La Patagonia argentina sta attraversando una delle stagioni di incendi più distruttive degli ultimi anni, con decine di migliaia di ettari di foreste bruciati e un bilancio ambientale che, secondo gli esperti, peserà per decenni. Secondo France 24, che ha analizzato l’impatto degli incendi nel sud dell’Argentina, le fiamme hanno colpito in particolare le province di Chubut, Río Negro e Neuquén, aree dove ci sono ecosistemi forestali sensibili e gli incendi stagionali sono frequenti.

Questa volta però l’intensità è molto maggiore del passato: roghi più estesi, più rapidi e più difficili da contenere. Le fiamme hanno già distrutto superfici che per molto tempo sarà impossibile recuperare. I boschi colpiti ospitano specie a crescita lenta, come gli alerces, conifere millenarie tipiche del Cile e dell’Argentina, la cui perdita modifica in modo permanente il paesaggio e riduce la capacità del territorio di assorbire carbonio. “Con gli incendi si perde tutta la biodiversità di questo ecosistema. Ci sono specie già minacciate, con popolazioni molto ridotte, e questi eventi le condannano all’estinzione”, ha detto a France 24 il giornalista argentino Luis Pavesio, esperto di questioni ambientali.

Le conseguenze dei roghi sono evidenti anche sul piano sociale ed economico. La Nación riferisce che migliaia di persone sono state costrette a lasciare le zone dove è stato dichiarato lo stato di emergenza e che diverse località turistiche hanno subìto interruzioni prolungate delle attività. In una regione dove l’economia dipende in larga misura dal turismo legato alla natura, l’impatto degli incendi rischia di durare molto oltre la fine dell’emergenza, mettendo in difficoltà intere comunità e accentuando le disuguaglianze.

Al centro dell’attenzione c’è anche la condizione di chi combatte gli incendi. Un reportage di Euronews racconta il lavoro dei vigili del fuoco, descrivendo una situazione segnata da carenza di personale, mezzi insufficienti e salari erosi dall’inflazione. Come dice Hernán Mondino, un pompiere impegnato nei parchi, “dalla prospettiva esterna sembra che tutto funzioni ancora, ma il costo lo paga il nostro corpo: quando qualcuno se ne va, noi portiamo più peso, dormiamo meno e lavoriamo più ore”.

Secondo Euronews, i recenti tagli alla spesa pubblica del governo guidato dal presidente ultraliberista Javier Milei hanno ridotto la capacità di prevenzione e coordinamento, aumentando il rischio che incendi anche limitati sfuggano rapidamente al controllo. “La crisi nella gestione degli incendi non è nata ieri”, afferma Luis Schinelli, guardaparco della riserva naturale di Los Alerces. “C’è stata una decisione politica di smantellare le istituzioni di lotta al fuoco”, aggiunge, sintetizzando la percezione diffusa tra operatori e residenti.

Circolo vizioso

Gli incendi in Patagonia sono l’ennesima conferma dell’effetto del cambiamento climatico sugli ecosistemi temperati. Periodi di siccità più lunghi, temperature sopra la media stagionale e venti intensi creano condizioni favorevoli alla propagazione del fuoco.

Il rischio, osserva El País, è di entrare in un circolo vizioso: il riscaldamento globale favorisce incendi più frequenti e intensi, che rilasciano grandi quantità di anidride carbonica, contribuendo a loro volta all’aumento delle temperature. In Patagonia questo processo sta già trasformando il paesaggio, con aree un tempo boscose che tendono a diventare più aride e frammentate.

E gli effetti degli incendi si sentono anche al di là della loro regione. La Tercera, uno dei principali quotidiani cileni, segnala che il fumo proveniente dai roghi in Patagonia ha raggiunto la penisola antartica. Le osservazioni, confermate da stazioni scientifiche e immagini satellitari, mostrano che le particelle trasportate in atmosfera possono viaggiare per migliaia di chilometri. Secondo gli esperti citati dal giornale cileno, questo fenomeno è favorito dall’altezza delle colonne di fumo e da particolari configurazioni dei venti.

Sempre La Tercera avverte che la deposizione di particolato scuro sui ghiacci antartici potrebbe anche contribuire a ridurre la capacità riflettente del ghiaccio e ad accelerare la sua fusione. Nel dibattito pubblico argentino cresce intanto la pressione sul governo centrale. Come riporta La Nación, amministrazioni locali, governatori e organizzazioni ambientaliste chiedono una strategia che vada oltre la gestione dell’emergenza.

Javier Milei invece porta avanti una battaglia negazionista simile a quella del presidente statunitense Donald Trump, la cui guerra contro la burocrazia federale ha avuto effetti simili sulla ricerca scientifica e sui programmi di risposta ai disastri. Dopo che Trump ha annunciato l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul clima, Milei ha minacciato di fare lo stesso, boicottando i vertici delle Nazioni Unite sul clima e definendo la crisi climatica una “bugia socialista”. Una posizione che ha indignato molti argentini.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it