Fino a qualche anno fa il Giappone sembrava immune all’onda populista che aveva portato Donald Trump alla Casa Bianca, Rodrigo Duterte al governo nelle Filippine e il Regno Unito fuori dall’Europa, mentre un po’ ovunque nel resto del mondo si affermavano leader e partiti antiestablishment. Le ragioni, dicevano gli analisti, erano da individuare nella mancanza di grandi disparità economiche e nel basso numero di immigrati.

“Il trionfo della coalizione di governo alle elezioni per la camera alta del parlamento giapponese”, scriveva nel 2016 Richard Solomon su The Diplomat, “conferma l’armonia che regna nell’arcipelago”. Innanzitutto, spiegava Solomon, le restrittive leggi giapponesi sull’immigrazione non davano motivo di preoccupazione alla classe operaia, che invece nei paesi occidentali sentiva la minaccia della concorrenza straniera, né offrivano un argomento incendiario da sfruttare a forze politiche destabilizzanti: “Solo il 2 per cento della popolazione è straniero; di questo il 90 per cento è asiatico, per due terzi proveniente da paesi culturalmente affini come Cina, Taiwan e Hong Kong, quindi più facilmente integrabili”.

Un altro elemento che secondo lui impediva alle forze antisistema di prendere piede era che il governo influenzava pesantemente l’opinione pubblica attraverso i kisha club, i club della stampa di cui i giornalisti devono far parte se vogliono avere accesso alle informazioni dei vari organismi istituzionali, dal gabinetto di governo ai ministeri e alle agenzie governative alla polizia. L’accesso ai club è a discrezione del governo e “se la loro influenza è ancora così forte è perché i mezzi d’informaizone mainstream occupano ancora una parte preponderante dell’informazione nel paese, mentre altrove la gente si affida a internet come fonte principale di notizie”. In realtà YouTube era dietro l’angolo.

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Tre anni dopo, sempre su The Diplomat, Daisuke Minami, esperto di sicurezza e di politica giapponese con un phd alla Georgetown university, firmava un’analisi intitolata “Il populismo alla fine sta arrivando in Giappone?”. Minami commentava le elezioni per il rinnovo della camera alta del luglio 2019, in cui c’era stato il successo inatteso del Reiwa Shinseigumi, il partito populista di sinistra radicale fondato dall’attore Taro Yamamoto, una figura tra Beppe Grillo (per la carriera) e Bernie Sanders (per le idee: tassare i ricchi, eliminare la tassa sui consumi e il debito degli studenti, alzare il salario minimo e in generale ribellarsi a una società che giudica le persone in base alla produttività).

Il movimento era nato online solo tre mesi prima delle elezioni e aveva svolto la campagna elettorale principalmente su internet con un risultato clamoroso: il 4,6 per cento dei voti, che con il sistema proporzionale significa due seggi al parlamento. Era la prova che il Giappone non era più immune ai movimenti populisti, abili a usare nuovi strumenti e nuovi linguaggi, e che le preoccupazioni dei cittadini per il dilagare della precarietà lavorativa cominciavano ad avere ricadute elettorali.

Il 20 luglio 2025 si è votato di nuovo per eleggere metà della camera alta del parlamento giapponese. Alla vigilia l’argomento sulla bocca di tutti era l’ascesa del Sanseitō, un piccolo partito populista di estrema destra nato su internet nel 2020 e che, con lo slogan “Nihonjin fāsuto” (prima i giapponesi), si preparava a guadagnare seggi sbaragliando i partiti d’opposizione tradizionali.
Come aveva previsto un sondaggio dell’Asahi Shimbun pochi giorni prima, alle elezioni la coalizione di governo formata dal Partito liberaldemocratico e dal Kōmeitō ha perso la maggioranza, già saltata alla camera bassa a ottobre, mentre il Sanseitō è passato da uno a 14 seggi. La conservazione della cultura tradizionale, il risveglio del “vero spirito giapponese”, l’opposizione alla globalizzazione, all’immigrazione, ai vaccini, a diritti lgbt+, l’autosufficienza agricola e l’uso esteso di robot e intelligenze artificiali nei servizi di cura degli anziani, in quelli sanitari e nell’agricoltura – i settori in cui manca più manodopera e che negli altri paesi ricchi in genere impiegano persone immigrate – sono i temi cari al Sanseitō, che pare avere molto seguito soprattutto tra gli uomini di età compresa fra i trenta e i cinquant’anni.

Come scrive Romeo Marcantuoni dell’università Waseda di Tokyo, che ha studiato attentamente il fenomeno Sanseitō dalla nascita, il movimento è stato fondato su YouTube da un gruppo di influencer conservatori con idee vicine a quelle dell’ala più a destra del Partito liberaldemocratico (Pld). Nei loro messaggi e video online emerge uno spiccato complottismo: “Hanno delineato un mondo controllato da forze oscure che lottano per sottrarre ricchezza ai cittadini, mantenendoli impotenti e docili. Queste forze sono solitamente descritte come una congrega di globalisti e istituzioni finanziarie. Il covid, le risposte dei governi al virus, la sicurezza dei vaccini e il presunto piano nascosto dell’Organizzazione mondiale della sanità devono essere esaminati dalla prospettiva di questa narrazione”, scrive Marcantuoni.

Il partito chiede di fermare “l’invasione silenziosa” del Giappone dall’estero e di limitare il numero di residenti stranieri. Secondo Marcantuoni il successo del Sanseitō, per quanto notevole, rimarrà limitato, perché i partiti tradizionali sono ancora ben radicati. La coalizione di governo non ha più la maggioranza in parlamento, ma il Pld è ancora il partito con il maggior numero di seggi e il primo ministro Shigeru Ishiba non intende dimettersi, nonostante la batosta alle urne. Quello che può succedere, semmai, è un’ulteriore spinta a destra del partito al governo per inseguire i simpatizzanti della nuova forza populista.

Questo testo è tratto dalla newsletter In Asia.

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