In un intervento sulla rivoluzione epocale innescata dall’intelligenza artificiale, da poco uscito su Equator, Arundhati Roy descrive a un certo punto lo strapotere dei giganti della Silicon Valley che, presentandosi come “l’avanguardia dell’illuminazione dell’umanità, come i custodi e i dispensatori del sapere umano senza frontiere”, in realtà assumeranno “la forma dei confini nazionali. Ci fonderemo con il nostro paese, con la sua economia, la sua rete d’intelligence e il suo apparato di sicurezza, fino al punto che non riuscirete più a distinguerci da voi stessi”.

A quel punto i governi semplicemente non esisteranno più. “Saremo noi a controllare la vostra popolazione, le vostre città, le vostre comunicazioni, i vostri sistemi finanziari, i vostri tribunali, il vostro esercito e la vostra polizia. E se non saremo noi a controllarvi, sarà la Cina”. Tutto questo – la politica che rischia di soccombere davanti all’onnipotenza di un pugno di aziende che hanno in mano il futuro – sta già succedendo, e l’Australia offre un esempio di come la fomo – fear of missing out, la paura di essere esclusi – stia erodendo la capacità delle istituzioni di contenere l’avidità delle big tech attraverso le regole.

Con terreni e fonti di energia rinnovabili disponibili a volontà, l’Australia, paese sicuro e politicamente stabile, è considerata un posto ideale per ospitare i data center, che in tutto il mondo stanno incontrando la resistenza delle comunità locali. Ma c’è di più: il governo federale, guidato dal laburista Anthony Albanese, sembrerebbe aperto alla possibilità di modificare la legge sul copyright per agevolare il trasferimento in Australia delle operazioni di addestramento dei futuri modelli di ia, con i vantaggi economici, tecnologici e di sicurezza che ne deriverebbero.

L’Australia rischia di diventare “le isole Cayman per la violazione del copyright”, scriveva recentemente The Monthly. La Anthropic e la OpenAi stanno facendo molte pressioni in questo senso, promettendo in cambio investimenti miliardari, nuovi data center e un ruolo strategico per il paese nella competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina. Il governo Albanese considera l’ia una tecnologia decisiva per il futuro economico e la sicurezza nazionale del paese, e ospitare i centri di addestramento delle aziende statunitensi permetterebbe all’Australia di non rimanere una semplice consumatrice di tecnologia, ma di partecipare direttamente al suo sviluppo.

Se Canberra effettivamente renderà meno rigida la legge sul diritto d’autore, allora in Australia per addestrare i modelli di ia sarà possibile usare liberamente materiale protetto da copyright prodotto non solo nel paese, ma proveniente da tutto il mondo. Il copyright, infatti, funziona su base territoriale ed è regolato dalla legge del paese in cui si svolge l’attività di cui è oggetto il materiale e non quella del suo paese d’origine.

A metà ottobre è intervenuta nel dibattito la Confederazione internazionale degli editori musicali (Icmp), con sede a Bruxelles, che rappresenta le tre grandi case discografiche Sony, Universal e Warner Chappell – il 90 per cento della musica commerciale mondiale – per invitare l’Australia ad aspettare l’esito delle cause giudiziarie in corso negli Stati Uniti prima di trasformarsi in una terra promessa per i colossi tecnologici. Intervistato dall’Australian Financial Review, il presidente dell’Icmp John Phelan ha accusato i politici australiani di voler “legittimare il furto”.

Una commissione parlamentare bipartisan sull’ia, istituita a fine agosto, si sta occupando del tema e dovrà produrre un rapporto entro la fine di novembre. Nel frattempo la presidente Jo Briskey (laburista) e il suo vice Jonno Duniam (liberale) hanno scritto al governo invitandolo a cambiare le regole sul diritto d’autore perché “inadatte”. A quanto pare la bozza della lettera è stata esaminata ed editata dall’ufficio del premier Albanese prima dell’invio ufficiale: una procedura normale, secondo i due deputati, che hanno mandato la bozza anche al leader dell’opposizione.

Tuttavia, secondo David Pocock, un parlamentare indipendente che fa parte della commissione, la versione finale della lettera trascura “alcune preoccupazioni fondamentali espresse dai creativi riguardo ai pericoli globali derivanti da eventuali modifiche alle tutele del diritto d’autore in Australia, la necessità di prendere in considerazione un prelievo sui data center per ottenere benefici a lungo termine e la necessità di investire nella riqualificazione e nell’aggiornamento professionale dei lavoratori i cui posti di lavoro vengono sostituiti dall’intelligenza artificiale”.

Al vaglio del governo ci sarebbero diverse opzioni di modifica della legge in questione. Tra queste un sistema di licenze obbligatorie per cui le aziende verserebbero una somma prestabilita a un fondo centralizzato, destinato a compensare gli autori australiani. Chi non volesse autorizzare l’uso delle proprie opere dovrebbe dichiararlo esplicitamente attraverso un meccanismo di opt-out. Un sistema che ribalterebbe il principio tradizionale del diritto d’autore, secondo cui spetta al titolare decidere se e a quali condizioni concedere l’uso delle proprie creazioni.

Le big tech premono su Albanese minacciando di andare a cercare altrove paesi più concilianti, e nel frattempo ribadiscono che per ragioni di sicurezza globale è necessario aiutarle a superare i concorrenti cinesi. Ma, si chiede Pockok, in che modo indebolire le leggi di una democrazia può essere la risposta? “Credo che questo rafforzi piuttosto la necessità di lavorare attraverso i canali diplomatici e creare una qualche forma di accordo tra paesi sul ritmo dello sviluppo dei modelli più avanzati, sull’accesso a questi modelli e sulla direzione in cui si sta andando”, dice a Inside Story. “Invece stiamo facendo sostanzialmente proprio quello che questi tech bro sembrano volere, negoziando con loro come se fossero stati sovrani”.

Questo testo è tratto dalla newsletter In Asia.

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