A prescindere dai risultati finali, una cosa è già chiara: l’affluenza alle urne degli elettori arabi di martedì è stata senza precedenti.
Lo spoglio dei voti è ancora in corso e la ripartizione dei seggi alla Knesset potrebbe ancora cambiare, ma una cosa è certa di questa giornata elettorale: le campagne della destra per scoraggiare gli elettori non sono riuscite a tenerli lontani. Semmai hanno ottenuto l’effetto opposto.
Nel corso della giornata, gli avvertimenti del primo ministro Benjamin Netanyahu sugli “arabi che accorrono alle urne”, la visita del ministro della sicurezza Itamar Ben-Gvir a Kafr Qassem (dove un commando israeliano nel 1956 fece strage di civili arabi) e la presenza di attivisti di destra nei seggi elettorali, alcuni dei quali armati, non hanno spinto i cittadini arabi a tornare nelle loro case. Al contrario, hanno trasformato l’atto di votare in una forma di ritorsione.
Chiunque martedì abbia attraversato città e villaggi arabi ha assistito a uno spettacolo insolito: anziani, persone in sedia a rotelle e intere famiglie in fila, in attesa di esprimere il proprio voto.
A tratti sembrava quasi di assistere a un’elezione locale, dove l’affluenza nelle comunità arabe è generalmente alta. Quella è stata l’immagine simbolo della giornata, e ha trasmesso un messaggio chiaro: i cittadini arabi non rinunciano al loro diritto di influenzare il processo politico, pur sapendo che molti in Israele preferirebbero considerarli cittadini di seconda classe, o accettarli come alleati solo finché non chiedono una vera collaborazione.
Questo voto non va interpretato come un’adesione al programma di un singolo partito. Innanzitutto è un’espressione di fiducia nei rappresentanti arabi e riflette il desiderio di tenere lontano dal potere il governo di Netanyahu, Bezalel Smotrich e Ben-Gvir.
Gli elettori arabi hanno votato principalmente per i due partiti arabi, la Lista comune e la Lista araba unita, e l’equilibrio di potere tra i due si definirà solo dopo lo spoglio dei voti. Dieci o undici seggi per la Lista comune rappresenterebbero un risultato significativo; sette o otto per la Lista araba unita sarebbero un risultato senza precedenti per il partito. In ogni caso, la questione di quale partito emerga come il più forte nella società araba non è la più importante.
In questo turno quello che conta è cosa faranno di questi voti i partiti ebraici della coalizione che vuole sostituire il governo.
Un tentativo disperato
Gli elettori arabi sono andati alle urne anche per dire: basta con il razzismo, basta con il fascismo, basta con un governo che li soffoca sempre di più.
La sicurezza personale si è erosa tra violenze e criminalità; la minaccia delle demolizioni di case è diventata parte della vita quotidiana; la sicurezza del posto di lavoro non può più essere data per scontata; e lo status dei cittadini arabi e il loro diritto all’uguaglianza sono oggetto di attacchi ripetuti.
Il voto non è stato un impegno verso un unico programma politico né una decisione sulle questioni fondamentali del conflitto. È stato un tentativo disperato di scongiurare il pericolo immediato e aprire la porta a un cambiamento tangibile nella vita quotidiana della gente: combattere la criminalità, proteggere le comunità, garantire i diritti sulla casa e sul lavoro e creare la possibilità di discutere di nuovo di un processo politico ragionevole.
È qui che comincia la prova per il blocco che si oppone a Netanyahu. Riconoscerà la legittimità dei rappresentanti arabi e darà voce politica ai loro elettori, fino al punto di includere la Lista araba unita nel governo, oppure farà marcia indietro quando arriverà il momento della verità, anche dopo che i cittadini arabi si sono recati in massa alle urne?
Le opzioni sono chiare: un governo formato con il sostegno della Lista araba unita e della Lista comune oppure un ritorno allo stallo politico che lascerebbe Netanyahu alla guida di un governo provvisorio e potrebbe portare Israele a nuove elezioni.
Con più della metà dei voti scrutinati nelle elezioni israeliane del 27 ottobre 2026, il blocco del primo ministro uscente Benjamin Netanyahu mantiene 56 seggi alla knesset (la camera unica del parlamento israeliano), cioè poco meno di quelli necessari per avere la maggioranza, che è di 61 seggi.
I partiti dell’opposizione ottengono complessivamente 64 seggi.
Il Likud di Netanyahu è, al momento, ancora il partito più votato e otterrebbe 27 seggi.
I partiti arabi Lista comune e Lista araba unita avrebbero complessivamente 15 seggi.
Un altro turno elettorale non garantirà che gli elettori arabi ripetano il risultato ottenuto martedì. Chi aveva già in passato era andato alle urne per poi vedere trascurato il suo voto potrebbe non offrire di nuovo lo stesso sostegno se il blocco del cambiamento ignorasse i risultati o si accontentasse di un appoggio esterno. Gli elettori arabi potrebbero vederci un’ulteriore prova del fatto che i loro voti sono necessari per vincere, ma indesiderati quando si tratta di condividere potere e influenza.
Il costo di una simile marcia indietro non si misurerebbe solo in base alla composizione del prossimo governo. Si misurerebbe in termini di fiducia. I cittadini arabi non si aspettano la piena uguaglianza dall’oggi al domani né si illudono sugli ostacoli e sulle forze che si opporranno al cambiamento.
Ma si aspettano di essere coinvolti nel dialogo, di veder riconosciute le loro difficoltà e di non veder messa in discussione loro legittimità ogni volta che cercano di collaborare. Si aspettano protezione contro un’ondata di razzismo, sollievo dalla crisi abitativa, maggiore sicurezza personale e azioni concrete contro la criminalità.
Hanno anche aspettative chiare: la guerra a Gaza deve finire e la ricostruzione deve cominciare. In Cisgiordania si aspettano la fine delle violenze dei coloni israeliani e dell’appropriazione delle terre.
Queste non sono richieste secondarie; sono le aspettative di cittadini che cercano sicurezza, uguaglianza e voce in capitolo sul proprio futuro.
Il giorno delle elezioni i cittadini arabi hanno lanciato una sfida alle forze che promettono uno stato più ragionevole e legittimo.
Ora spetta a queste dimostrare che le loro parole sono più di uno slogan. Dovranno opporsi alla macchina del fango di Netanyahu, già all’opera per delegittimare qualsiasi prospettiva di collaborazione con i partiti arabi, e decidere se sono disposti a pagare il prezzo politico di una scelta simile.
I cittadini arabi hanno fatto sentire la propria voce. Se il blocco del cambiamento sceglierà di ignorarli, non potrà sostenere di non aver mai avuto una possibilità. Avrà fatto una scelta, e sarà responsabile delle conseguenze. ◆
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Questo articolo è uscito in versione originale su Haaretz.
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