Centocelle è il nome del quartiere di Roma in cui abito da sei anni. Un quartiere che secondo lo scrittore calabrese Vins Gallico non è lì “dove finisce Roma”, dal titolo del romanzo partigiano della scrittrice sarda Paola Soriga, ma può essere invece “il posto dove la città rinasce”. Il nome di Centocelle deriva dal latino centum cellae, “cento stanze”. Anche se alcune tradizioni popolari parlano di un accampamento militare con cento alloggi per la cavalleria fatto costruire dall’imperatore Costantino, gli storici affermano che il nome si riferisce più probabilmente ai tanti resti architettonici, non necessariamente militari, legati a complessi e ville romane, in un’area abitata e frequentata per un lungo periodo tra il sesto secolo aC. e il sesto secolo dC.
Ma la cosa più importante è che qualcosa di questo quartiere è sopravvissuto, più delle stesse rovine: il suo nome. La Centocelle moderna è una delle prime borgate sorte nella periferia di Roma. E questo è avvenuto prima che il regime fascista lanciasse il piano per spostare la popolazione dalla città verso le campagne, con l’obiettivo di allontanare dal centro urbano le potenziali fonti di tensione politica ed economica. Oggi il quartiere è abitato da persone di varie provenienze: bengalesi, marocchine, egiziane, cinesi, sudamericane. Tra gli abitanti “italiani” la maggior parte viene da fuori Roma.
Ecco perché qui a Centocelle è difficile dire chi sia straniero. Un po’ tutti possono essere definiti stranieri e un po’ tutti possono essere definiti “originari” del quartiere. Mio marito è di Roma e si inalbera quando dico che viviamo “fuori città”, perché per lui Centocelle è Roma. Ho provato a spiegargli che escludere il quartiere dalla città per me non significa sminuirlo: io sono nata e cresciuta a Salamiyya, una cittadina nella Siria centrale. E come molti miei concittadini percepisco Salamiyya come un grande villaggio. E vorrei che restasse tale.
Nel 2008 vivevo ancora stabilmente in Siria ma ero in spasmodica attesa del visto per completare gli studi universitari in Italia. In quei giorni mi risuonavano in testa versi della poesia di Mahmud Darwish Ultimo incontro a Roma: “Non avevamo forse il diritto di credere che Roma avesse una luna / e che Roma avesse alberi / Non avevamo forse il diritto di viaggiare dentro questo viaggio?”.
Poi, dallo scoppio della guerra in Siria nel 2011 la curiosità per il viaggio si è trasformata in una bolla, una piccola bolla di cui sono ancora oggi prigioniera e che mi accompagna ovunque io sia. La bolla è la Siria, la Siria come rifugio. Fuori da questa bolla c’è un luogo dove, ribaltando il celebre verso di Darwish in Murale, questo mare non è mio, quest’aria non è mia, questo marciapiede non è mio. Nemmeno io stessa sono mia.
Sentirsi estranei
Con la nascita di mio figlio è finito il lusso di restare dentro la bolla, trasparente e invisibile alla gente. Essere straniera, da sola, in un paese non tuo è tutt’altra cosa che esserlo insieme a tuo figlio. Prima, la ghurba (il sentirsi estraneo) era sotto il mio controllo: la mostravo quando e come volevo io, forte del fatto di essere arrivata in questo paese prima della guerra, quando per gli italiani la Siria era “un mosaico” e “la culla delle civiltà”.
Ora, invece, con mio figlio non parlo solo arabo. Parlo nel mio dialetto, diventato così marcato che perfino mia madre, quando torno a Salamiyya, mi prende in giro per come tiro fuori parole dimenticate. Qui a Roma, per strada, mi sentono tutti, perché a mio figlio parlo e canto nella mia lingua. Prima ancora di “da da” e “la la”, mio figlio ha intonato con me la ʿayn, la lettera dell’alfabeto arabo, che a Salamiyya si pronuncia in modo particolarmente gutturale.
Apro la porta di casa per uscire ed entro dritta nella bolla, quella in cui ho trascinato anche mio figlio. La bolla si muove verso il parco vicino a casa e ci isola da tutto ciò che ci circonda, anche se sorridiamo a tutti e cogliamo ogni occasione per scambiare due parole: con la sarta napoletana; con il barista che, come me, tifa Juve in un quartiere dominato dai romanisti; con la mamma del bambino che, con un’innocenza capace di attraversare le bolle, quel giorno voleva solo giocare un po’ con mio figlio.
Chi ha costruito le pareti di questa bolla così spessa? Forse io? Le persone intorno? Oppure tutti insieme? Di certo non mio figlio. Un giorno, quando aveva circa due anni, eravamo al parco al mattino presto. Stavamo dando il buongiorno agli alberi, ai giochi e alle cornacchie quando è arrivata un’altra donna con un figlio che sembrava poco più grande del mio.
Lei, bionda e alta; io scura, non bassa ma certo non alta come lei. Dal suo sorriso ho sentito che era gentile. E che era straniera, come me. Quel sorriso è riuscito a oltrepassare la parete spessa della mia bolla per dirmi che anche lei viveva nella sua.
Ho sentito che parlava con il figlio nella sua lingua. E mi sembrava che fosse la stessa lingua di una mia cara amica slovacca a cui penso spesso con nostalgia e che vive lontano da qui. Ci siamo avvicinate l’una all’altra fino a ritrovarci sotto l’albero più grande del parco, il tiglio. Ci siamo salutate in italiano. La mia bolla ha osato accostarsi alla sua per dirle: “Anche tu non sei di qui, vero?”.
“No”, ha risposto contenta. “Sono Tina, vengo dalla Cechia”.
In quell’istante, da una piega inconscia della mia mente è balzato fuori il pensiero candido dell’integrazione: “Ah! Ho una cara amica ceca, si chiama Lucia”. Avevo appena dato per scontato che Slovacchia e Repubblica Ceca fossero ancora la Cecoslovacchia.
Abbiamo continuato a parlare con la curiosità e la gioia di due bambine che decidono di essere amiche al primo incontro.
“E tu di dove sei?”, mi ha chiesto.
“Della Siria”.
Stupita, mi ha detto che anche lei aveva un’amica del Kashmir che parlava arabo e che lei da sempre desiderava impararlo. Le mie pupille si sono dilatate oltre il loro già inquietante limite naturale. E mi sono detta che il mio pensiero candido dell’integrazione, che aveva fuso insieme Repubblica Ceca e Slovacchia, era meno ignorante del pensiero candido dell’integrazione di Tina: la Cecoslovacchia, in fondo, è più vicina alla Siria di quanto lo sia il Kashmir.
Sono tornata a casa discutendo con la mia bolla: che male c’è se il Kashmir fosse in Siria? E se la lingua del Kashmir fosse l’arabo? Che male c’è se Slovacchia e Repubblica Ceca tornassero a unirsi? Tutto questo girava dentro la mia bolla, che quel giorno aveva deciso di darmi una carezza: mentre parlavo con Tina mi ha fatto vedere la bellezza dei fiori di tiglio che ci cadevano sulla testa. Come fiocchi di neve.
Rito collettivo
In quello stesso parco del quartiere ci ritroveremo domani, io e altre mamme di paesi diversi, per raccontare fiabe popolari delle nostre origini, ciascuna nella propria lingua, in una festa dedicata alla diversità culturale di Centocelle per celebrare i dieci anni dalla nascita di quello spazio verde per bambini.
E io cosa racconterò? Ma sì, Umm al Ghayth! Non mi ci è voluto molto per deciderlo: Umm al Ghayth, che tutti chiamano Rayya (l’azione di innaffiare, irrigare), un antico rito popolare per invocare la pioggia, che consiste nel confezionare una bambola di stoffa che rappresenta una sposa e viene portata in processione dai bambini issata su un lungo bastone.
Il rito è ancora praticato in diverse zone della Siria, dal nordest vicino all’Iraq e alla Turchia fino al sudovest al confine con la Giordania. E consiste nel preparare una bambola di stoffa che rappresenta “la sposa”: issata su un lungo bastone, viene portata in processione dai bambini di casa in casa, al canto di filastrocche che invocano la pioggia. Durante il giro si raccolgono piccole offerte di cibo, in un rito collettivo e caloroso che incarna la speranza della pioggia e la solidarietà della comunità.
Questa pratica antica abita ogni angolo della mia bolla. È nella mia infanzia e nelle storie di mia nonna, Umm Riyad. È nella voce di mia zia Thaira, insegnante di musica, che negli anni della guerra decise di riarrangiarla per i suoi allievi nella scuola di Salamiyya. È con il gruppo di volontari Jawa che ha accompagnato gli abitanti del paesino di Tell Hasan Basha nel recupero di questo rito che li unisce malgrado tutte le lacerazioni della guerra.
Ed è nei tentativi di Khulud di Suwayda e in quelli di Iman di Daraa – due regioni segnate da secolari conflitti socio-economici e comunitari – di ribadire ciò che tiene unite le genti della pianura a Daraa e quelle della montagna di Suwayda, insegnando ai giovani come raccogliere le storie legate a Umm al Ghayth da chi la storia la conosce e l’ha vissuta ma non ha mai avuto il permesso di scriverla. La sofferenza e le speranze delle donne di Daraa e Suwayda contribuiscono a dar forma alla mia bolla che porto a spasso per Centocelle.
Mentre cucivo la sposa e la fissavo in cima al lungo bastone per raccontare la sua storia ai bambini del parco di Centocelle, era come se stessi abbracciando i dettagli della Siria: la sua terra assetata, la profondità e la vitalità delle sue storie, tutte le disgrazie che l’hanno colpita e ancora la colpiscono, le sue figlie e i suoi figli. E per la prima volta ho sentito che non devo rimproverare me stessa per essermi chiusa nella mia bolla, separata da ciò che mi circonda; che la soluzione non è uscire dalla bolla, ma forse presentarla agli altri, invitarli a visitarla, quando lo vorrò io e quando lo vorranno loro.
Per chi vive a Roma può essere difficile comprendere perché si invoca la pioggia. Se Umm al Ghayth esaudisse davvero le preghiere, finirebbe per diventare bersaglio delle colorite imprecazioni in romanaccio. Così ho aggiustato quanto basta la storia da raccontare ai bambini e nella bambola ho infilato caramelle, in caso non ci fosse stato davvero bisogno di invocare la pioggia.
(Traduzione di Lorenzo Trombetta)
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