuador. Portando con sé un secchio e un piccolo uncino di metallo, setaccia le radici delle mangrovie alla ricerca della concha negra, un mollusco commestibile che vive sotto il fango.

Cruz Potes ha cominciato a fare questo lavoro a nove anni, quando per la prima volta seguì il padre nel fango. Negli ultimi anni, però, sopravvivere con la raccolta di molluschi (spesso l’unica fonte di reddito per le famiglie locali) è diventato più difficile. Le zone disponibili stanno diminuendo, così come la quantità di animali.

Cruz Potes, 32 anni, è sicura di chi sia la responsabilità. Indicando una grossa vasca, dice: “Da quando sono arrivati gli allevamenti di gamberetti, hanno abbattuto gli alberi per costruire le vasche. Ma le conchas vivono tra le radici, e senza radici spariscono anche loro”.

Nell’ultimo decennio la produzione di gamberetti in Ecuador è quasi quadruplicata, superando il petrolio come principale prodotto di esportazione. La maggioranza dei crostacei fa rotta verso la Cina, gli Stati Uniti e l’Europa. E dopo l’eliminazione dei dazi doganali, le esportazioni sono aumentate ulteriormente.

La crescita della produzione ha spinto gli allevamenti ancora più all’interno di territori già segnati dalla deforestazione. Tra il 1969 e il 1999 l’Ecuador ha perso fino al 43 per cento delle sue foreste di mangrovie, e gli allevamenti di gamberetti coprono una superficie una volta e mezza più grande di quella delle mangrovie rimaste.

Oggi in Ecuador il disboscamento delle mangrovie è vietato. Nonostante la crescita esponenziale della produzione, i rappresentanti dell’industria dei gamberetti sostengono che la conversione dei terreni per gli allevamenti si sia interrotta. I residenti e gli scienziati, però, credono che la distruzione dell’ecosistema delle mangrovie sia ancora in corso.

“La gente pensa che la distruzione di questi alberi avvenisse solo in passato”, spiega Eduardo Rebolledo Monsalve, ricercatore all’università cattolica di Esmeraldas. “Ma non è così”.

I dati raccolti dal Trase, un’iniziativa per la trasparenza nella catena di produzione e distribuzione, indicano che tra il 2014 e il 2019 gli ettari di mangrovie convertiti in vasche per l’allevamento dei gamberetti sono stati 427, soprattutto nella provincia di Guayas, il centro della produzione del paese. Un altro studio basato sul telerilevamento ha rivelato che nei quattro anni successivi sono scomparsi 2.900 ettari di mangrovie, quasi la metà all’interno di aree protette.

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Nel gennaio 2024 un’operazione della marina ha individuato una radura di dieci ettari nel Manglares Don Goyo, nell’area interna del golfo di Guayaquil, considerata una zona umida di importanza internazionale in base alla convenzione di Ramsar.

Luis Ángel Flores Ramírez, un pescatore di granchi della provincia meridionale di El Oro, dove l’allevamento di gamberetti è cominciato, racconta che oggi gli allevatori disboscano appezzamenti più piccoli “con il pretesto di potare le piante o di dover scavare un canale o costruire una diga”.

Più a nord lungo la costa, Pablo Roberto Demera, leader dell’associazione di pescatori Asopesanjocha, racconta una storia simile. “Ogni volta che riparano l’argine di una vasca, si allargano di un paio di metri, poi di altri due e così via”, spiega.

Sostanze inquinanti

I danni non si limitano al disboscamento. Gli allevamenti di gamberetti, infatti, possono interrompere il normale corso delle maree che mantengono umido e ossigenato il terreno in cui crescono le mangrovie. “Quando gli argini, i canali e i muri delle vasche bloccano questo scambio, il fango può seccarsi e indurirsi, la salinità può variare e gli alberi ancora in piedi possono morire lentamente”, spiega Rebolledo Monsalve.

Gli allevamenti di gamberetti, inoltre, scaricano acqua negli estuari. La legge ecuadoriana vieta lo scarico di acque reflue non trattate, che possono contenere materia organica e nutrienti provenienti da mangimi, escrementi e fertilizzanti. Tuttavia uno studio del 2023 ha riscontrato che le mangrovie vicino agli allevamenti dei crostacei a Esmeraldas avevano livelli di ammonio e fosforo due volte e mezzo superiori al normale. Una valutazione di Seafood watch ha stimato che più della metà degli scarti provenienti dagli allevamenti di gamberetti è stata rilasciata direttamente nell’ambiente. Un ex lavoratore di un allevamento di La Libertad dice: “Tutto finisce direttamente nell’estuario e l’acqua si ricopre di schiuma bianca”.

Una sostanza molto usata è il metabisolfito di sodio, usato per evitare il deterioramento dei gamberetti pescati. Secondo Mauricio Cruz, pescatore di Huaquillas, questa sostanza alimenta i timori legati all’inquinamento. Non è raro vedere pesci morti.

Máximo Jordán, presidente di un’associazione di pescatori e raccoglitori di granchi di Puerto Roma, un villaggio circondato da più di 150 bacini per l’allevamento dei gamberetti nel golfo di Guayaquil, spiega che i pescatori di granchi hanno individuato una serie di condutture che secondo loro convogliano i sedimenti dragati verso le mangrovie. “Perché non li scaricano nei loro canali?”, si domanda. “Li spingono trecento metri all’interno della foresta contaminando gli alberi e uccidendo i granchi”.

Secondo Wendy Chávez-Páez, ricercatrice ambientale dell’Istituto tedesco per lo sviluppo e la sostenibilità, non si fa abbastanza contro l’inquinamento. “Ci sono pochi fondi per studiare gli effetti di queste attività e soprattutto manca la volontà politica, perché i gamberi hanno una grande importanza sul piano economico”, dice.

Nonostante le proteste delle comunità locali e degli attivisti, il presidente della camera nazionale dell’agricoltura dell’Ecuador, José Antonio Camposano, nega che gli allevatori di gamberetti iscritti all’associazione stiano inquinando le acque circostanti. “Se la qualità dell’acqua è scarsa, i livelli di ossigeno sono bassi o ci sono sostanze che non dovrebbero esserci, i crostacei si ammalano e smettono di crescere e di mangiare”, spiega.

Controlli inadeguati

A peggiorare la situazione c’è un sistema di controllo inadeguato a individuare i danni. A Esmeraldas, dove ci sono più di 200 allevamenti di gamberetti, c’è solo un ispettore per l’acquacoltura, tra l’altro senza un mezzo di trasporto. Le comunità possono segnalare i danni appoggiandosi agli accordi per la protezione delle mangrovie in vigore dal 2000, ma raramente le denunce portano a sanzioni. Dal 2019 l’associazione 15 de Enero, che supervisiona un’area di 3.330 ettari a El Oro, ha presentato 17 denunce.

“Sfortunatamente non vanno mai oltre il dipartimento legale del ministero”, spiega Flores Ramírez, ex presidente dell’associazione. “Non c’è una reale volontà di punire le violazioni”. In un solo caso la denuncia di una vasca illegale ha portato a una multa. “Ma alla fine la vasca non è stata rimossa e le mangrovie non sono state ripristinate”, aggiunge.

Dal 2019 il ministero dell’ambiente ha esaminato 44 esposti relativi a El Oro. Quando abbiamo chiesto delle sanzioni, nessuno ci ha risposto.

Jordán racconta che la sua associazione ha presentato una denuncia per lo scarico di sedimenti nella provincia di Guayas. Le autorità hanno ispezionato l’area, ma non hanno mai dato una risposta ufficiale.

Secondo Ramírez, chi denuncia corre il rischio di subire ritorsioni. Un pescatore di granchi di El Oro lo conferma: “Vengono a casa per minacciarti. Ma se non ci facciamo avanti rischiamo che il ministero ci tolga anche la piccola area in cui abbiamo il permesso di pescare”.

Secondo Chávez-Páez questo evidenzia i limiti degli accordi di tutela: “Sono uno strumento potente”, ammette, “ma affidano il compito di proteggere le mangrovie alle comunità povere invece che agli enti statali e alle aziende che hanno le risorse per farlo”.

L’anno scorso Aquaculture stewardship council, la società alimentare francese Labeyrie Fine Foods e il produttore ecuadoriano Omarsa hanno annunciato un progetto per ripristinare dieci ettari di mangrovie a Cerrito de los Morreños, con alberi di un vivaio che, secondo Omarsa, avrebbe favorito lo sviluppo della comunità.

I progetti di ripristino ambientale avviati dall’industria dei gamberetti non sono una novità, e un rapporto del 2011 della società svedese per la tutela della natura aveva rivelato che l’area ripristinata in uno degli allevamenti di Omarsa era molto più piccola rispetto alle promesse iniziali.

Secondo Nadia Romero Salgado, ricercatrice che studia i conflitti sociali ed ecologici provocati dall’industria dei gamberetti in Ecuador, queste iniziative possono avere effetti positivi, ma rischiano di abbellire l’immagine di un settore che non si è ancora assunto la responsabilità per i danni del passato.

Su Isla Costa Rica, intanto, il ripristino delle mangrovie somiglia a una forma di resistenza. Alexander Alvarado Reyes, 36 anni, presidente dell’associazione locale per le mangrovie, afferma che i residenti hanno piantato mangrovie in un’area un tempo usata per la raccolta di molluschi. Alcune hanno messo radici, altre sono state portate via dalle correnti o divorate dalle lumache. Ma dove gli alberi sono sopravvissuti, il fango è tornato ad ammorbidirsi. Con un po’ di fortuna, torneranno anche i molluschi.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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