Norio Kimura si ferma per guardare dalla finestra incrostata di sporco della scuola elementare Kumamachi di Fukushima. Dentro ci sono ancora libri appoggiati sui banchi, astucci per le matite sparsi sul pavimento, contenitori per il bento mai riportati a casa. Nel corridoio le scarpe segnano il percorso fatto dai bambini durante la fuga.

Alcuni indossavano ancora le scarpe da ginnastica usate all’interno quando, il pomeriggio dell’11 marzo 2011, la loro città fu sconvolta da un terremoto di magnitudo 9 che avrebbe provocato il peggior disastro nucleare del mondo dopo Chernobyl.

L’edificio è congelato nel tempo, ma all’esterno il parco giochi, un tempo ordinato, è tutto un groviglio di gramigna e susuki (un’erba selvatica). Sullo sfondo s’intravede solo la parte superiore di uno scivolo. I pioli superiori di una scala di metallo su cui un tempo si arrampicavano i bambini impegnati in un percorso a ostacoli sono ormai indivisibili dal tronco dell’albero che per quindici anni ci si è appoggiato sopra, indisturbato.

Per terra ci sono biciclette arrugginite e accartocciate a qualche metro di distanza da un monitor che ci informa che le radiazioni atmosferiche in questo soleggiato pomeriggio di dicembre non sono un rischio per la salute nel tempo della nostra breve visita, ma sono ancora troppo alte perché gli abitanti di un tempo possano tornare a casa.

All’ingresso i frammenti di un pilastro di pietra su cui si legge il nome della scuola giacciono a terra, testimonianza della forza distruttiva del terremoto più forte che il Giappone abbia mai registrato.

Fra i 330 bambini fuggiti dalla scuola quel pomeriggio c’era Yuna, la figlia di sette anni di Kimura. Tornò a casa, a meno di tre chilometri dalla costa, poco prima dell’arrivo dello tsunami che uccise più di ventimila persone sulla costa nordorientale del Giappone.

Yuna morì con sua madre e sua nonna, lasciando Kimura, ex allevatore di maiali che quel giorno era fuori per lavoro, con la figlia maggiore e il padre.

Dopo anni trascorsi in un limbo nucleare, Kimura non ha mai rinunciato al sogno di tornare in pianta stabile nell’appezzamento di terra sulla costa dove un tempo vivevano i suoi familiari, che per metà sono morti.

“Le uniche cose che mi sono rimaste sono le tegole dell’ingresso”, dice. “Per ora posso solo strappare la gramigna e l’erba. Ma di certo un giorno voglio tornare”.

Giardini come giungle

Quindici anni dopo il disastro che colpì Fukushima, le autorità dell’area hanno ancora difficoltà a convincere gli ex abitanti a tornare e ad attirare persone nuove. Stanno anche riflettendo su quanto terreno sarebbe opportuno restituire alla natura.

Ed è possibile controllare le popolazioni di animali selvatici che si sono moltiplicate dopo il disastro in modo da rendere possibile la coesistenza con gli esseri umani?

Testimonianze dell’avanzata inesorabile del mondo naturale sono ovunque a Okuma e in altre comunità all’ombra della centrale nucleare di Fukushima Daiichi. L’impianto, in via di smantellamento, subì una triplice fusione del nocciolo dopo che le onde dello tsunami misero fuori uso il suo generatore di energia di riserva, liberando enormi quantità di radiazioni nell’aria.

I giardini sono diventati giungle e le case luoghi in cui trovano rifugio notturno e cibo i cinghiali selvatici, i procioni e gli orsi neri che ora girano liberamente per le strade, dove da tempo manca la luce artificiale.

Vari chilometri verso l’interno, nel paese di Tsushima, esperti di radiazioni e foreste annunciano il loro arrivo ai margini di una foresta con un coro di fischietti, una precauzione per spaventare gli orsi.

Un anno dopo la triplice fusione del nocciolo il governo del Giappone ha avviato una bonifica senza precedenti dei dintorni di Fukushima colpiti dalle radiazioni. Un esercito di operai ha rimosso il terriccio contaminato vicino a case, scuole, ospedali e altri edifici pubblici, producendo circa 15 milioni di metri cubi di rifiuti, poi depositati in siti di stoccaggio temporanei vicino alla centrale nucleare distrutta.

La bonifica non ha incluso le foreste montuose che ricoprono il 70 per cento della regione contaminata e in cui sono stati registrati alti livelli del radionuclide cesio-137 (un residuo radioattivo delle fusione nucleare) nei boschi e nei torrenti, ma anche tra gli animali selvatici che ci vivono. Se gran parte dei prodotti nell’area di Fukushima sono sicuri, alcuni tipi di funghi, germogli di bambù e cinghiali selvatici sono inclusi nella lista di generi alimentari vietati.

Oggi alcuni esperti stanno lavorando con Rise wood, una società locale nel settore forestale, per fare dei carotaggi a diverse altezze nei tronchi di quattro cedri giapponesi selezionati.

Secondo il professor Kenji Nanba, direttore dell’Istituto di radioattività ambientale (Ier) dell’università di Fukushima ed esperto dell’impatto che le radiazioni hanno avuto sulla fauna selvatica della zona, gli alberi “mettono in circolazione” il radiocesio problematico, un isotopo radioattivodel cesio, usando l’energia derivante dalla luce.

“La pioggia e le foglie che cadono trasferiscono il radiocesio al suolo della foresta”, dice. “Gli alberi lo assorbono poi attraverso le radici, insieme al potassio, di cui hanno bisogno per crescere”.

Secondo il professor Vasyl Ioshchenko, esperto ucraino di radioecologia delle foreste allo Ier, la fuga di radiazioni dalla centrale di Fukushima Daiichi non ha causato un crollo drammatico nella popolazione animale. Al contrario, le popolazioni di cinghiali selvatici, orsi e procioni sono aumentate. “Gli unici animali in pericolo in queste aree potrebbero essere gli umani”, dice.

Thomas Hinton, docente in pensione dell’università di Fukushima che ha condotto estese ricerche sul campo sulla fauna e la flora della zona del disastro, afferma che limitare le aree utilizzabili dagli umani sarebbe una decisione “enormemente vantaggiosa”, anche se politicamente delicata, dato che sono in corso campagne ufficiali per incoraggiare le persone a tornare.

“Gli umani sono generalmente il tormento della natura e senza di loro la natura sembra prosperare, perfino in presenza di radiazioni croniche”, dice Hinton. “Che io sappia, però, non sembra esserci alcun interesse dei giapponesi colpiti direttamente dall’incidente o dei politici verso la possibilità di creare una simile oasi selvatica a Fukushima”.

Come altri esperti, Hinton è convinto della necessità di misure per controllare la popolazione di cinghiali selvatici, anche se non è un problema solo di Fukushima. “Se non ci fossero i cinghiali selvatici, sarebbe più facile difendere l’idea di lasciar moltiplicare tutta la fauna selvatica di Fukushima”, dice. “I cinghiali però sono così prolifici e dannosi che il loro numero dev’essere per forza tenuto sotto controllo”.

Nel lungo periodo la decisione di non imporre un divieto in stile Chernobyl al reinsediamento umano significa che Fukushima “è un luogo particolarmente adatto a indagare questioni come l’impatto umano sulla natura e il ripristino della natura su un territorio abbandonato dagli umani”.

Ma quando le radiazioni scenderanno a livelli accettabili saranno inevitabilmente le scelte degli umani ad avere la priorità per lo sviluppo delle aree abbandonate .

“La creazione di riserve naturali non sarà in cima alla lista delle priorità”, dice Hinton. “A Černobyl e Fukushima l’assenza di esseri umani dopo gli incidenti ha permesso temporaneamente alla natura di prosperare. Quando però alla fine le persone torneranno, la presenza di umani e delle loro attività sarà di nuovo una minaccia per gli ecosistemi che si stavano riprendendo”.

Riparare i danni

Sanjiro Sanpei, con indosso una tuta bianca protettiva, un cappello e un dosimetro appeso al collo, è personalmente interessato a conoscere l’impatto che la prossimità con le foreste di Fukushima potrebbe avere sulle popolazioni umane nel lungo periodo. A 77 anni, dopo aver perso il suo allevamento a causa del disastro, spera di tornare nella casa da cui fuggì con la moglie dopo la fusione del nocciolo.

“Se l’attività di decontaminazione è finita, torneremo e ripareremo i danni alla nostra casa”, dice Sanpei, che è venuto a controllare i progressi della squadra di esperti. “Ma sto diventando vecchio, perciò non so per quanto tempo ci resteremo”.

Non tutte le persone sfollate condividono il suo ottimismo. A marzo del 2025 la popolazione di sette cittadine e paesi nella prefettura di Fukushima evacuati dopo la fusione era di 12.300 persone, appena il 17 per cento del totale prima del disastro. Molte si sono fatte una nuova vita altrove.

Le ordinanze di evacuazione sono state ritirare in molte zone, ma la casa di Sanpei è in una “zona in cui è difficile tornare”, dove cioè i livelli di radiazioni sono considerati troppo alti per abitarci in modo stabile.

Nel 2023, però, il parlamento ha modificato la legge per consentire alle famiglie di tornare valutando le situazioni caso per caso, a patto che le case e le aree intorno siano state decontaminate. “Non pensavamo che saremmo stati via per tanto tempo”, dice Sanpei. “Ero convinto che saremmo tornati nel giro di un anno. Ora, però, potrebbero volerci ancora trent’anni prima che tutta la zona sia di nuovo sicura”.

A Okuma, dove sono tornate solo trecento persone tra quelle che vivevano nel paese a marzo del 2011, insieme a settecento nuovi arrivati, Kimura fa abitualmente un pellegrinaggio in una radura tra i cespugli vicino alla costa. La vista del mare ora è ostruita da un argine difensivo.

Un mazzo di fiori segna il punto in cui, quasi sei anni dopo il disastro, i soldati hanno trovato frammenti del collo e della mandibola di Yuna nascosti dalla sua sciarpa preferita, quella con Minnie. Kimura sta ancora cercando il resto delle sue spoglie.

Insieme ad altri abitanti del posto chiede al comune di mantenere la scuola elementare di Kumamachi come memoriale del disastro e ammonimento per le generazioni future sui pericoli dello tsunami e dell’energia nucleare. “Fa parte della nostra storia ormai, e dobbiamo proteggerla”, dice il sessantenne.

A Kimura piacerebbe vedere lo spazio che al momento è usato per stoccare il terreno contaminato diventare alla fine un “eco-museo” in cui i visitatori possono conoscere la storia del triplice disastro del 2011: “In questo modo si trasmetterebbero in modo più realistico la storia di quest’area che è andata perduta e le lezioni dell’incidente nucleare”.

“Sarebbe bello avere un posto dove restituire qualcosa alla natura. La maggior parte delle aree sono state sviluppate dagli esseri umani, a parte le zone montuose dove per le persone è difficile vivere. Penso che l’incidente nucleare dovrebbe essere un’opportunità per considerare il ritorno alla natura”, dice. “Gli umani si sono spinti troppo oltre”.

Nanba è d’accordo sull’idea che la struttura di stoccaggio temporaneo possa diventare una riserva naturale dopo che nel 2045 il terreno contaminato sarà trasferito per il suo smaltimento definitivo, posto che si trovino altri posti in Giappone. “Sarà necessario riflettere su come usare il sito dopo la fine del periodo di stoccaggio temporaneo”, dice. “Farlo diventare una riserva naturale potrebbe essere un’opzione, ma lo stato attuale del dibattito a livello nazionale su questi argomenti non è del tutto chiaro”.

Al di là delle trasformazioni materiali che l’area subirà nei prossimi decenni, è qui, al memoriale improvvisato a Yuna, non distante dalla casa che condividevano prima dello tsunami, che Kimura in qualche modo è riuscito a elaborare il passato.

“Voglio che le persone vengano qui e sappiano la verità su quello che è successo. Sono convinto che se continuerò a cercare troverò altri resti di mia figlia”, dice. “Ma una parte di me pensa che sarebbe meglio lasciarla riposare in pace”.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Iscriviti a
In Asia
Cosa succede in Asia e nel Pacifico. A cura di Junko Terao. Ogni sabato.
Iscriviti
Iscriviti a
In Asia
Cosa succede in Asia e nel Pacifico. A cura di Junko Terao. Ogni sabato.
Iscriviti

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it