Una nostra cara amica è un’aspirante pittrice. Di recente ha organizzato una mostra delle sue ultime opere nello studio in cui lavora. Le vogliamo bene, ma non siamo grandi estimatori della sua arte, che è decisamente ancora in divenire.
Ci ha invitati alla sua “festa”, ma sappiamo che, se ci andassimo, ci sentiremmo obbligati a comprare uno dei suoi quadri, che costano diverse centinaia di dollari. Lei ha difficoltà economiche e quei soldi le farebbero comodo, ma ecco la nostra domanda: siamo obbligati, per amicizia o per compassione, a comprare le sue opere anche se non ci interessano affatto?–Lettera firmata
L’amicizia e la compassione possono spingervi ad aiutarla, ma non vi obbligano a fingere di apprezzare i suoi quadri. Di fatto, se ha difficoltà economiche forse è proprio perché nessuno è un grande estimatore della sua arte, e potrebbe non riuscire mai a vivere di questo. Comprare le sue opere facendole credere che secondo voi sono buone le nega il riscontro di cui ha bisogno per prendere una decisione ragionevole. Da questo punto di vista, un sostegno falso forse non è così amichevole o compassionevole.
Questo non significa che dovete calpestare la sua autostima con gli scarponi chiodati: potete essere gentili oltre che sinceri. E sicuramente non c’è motivo di spingersi oltre esprimendo dubbi sulle sue prospettive di carriera come artista: non vi è stato chiesto e, ipotizzo, non siete neanche esperti d’arte. Inoltre, se le diceste esattamente quello che pensate, potrebbe anche smettere di essere vostra amica.
Un amico che apprezzo e ammiro molto si è candidato per un posto da insegnante in una scuola privata dove ha lavorato mia moglie e dove entrambi abbiamo ancora rapporti cordiali con la dirigenza. In apparenza il nostro amico era fin troppo qualificato per il posto, così sia io sia mia moglie abbiamo scritto lettere entusiastiche di raccomandazione, rivolgendoci anche alla responsabile del dipartimento per cui aveva fatto domanda. Eravamo convinti che avrebbe ottenuto il posto senza difficoltà.
Con nostra sorpresa non ha ottenuto il lavoro e successivamente ha voluto sapere cosa era andato storto, scrivendomi due volte per chiedere se avevo “saputo qualcosa”. Poi mia moglie ha pranzato con la responsabile del dipartimento, che le ha detto chiaramente che lui aveva fatto una cattiva impressione, che era sembrato “troppo pieno di sé” e aveva irritato diverse persone con cui aveva parlato e che avevano assistito a una sua lezione.
Io continuo a pensare che la scuola abbia perso un insegnante eccezionale. Però, conoscendolo, capisco perché ha dato quell’impressione. È una persona che si sforza troppo di piacere e la sua energia può essere eccessiva: a volte ti viene voglia di trovare la manopola del volume per abbassarlo un po’. Immagino anche che sia il tipo di docente efficace in modo carismatico, uno che diventa un “personaggio”: molti studenti lo adorano, altri possono sentirsi respinti. Questo può aver infastidito qualcuno.
Sapendo che mia moglie aveva pranzato con la responsabile del dipartimento, il mio amico mi ha scritto di nuovo per chiedermi com’era andata. La mia domanda è se dirgli o no ciò che ho saputo. Ci sono un paio di cose che mi preoccupano. Primo: la responsabile del dipartimento non ha chiesto esplicitamente a mia moglie di non riferire il contenuto della conversazione, ma è molto probabile che lo desse per scontato, e mia moglie è restia a farlo. Secondo: devo ammettere che sono riluttante a dare al mio amico una notizia che lo turberà.
Tutti e due avevamo pensato che fosse stato scartato a causa di una “assunzione mirata” e non che lo avessero giudicato negativamente. Scoprire che si è trattato di un vero rifiuto lo ferirebbe. D’altra parte, potrebbe aiutarlo a gestire meglio situazioni simili in futuro. È interessante, e un po’ sconcertante, trovarsi in questo tipo di dilemma etico. Si tende a pensare che ci sia sempre un “istinto” che ti dice che cosa è giusto fare. Ma in questo caso non ce l’ho.–Lettera firmata
Proprio come sei moralmente tenuto a non deludere un’aspettativa ragionevole che hai creato – e non importa se non hai pronunciato le parole “lo prometto”– allo stesso modo l’obbligo di riservatezza vale anche quando c’è un’aspettativa implicita che la confidenza sarà mantenuta, anche se non è stato richiesto chiaramente (ma la persona che ha parlato con tua moglie avrebbe fatto bene a essere esplicita: quello che succede nei colloqui di lavoro di solito riguarda solo chi fa parte della catena decisionale).
È evidente che hai ben presente questo aspetto. Però pensi anche che informare il tuo amico insegnante potrebbe aiutarlo a migliorare il suo comportamento nei colloqui futuri. Perché questa prospettiva possa controbilanciare la presunta violazione della riservatezza, dovrebbe portare a qualcosa di veramente positivo. Lo farebbe?
Vorrei farti notare che non sei preoccupato del fatto che gli intervistatori abbiano avuto un’impressione distorta del carattere e dello stile di insegnamento del tuo amico: pensi che l’impressione fosse corretta e che semplicemente non gli sia piaciuto. Se è così, potresti aiutarlo a presentarsi meglio ai colloqui nascondendo il lato di sé che ha allontanato i selezionatori. Forse la scuola aveva buone ragioni per evitare un insegnante che, come dici tu, è “efficace in modo carismatico”.
Ma c’è ancora un motivo per cui potrebbe essere positivo dirgli cosa è successo. Molte persone sono convinte di aver perso qualcosa per colpa delle politiche di inclusione a favore di minoranze, secondo loro, meno qualificate. A volte è vero, molto spesso no (per esempio potresti avere ragione a pensare che un candidato bianco sia stato scartato a favore di una “assunzione mirata”, ma torto a credere che il candidato bianco eri tu). Non è solo la sua autostima a essere difesa da questa idea consolatoria: è una convinzione falsa che riguarda un’importante questione sociale. Direi, però, che in questo caso prevale l’aspettativa di riservatezza. Ma il motivo per cui non riesci a deciderti è che si tratta davvero di una situazione da equilibrista.
Ho una domanda sugli oggetti che non sembrano appartenere a nessuno. Vivo in un appartamento che negli anni è stato abitato da vari studenti dell’università locale, e ora che ho superato la ventina sto pensando di trasferirmi. Mi sono però affezionata ad alcuni utensili da cucina e a un mobile che facevano parte delle tante cose lasciate nell’appartamento quando sono andata ad abitarci. È etico portarli via con me, oppure appartengono alla casa?–Lettera firmata
Ah, le cose che gli studenti lasciano dietro di sé. Il puff in similpelle color azzurro cielo. Il tostapane con un’ammaccatura dall’aria eloquente. La teglia con le bruciature che disegnano il volto di Cristo, miracolosamente resistenti a ogni sfregamento. Posso immaginare la tentazione, ma temo che questi oggetti appartengano alla casa. Detto questo, il proprietario dell’appartamento può autorizzarti a portarli via. Quindi chiedi, e forse ti sarà dato.
(Traduzione di Gigi Cavallo)
Il consulente etico è una rubrica del New York Times Magazine su come comportarsi di fronte a un dilemma morale. Qui ci sono tutte le puntate.
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