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Due giorni nella vita di due persone innamorate. Il primo, quando tutto comincia, e l’ultimo, quando ci si lascia. A chi legge, la possibilità di immaginare cosa è successo in mezzo. In questa puntata: Sophie, 60 anni.

Il primo giorno

“Ho appena finito un importante lavoro di scrittura portato avanti da sola. Soffro la solitudine, ma finora non avevo abbastanza tempo da dedicare a qualcuno, non volevo fargli pesare il mio carattere ansioso. Consegnato il lavoro, si pone il problema della vita di tutti i giorni. Come trovare qualcuno? Ho sessant’anni e una cerchia ristretta di amici. Così mi rivolgo a un sito d’incontri, che definisce dei profili e ne verifica la compatibilità.

Il computer mi propone una persona che cattura la mia attenzione, con una vita intensa come la mia. I nostri gusti coincidono, trovo la sua foto un po’ severa, ma mi piace. È estate, vado in campagna per le vacanze, gli scrivo per email. Sono affascinata dal suo uso della lingua, dai suoi neologismi, dalla sua grande sensibilità per le parole. C’è una stratificazione nel linguaggio, per me è corpo, sensualità. Le sue parole mi sembrano così importanti che ne dimentico quasi il significato.

Arriva settembre, bisogna incontrarsi. Ho un po’ paura, il passaggio alla realtà non è una cosa da poco. Voglio cominciare una relazione duratura, e soprattutto riuscire ad amare per bene: senza sciocchezze né tradimenti. Ci diamo un appuntamento. Un po’ per sfida un po’ per ironia, gli propongo un pranzo all’Hotel Grand Amour, in rue de la Fidélité, a Parigi. Arrivo per prima, lui è in ritardo, ha un problema con il treno. Aspetto un po’ in disparte dal trambusto della sala, seduta a un tavolo rotondo, sfogliando dei giornali. Lancio regolarmente occhiate verso la porta.

È strano a dirsi, ma ciò che mi ha sedotta in lui è stato il suo modo di entrare nel ristorante. Non si è limitato a varcare la porta, è entrato di sbieco. La sua figura si è insinuata nella sala animata, ha guardato a destra e a sinistra, e mi ha fatto pensare a Woody Allen: ho percepito immediatamente la sua autoironia di fronte alla situazione, il suo imbarazzo. Eravamo impacciati, era il primo incontro online per entrambi. Dovevamo solo pranzare, ma siamo rimasti seduti per cinque ore. Un fiume di parole che alla fine mi stanca. Ho la schiena indolenzita, mi agito sulla sedia, lui passa la mano lungo la mia schiena, questa vicinanza mi sorprende. Alle 19 dico: ‘Vado a casa’.

Una settimana dopo mi invita da lui, per capire se Cupido ha fatto bene il suo lavoro. Passiamo la notte insieme, da quel momento siamo in due. Non amo la parola ‘coppia’, perché cosa si è quando si è in coppia? Essere in due mi sembra più bello, mi evoca una passeggiata fianco a fianco, in silenzio o parlando. La ‘coppia’ fa subito molto standardizzato. Mi sento bene, i miei amici mi trovano gioiosa e trasformata. Mi colpiscono le sue affermazioni molto ammirate nei miei confronti. Sono un po’ narcisista, amo i complimenti, ma insomma, non sono poi così ‘favolosa, intelligente e bella’”.

L’ultimo giorno

“Non legge romanzi. Mi rendo conto che il suo immaginario è bloccato, che il dialogo è complicato. La sera si lancia in monologhi che posso solo cercare di interrompere gridando: ‘Smettila!’. Noto progressivamente il suo rapporto con lo spazio e con gli oggetti: quando entra in casa mia, sbatte la valigia contro i muri come se niente fosse. Lascia le pentole bruciare sul fuoco, rompe in qualche modo la lavastoviglie. Dice: ‘Sono uno che distrugge tutto’. Comincio a pensare che qualcosa non quadri in lui. Credo di poterlo spingere a cambiare, ma lui non è capace di analizzare ciò che accade. Mi sforzo veramente di capire, e mi esaurisco mentalmente.

Durante un fine settimana in campagna, sto leggendo sul divano e lui viene da me per dirmi che all’ultimo convegno a cui ha partecipato ha desiderato un’altra donna. Accenna alla sua voglia di lasciarmi. Torniamo a Parigi in auto, ci separiamo educatamente sul marciapiede. Segue un mese di odio, alimentato da un continuo scambio virtuale, in cui ci diciamo cose molto dure. Non riesco a crederci, lui riscrive la storia, io cerco di smorzare i toni. Ceniamo insieme per affrontare le cose non dette, ma prima del dolce mi assale una grande stanchezza di fronte alla nostra incapacità di comunicare. Mi alzo e me ne vado. Mi raggiunge per strada, mi riaccompagna a casa per riprendere un libro. Lo faccio aspettare sul pianerottolo, gli restituisco il libro, richiudo la porta, sollevata, con un delizioso senso di estraneità.

Un mese dopo si rifà vivo, mi propone di andare a vivere insieme. Dopo gli episodi precedenti sono poco convinta. Tendo a somatizzare: mal di schiena, ansia, insonnia e così via. Alla fine mi lascia di nuovo con un messaggio: ‘È finita’. Per lui sarei troppo statica, troppo contemplativa e casalinga. Sono sempre più triste e stanca, ho l’impressione che il mio respiro e il mio ritmo cardiaco rallentino. Ci accordiamo per vederci un’ultima volta, una domenica sera, dove mi immagino di poter sturare il suo inconscio con una ventosa.

Ma più si avvicina l’appuntamento, più un’immensa angoscia mi pervade. Ho troppa paura, mi sento in pericolo. Allora lo chiamo, gli dico che non penso di poterlo vedere, che gli scriverò una lettera per spiegargli il perché. Il giorno dopo sono a casa mia in salotto, a leggere e lavorare un po’. A metà giornata arriva un suo messaggio: ‘Non voglio più avere nessun contatto con te’. È l’ultimo ricordo che ho, prima di risvegliarmi mercoledì in ospedale, coperta di tubi e di sensori, in terapia intensiva.

È stato un conoscente con cui avevo appuntamento a casa mia martedì sera a insospettirsi per il mio silenzio, e per il cane che abbaiava forte. Ha trovato la cosa strana, ha chiamato i pompieri che mi hanno trovata sul pavimento del salotto, in mezzo ai mobili rovesciati, coperta di lividi, come se fossi stata aggredita. Dopo quasi 48 ore di coma, mi sono svegliata in ospedale, né sorpresa né angosciata, solo rilassata. Un’infermiera mi scruta e ripete più volte: ‘Come sta Sophie? Qual è il suo nome, Sophie?’. Trovo la domanda stupida, capisco che in realtà a causa del coma, ho perso l’uso della parola. È tornata il giorno dopo.

Sono rientrata a casa dopo due settimane. Né ictus né meningite, tutti i valori sono tornati nella norma. Cammino con una stampella, cerco di farne un accessorio di moda. Per me è stata questa rottura a causare il mio crollo. È stato un incontro traumatico e il mio cervello è andato in protezione, tanta era illogica questa relazione. Io che amo così tanto le parole, non avevo più voglia di usarle”.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

Amore che vieni, amore che vai è una serie del quotidiano francese Le Monde che racconta il primo e l’ultimo giorno di una storia d’amore. Qui ci sono tutte le puntate.

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