“Il diritto al ritorno è più di un semplice principio giuridico. È la colonna portante della vera giustizia in Palestina. Incarna l’aspirazione alla libertà, all’autodeterminazione, alla vita. Il ritorno è sia concreto sia concettuale: ritorno alla terra stessa, ma anche a un senso di appartenenza, ai ricordi, ai legami familiari e comunitari e alla possibilità di vivere con dignità”.
Comincia così un documento pubblicato ad aprile e scritto da undici attivisti che si definiscono “ebrei e palestinesi antisionisti”. Fanno parte di un gruppo di studio e di lavoro organizzato da Zochrot, un’ong il cui nome in ebraico significa “ricordare” e dal 2002 s’impegna per far conoscere la Nakba nella società israeliana, promuovere il ritorno dei palestinesi alle loro terre e immaginare un futuro condiviso e giusto per tutte e tutti.
Il 15 maggio i palestinesi ricordano la Nakba, che in arabo significa “catastrofe” e si riferisce alla cacciata di circa 700mila palestinesi dalle loro case e dalle loro terre in seguito alla nascita di Israele nel 1948. Da allora Israele impedisce ai rifugiati e ai loro discendenti, che oggi si stima siano sei milioni sparsi in tutto il mondo, di tornare in quelle terre, su molte delle quali nel frattempo sono state costruite città, strade e aree naturali che fanno parte dello stato di Israele.
E questo nonostante il fatto che il diritto al ritorno nel proprio paese d’origine è sancito sia dalla risoluzione 194 dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, adottata nel dicembre 1948, sia dal Patto internazionale sui diritti civili e politici, un trattato adottato dall’Onu nel 1966 ed entrato in vigore nel 1976 che tutela il diritto di ogni persona a tornare nel proprio territorio, anche nel caso in cui la sovranità sia passata ad altri paesi.
Negli anni successivi alla nascita dello stato di Israele, pochi israeliani conoscevano la Nakba. Lo ricorda il giornalista israeliano Gideon Levy in un articolo pubblicato su Internazionale un paio di numeri fa, in occasione delle celebrazioni del 78° giorno dell’indipendenza di Israele: “Nessuno ce l’aveva raccontata, così come nessuno ci aveva parlato del regime militare sotto cui vivevano i cittadini arabi di Israele. Non ci chiedevamo mai chi avesse abitato le case distrutte sul ciglio della strada o che fine avessero fatto quelle persone. Osservavamo i resti dei villaggi e dei quartieri palestinesi come se facessero semplicemente parte del panorama”.
Secondo Umar al Ghubari, educatore palestinese che fa la guida nei tour organizzati da Zochrot, anche i palestinesi hanno mantenuto il silenzio intorno alla Nakba per molti anni. “Avevano paura di parlarne a causa del trauma e della vergogna, ed erano terrorizzati dall’atmosfera in Israele, dove hanno vissuto sotto un regime militare fino al 1966”, ha detto al sito indipendente +972 Magazine nel 2022.
Questi timori sono stati ereditati anche dalla seconda generazione di rifugiati. È stato solo decenni dopo, quando i rifugiati della prima generazione erano invecchiati o morti e una terza generazione stava crescendo in un clima segnato dal fallimento degli accordi di Oslo, che i palestinesi hanno cominciato a parlare più apertamente della Nakba.
Una storia a cui non si può sfuggire
Il concetto è entrato gradualmente nella coscienza pubblica israeliana, anche se solo di una minoranza. Allo stesso tempo sono aumentati anche gli sforzi della destra israeliana per sopprimere il dibattito. Nel 2009 il ministero dell’istruzione israeliano ha vietato l’uso del termine nei libri di testo usati dai cittadini palestinesi di Israele, mentre la cosiddetta legge sulla Nakba del 2011 ha autorizzato il ministero delle finanze israeliano a revocare i finanziamenti statali alle istituzioni che commemorano la pulizia etnica del 1948.
Ma come ha detto Rachel Beitarie, direttrice di Zochrot, in un’intervista con The New Arab: “La Nakba è storia palestinese, ma è anche storia israeliana, qualcosa a cui non si può davvero sfuggire e non si dovrebbe ignorare”.
Nell’intervista Beitarie parla di ongoing Nakba, una Nakba perenne, ancora in corso: l’espulsione dei palestinesi non si è mai fermata dal 1948, è proseguita sotto altre forme per decenni, fino ad arrivare a un nuovo punto di svolta dopo il 7 ottobre 2023.
Per Beitarie la situazione attuale è il risultato dell’incapacità di affrontare il problema alla radice: “L’incapacità o la riluttanza a esaminare criticamente il passato, il presente e i miti fondatori di questo paese, e il protrarsi della violenza, hanno tragicamente portato prima all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e poi a tutto ciò che ne è seguito. Questo include gli attacchi contro Gaza, l’uccisione di decine di migliaia di palestinesi, la fame, la tortura, l’espropriazione e la creazione di milioni di nuovi rifugiati”.
In questo contesto sembra ancora più difficile pensare una realtà diversa, più giusta e condivisa, per israeliani e palestinesi. Eppure è proprio quello che fa Zochrot, come spiegano gli attivisti nell’introduzione al documento sul diritto al ritorno: “Questo documento è stato scritto mentre il genocidio a Gaza era ancora in corso, mentre assistiamo ogni giorno ad atrocità, uccisioni, distruzione e fame inflitta deliberatamente. Scrivere del ritorno, di un piano concreto per il ritorno proprio in questo momento, fa parte del nostro impegno ad assumerci la responsabilità di un futuro che possa ancora realizzarsi in Palestina, un futuro di riparazione, in cui crimini simili non possano ripetersi”.
Per gli attivisti di Zochrot il ritorno non è solo qualcosa di teorico, ideologico o utopistico; piuttosto è concreto e pratico. Ne parla un articolo pubblicato su +972 Magazine e tradotto da Internazionale (numero 1665). È l’adattamento dell’episodio finale del podcast in lingua ebraica di Zochrot “Ricordare e tornare”, ideato da Yahav Erez, attivista, produttrice e autrice dell’articolo.
Erez parla con studiose e altri attivisti, alcuni dei quali hanno scritto il documento sul diritto al ritorno, che fanno parte di un movimento di certo marginale ma molto importante in Israele. Il loro impegno, condotto attraverso gruppi di lavoro e di condivisione di idee, consiste nell’immaginare il ritorno dei palestinesi nei loro luoghi di origine.
In questo modo mettono in discussione il presupposto “noi o loro” e l’idea intrinseca al progetto sionista di mantenere una maggioranza ebraica nel territorio. Hanno già cominciato a mappare quartieri e infrastrutture, sviluppando modelli di riferimento per capire come il ritorno potrebbe avvenire senza causare sovraffollamento o nuove disuguaglianze.
L’educatore palestinese Al Ghubari, che è anche tra le voci raccolte da Erez, lo sottolineava già nel 2022 parlando con +972 Magazine: “Non crediamo che il ritorno dei palestinesi comporti, né debba comportare, l’espulsione della comunità ebraica che già vive qui, ma piuttosto un cambiamento del sistema politico che mantiene il potere di una parte a scapito dell’altra”.
Una vita migliore
Realizzare quest’idea significherebbe non solo rendere giustizia ai palestinesi e riparare i torti del passato, ma anche migliorare la vita degli israeliani. Lo spiega Sari Bashi, ex direttrice di Human rights watch e tra i protagonisti dell’articolo di Erez, in un intervento della scorsa estate sul New York Times: “Può essere difficile immaginare il ritorno dei rifugiati palestinesi dopo tanti anni e tanta violenza. Ma il loro ritorno rappresenterebbe un’occasione per trasformare il sistema di governo israeliano, da uno che sostiene uno stato etnonazionalista volto a mantenere il predominio ebraico-israeliano sui palestinesi a una democrazia rispettosa dei diritti che tuteli l’uguaglianza, la libertà e la sicurezza di tutti gli abitanti”.
Lo ribadiscono gli autori e le autrici del documento di Zochrot: “Proponiamo di considerare il diritto al ritorno non solo come la riparazione di un torto storico, ma anche come una trasformazione. Il ritorno è innanzitutto la restituzione delle terre a coloro che ne sono stati sradicati e ai quali è stato negato il proprio posto senza giustizia. Ma non è solo un ‘ritorno a casa’, bensì un cambiamento completo della struttura sociale, politica e mentale. Rappresenta il passaggio da un regime di oppressione e sottomissione a uno di libertà, uguaglianza e riconoscimento, il passaggio dal linguaggio della paura a quello della libertà”.
In questo momento è difficile immaginare un futuro simile, ma proprio per questo è importante che ci sia qualcuno a farlo. È un processo fatto di idee, connessioni e azione, e infatti il documento di Zochrot si definisce “non esaustivo” e si propone come un invito “ad altre voci a partecipare”.
Questo testo è tratto dalla newsletter Mediorientale.
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