Il segretario di stato statunitense Marco Rubio ha invitato i rappresentanti di più di 70 paesi, tra cui l’Italia, a una conferenza a Washington contro il “terrorismo transnazionale di estrema sinistra”.

“Per troppo tempo questa minaccia è stata ignorata e sottovalutata nonostante il pericolo che rappresenta”, si legge in una nota dell’amministrazione Trump condivisa con i vari governi. L’incontro del 16 luglio serve dunque a gettare le basi per una “azione coordinata” contro quei gruppi estremisti che “ricorrono a forme di violenza organizzata e letale per perseguire i propri obiettivi politici”.

Secondo il Washington Post, tuttavia, la conferenza è stata criticata da alcuni paesi alleati sia per lo scarso preavviso sia per il contenuto. Alcuni funzionari europei hanno detto al quotidiano statunitense che la sinistra radicale non è un pericolo per la sicurezza nazionale né una minaccia prioritaria per l’ordine pubblico.

Secondo il rapporto Europol sul terrorismo del 2026, per esempio, la principale matrice degli attacchi in Europa è quella jihadista, mentre sono in crescita fenomeni fluidi come l’estremismo nichilista violento, che combina ideologie diverse e riguarda soprattutto persone giovanissime.

Negli Stati Uniti, secondo le ricerche dei professori Art Jipson e Paul Becker dell’università di Dayton, la maggior parte degli attacchi politici letali è invece riconducibile all’estrema destra. Negli ultimi anni, scrivono i due su The Conversation, i terroristi suprematisti sono infatti responsabili “della stragrande maggioranza delle vittime causate dal terrorismo interno”.

Un’analisi condotta nel 2025 dal Center for strategic and international studies (Csis) ha rilevato che, sebbene la violenza della sinistra radicale negli Stati Uniti sia aumentata nell’ultimo decennio, “partiva da livelli molto bassi e continua a rimanere nettamente inferiore ai livelli di violenza riconducibili ad attentatori di estrema destra e jihadisti”.

Cos’è il movimento “antifa”

Ignorando questi dati, la seconda amministrazione Trump ha focalizzato la sua strategia antiterrorismo quasi esclusivamente sull’estrema sinistra, e in particolare sugli “antifa”.

Questo termine, che è un’abbreviazione di “antifascista”, è usato da almeno dieci anni dalla destra repubblicana per indicare i gruppi di sinistra, non necessariamente radicali.

Gli esperti concordano nel ritenere che il termine antifa non sia il nome di una organizzazione vera e propria, ma indichi piuttosto una rete decentralizzata di individui, collettivi e movimenti che si rifanno a ideologie e tattiche anche molto diverse tra loro.

Durante un’audizione al congresso degli Stati Uniti nel 2020, l’ex direttore dell’Fbi Christopher Wray aveva detto che “l’antifa non è un gruppo o un’organizzazione, è piuttosto un movimento o un’ideologia”. Proprio per questi motivi Wray aveva sconsigliato alla prima amministrazione Trump di inserire un’inesistente “Antifa” nella lista delle organizzazioni terroristiche, come invece pretendeva il presidente. Alla fine, la decisione di classificare gli antifa come una minaccia terroristica domestica era stata accantonata.

Con il ritorno di Trump alla Casa Bianca il clima è però cambiato: all’Fbi è stato messo un suo fedelissimo come Kash Patel e le resistenze interne sono sparite. L’amministrazione ha poi cinicamente sfruttato l’omicidio dell’attivista e influencer trumpiano Charlie Kirk per dare un giro di vite all’opposizione, sebbene l’omicida Tyler Robinson non avesse alcuna affiliazione politica né una chiara ideologia.

Il 22 settembre del 2025, a poco meno di due settimane dalla morte di Kirk, Trump ha firmato un ordine esecutivo in cui indica col nome “Antifa” una presunta organizzazione “militarista e anarchica” che “invoca esplicitamente il rovesciamento del governo degli Stati Uniti, delle autorità di polizia e del nostro sistema giuridico”, e stabilisce per questo che deve essere considerata un gruppo terrorista.

Tre giorni dopo il presidente statunitense ha emanato un memorandum – il National security presidential memorandum 7, Nspm-7 – in cui delinea la strategia per colpire “Antifa”, i suoi fiancheggiatori e più in generale chiunque si rifaccia a ideologie “antiamericane, anticapitaliste e anticristiane”.

Nel testo si evidenzia la necessità di una “nuova strategia di contrasto” che indaghi sui partecipanti ad “Antifa” e anche sulle “strutture organizzate, le reti, le entità, le organizzazioni, le fonti di finanziamento e le azioni preparatorie che sostengono” l’organizzazione terroristica.

Un nuovo maccartismo

Per il giornalista Jeff Sharlet, autore del saggioThe Undertow. Scenes from a slow civil war ed esperto di estrema destra statunitense, l’ordine esecutivo e l’Nspm-7 ricordano le leggi putiniane contro gli “agenti stranieri”, che servono soprattutto a reprimere il dissenso e intimorire gli oppositori.

L’aspetto più problematico è senza dubbio la vaghezza e l’elasticità della definizione. Dentro la categoria “antifa” può infatti finirci chiunque, con pesanti ripercussioni penali e limiti alla libertà d’espressione tutelata dal primo emendamento della costituzione statunitense.

A tal proposito il giornalista Zack Beauchamp, autore del saggio Lo spirito reazionario, ha parlato di“terza ondata” di paranoia comunista – la prima risale al 1919, dopo la rivoluzione bolscevica, e la seconda alla guerra fredda – e di una nuova forma di maccartismo.

In effetti, il semplice sospetto di fiancheggiare l’“Antifa” può creare enormi problemi, non solo con le autorità. Il docente della Rutgers university Mark Bray, che nel 2017 aveva scritto un saggio sui movimenti antifascisti statunitensi ed europei, è stato costretto a lasciare il paese nell’ottobre del 2025. Aveva ricevuto svariate minacce di morte dopo essere stato definito sui social un “professore terrorista” da vari influencer trumpiani e da Turning Point Usa, l’organizzazione fondata da Charlie Kirk.

Nel giugno del 2026 nove attivisti che contestavano l’Ice – la famigerata polizia anti-immigrazione di Trump – hanno ricevuto condanne fra i trenta e i cento anni di carcere per aver partecipato a un’azione di protesta contro una struttura detentiva per migranti in Texas. I procuratori hanno sostenuto che facessero parte di una fantomatica “cellula terrorista Antifa”.

L’amministrazione Trump vorrebbe poi inserire nel “terrorismo di estrema sinistra” anche le proteste contro i data center per l’intelligenza artificiale, che negli ultimi mesi si sono moltiplicate in diversi stati.

Stando a un’inchiesta della rivista Wired, l’Fbi e altre agenzie federali di intelligence hanno coniato la fumosa categoria di “estremismo anti-tecnologico”. In questa rientrerebbero non solo reati o atti di sabotaggio, ma anche proteste pacifiche e semplici opinioni contrarie.

Le altre destre

La conferenza indetta da Marco Rubio, insomma, punta a estendere anche ad altri paesi il metodo dell’amministrazione Trump.

Sebbene alcuni governi europei abbiano espresso delle riserve sul metodo e sul merito, da tempo i partiti di estrema destra sono perfettamente allineati con la linea trumpiana sul punto.

L’eurogruppo dei Patrioti – che racchiude varie formazioni di estrema destra, tra cui la Lega – aveva avanzato una proposta per dichiarare “Antifa” un’organizzazione terroristica a livello europeo. Nei singoli paesi misure simili sono state invocate dal partito Vox in Spagna, da Diritto e giustizia in Polonia, dal Vlaams Belang in Belgio, dal Partito per la libertà (Pvv) nei Paesi Bassi, dal Partito della libertà d’Austria (Fpö) in Austria, da Alternative für Deutschland in Germania e dalla Lega in Italia.

Il 23 settembre del 2025 dei militanti leghisti avevano organizzato un sit-in davanti alla stazione centrale di Milano per chiedere la messa al bando di “Antifa” dopo i disordini verificatisi a margine dello sciopero per Gaza del 22 settembre.

Nel gennaio del 2026, sempre per restare in Italia, i manifestanti che si erano scontrati con la polizia durante la protesta per lo sgombero del centro sociale Askatasuna erano stati definiti dei “guerriglieri” dal ministro della difesa Guido Crosetto. “Devono essere combattuti come sono state combattute le Brigate Rosse”, aveva scritto su X, “e non essere trattati come ‘compagni che sbagliano’”. La vicepresidente della regione Elena Chiorino, che fa parte di Fratelli d’Italia, aveva parlato di “odio organizzato, terrorismo politico e violenza di matrice terroristica”.

Il 31 marzo del 2026 il deputato leghista Eugenio Zoffili ha depositato una proposta di legge per designare “Antifa” come un’organizzazione terroristica anche in Italia. Per Zoffili, il movimento “Antifa” sarebbe composto da “decine di piccoli collettivi e reti studentesche che si mobilitano in modo autonomo e si sviluppano, spesso, nella dimensione antagonista e all’interno dei centri sociali”.

Anche in Italia è dunque in corso un palese tentativo di criminalizzare i movimenti di sinistra e il dissenso in generale, equiparando in maniera impropria le proteste di piazza di oggi alla lotta armata degli anni settanta e ottanta.

La destra post-fascista, inoltre, cerca da sempre di delegittimare l’antifascismo riducendolo a un fenomeno anacronistico o direttamente criminale, e in quanto tale da rimuovere sia dalla biografia nazionale sia dalla costituzione del paese.

L’eurodeputato Carlo Fidanza ha rivendicato la partecipazione alla conferenza statunitense richiamando proprio queste motivazioni, e scrivendo sui social che “per troppi anni il terrorismo rosso e la violenza dell’estrema sinistra sono stati trattati come un fenomeno da minimizzare, quasi da giustificare”.

A causa dello strappo tra Giorgia Meloni e Donald Trump l’Italia sarà presente in forma ridotta, cioè solo con il sottosegretario all’interno Emanuele Prisco. Il dato politico rimane però invariato: il governo italiano ha deciso di accodarsi alla crociata ideologica di un governo straniero che vuole trasformare l’antifascismo in un crimine.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it