Il secondo anniversario del governo di Prabowo Subianto è stato offuscato dalla coltre di fumo che da mesi rende irrespirabile l’aria in vaste zone dell’Indonesia e nei paesi vicini e dalle proteste di piazza guidate da un malcontento generalizzato che unisce studenti, lavoratori e gruppi della società civile contro il carovita, la corruzione, alcuni dispendiosi e fallimentari piani voluti dal presidente e la sua resistenza a dichiarare lo stato di emergenza nazionale.

Gli incendi sono concentrati nel Kalimantan, nel Borneo indonesiano, e a Sumatra, e da gennaio a settembre hanno incenerito quasi due milioni di ettari di foresta – il 38 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2019. Oltre al danno ambientale, gli effetti sulla salute della popolazione sono devastanti. “In questo momento in certe zone dell’Indonesia milioni di persone stanno inalando quella che potrebbe essere l’atmosfera più inquinata del pianeta”, scrivono due scienziati ambientali su The Conversation.

La concentrazione di particolato fine pm2,5 ha raggiunto livelli estremi: per l’Organizzazione mondiale della sanità il limite massimo considerato sicuro è 15 microgrammi per metro cubo, calcolato come media nell’arco di 24 ore. Nelle zone interessate dai roghi in Indonesia quest’anno le concentrazioni hanno regolarmente superato i 500 microgrammi, in alcuni casi i mille microgrammi. Si calcola che a settembre le vittime del fumo tossico siano state 3.560, il doppio rispetto al mese precedente.

Quanto alle responsabilità per quello che sta accadendo, è il caso di chiamare in causa il passato coloniale dell’Indonesia. Come scriveva l’altro giorno il quotidiano olandese Volkskrant, “gli incendi in Indonesia non possono essere considerati separatamente dallo sfruttamento delle risorse naturali nel paese da parte dei colonizzatori olandesi, il cui ruolo nella deforestazione del suo territorio è innegabile. Java fu in gran parte deforestata già nel XIX secolo, durante il periodo del cultuurstelsel, il sistema coloniale delle coltivazioni obbligatorie.

A Sumatra, Kalimantan e nelle altre isole, invece, la deforestazione fu resa possibile soprattutto dall’introduzione, nel 1870, della cosiddetta domainverklaring, una disposizione con cui l’amministrazione coloniale si attribuì in un colpo solo la proprietà di tutte le terre per le quali le popolazioni locali non erano in grado di presentare un titolo di proprietà. Nella pratica, questo significò appropriarsi di quasi tutta la foresta pluviale tropicale.

Questa disposizione violava apertamente i diritti d’uso della terra delle popolazioni locali, eppure i suoi princìpi fondamentali sono ancora in vigore nell’Indonesia indipendente. Una situazione che continua tuttora ad alimentare conflitti fondiari e deforestazione e che potrebbe anche spiegare la scarsa efficacia delle attuali politiche di tutela della natura”.

Quello indonesiano è solo un esempio di come l’impatto del colonialismo europeo influenzi ancora oggi gli esiti deludenti delle conferenze sulla protezione della biodiversità come quella che si è chiusa ieri a Yerevan, in Armenia. Puntualmente in questi vertici si scontrano gli interessi divergenti dei paesi del cosiddetto sud globale e quelli dei paesi ricchi. “Queste divergenze”, ricorda Volkskrant, “affondano le radici in una lunga storia di colonialismo e nella costruzione di un sistema economico mondiale in cui molti paesi del sud globale si sono specializzati in settori economici che richiedono un uso intensivo del territorio, come l’agricoltura e l’industria estrattiva, mentre i paesi del nord si sono concentrati sulla produzione industriale ad alta intensità di capitale”.

Per questo per i primi è molto più difficile fermare la deforestazione senza subire conseguenze economiche. “E ciononostante, anche il nuovo regolamento europeo sulla deforestazione (Eudr), che entrerà in vigore il 30 dicembre 2026, eserciterà pressioni sui paesi produttori, tra le altre cose, di olio di palma, soia e carne bovina affinché interrompano la deforestazione, senza prevedere compensazioni finanziarie”.

Questo testo è tratto dalla newsletter In Asia.

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