Che paese sono gli Stati Uniti a 250 anni dalla dichiarazione d’indipendenza? Un paese che deve la sua storia e il suo volto alle persone migranti che l’hanno popolato, almeno a leggere i dati dell’American community survey, l’indagine a campione dell’ufficio del censimento degli Stati Uniti. Alla vigilia del 4 luglio il New York Times ha usato questi dati per costruire una mappa interattiva intitolata “How a nation of immigrants traces its roots”.
“In 250 anni il paese ha assorbito più di cento milioni di persone”, scrive il quotidiano. “Oggi la quota di popolazione nata all’estero è la più alta di sempre, e i divieti d’ingresso su larga scala dell’amministrazione Trump riecheggiano le politiche di esclusione adottate un secolo fa in risposta a condizioni demografiche simili. Quelle politiche hanno definito gli americani per generazioni”, si legge nell’introduzione.
La prima mappa mostra l’ancestry, cioè l’origine familiare dichiarata dagli intervistati nel censimento, in una domanda a cui rispondono anche i discendenti di immigrati arrivati generazioni fa. Non ci sono caselle da spuntare, ognuno scrive liberamente la propria ascendenza (con l’eccezione delle appartenenze religiose, che il censimento non registra) e, come spiegato nella metodologia dell’articolo, le persone possono dichiarare più origini o ascendenze e quindi comparire in più categorie. Emerge una mappa coropletica a strati, dove i colori di quasi duecento ascendenze si mescolano in proporzione alla loro presenza.
Nelle aree in cui prevale una sola origine, il colore resta netto, per esempio il rosso delle origini afroamericane nel sudest o il giallo della provenienza messicana lungo il confine, mentre dove le comunità si sovrappongono, le tonalità si fondono.
Il livello di dettaglio è quello dei census tract, piccole sezioni di censimento che corrispondono a quartieri o porzioni di città. Scorrendo la pagina compaiono anche quattro mappe urbane, quelle di New Orleans, Washington, Atlanta e Detroit, dove la stessa rappresentazione arriva alla scala del quartiere. A Detroit, per esempio, bastano poche strade per passare da aree in cui prevalgono le ascendenze libanese o yemenita a quelle a maggioranza afroamericana; a New Orleans si alternano quartieri dove spiccano le origini vietnamite e altri dove prevalgono quelle francesi.
La domanda aperta del censimento, però, non offre a tutti le stesse possibilità di risposta. Come osserva anche il New York Times, molti discendenti delle persone ridotte in schiavitù si definiscono semplicemente african american, perché diventa difficile per loro indicare un luogo d’origine preciso. È un limite che non dipende dal grafico ma dalla storia che i dati cercano di rappresentare.
Anche l’Economist ha pubblicato un progetto dedicato ai 250 anni dalla dichiarazione d’indipendenza (“How 250 years of immigration shaped America”), provando a raccontare con mappe e grafici come 250 anni di immigrazione hanno dato forma agli Stati Uniti. Ma, rispetto alla mappa del New York Times, parte da una domanda diversa: non si chiede da dove arrivano gli antenati degli statunitensi di oggi, ma guarda al luogo di nascita degli immigrati presenti nel paese. È quindi un dato che riguarda solo la prima generazione: chi non è nato negli Stati Uniti, da quale paese proviene?
La mappa del settimanale britannico permette di attraversare la storia in cinque momenti chiave (1850, 1880, 1920, 1960 e 2024) e mostra, stato per stato, qual è il paese di nascita più comune tra i residenti nati all’estero. Ogni periodo cambia colore seguendo le grandi ondate migratorie che hanno attraversato gli Stati Uniti: dall’Europa dell’ottocento alle migrazioni asiatiche e latinoamericane del novecento e degli ultimi decenni.
Quelle ondate seguivano anche le leggi sull’immigrazione: il Chinese exclusion act del 1882 fu la prima legge federale a limitare l’ingresso sulla base della nazionalità e vietò per dieci anni l’arrivo dei lavoratori cinesi. Le quote introdotte nel 1924 stabilirono un tetto agli arrivi dall’Europa calcolato sulla composizione delle comunità presenti nel censimento del 1890 e bloccarono completamente l’immigrazione dall’Asia; rimasero in vigore per quarant’anni e hanno contribuito a impedire l’arrivo negli Stati Uniti di migliaia di ebrei in fuga dalla Germania nazista.
Solo l’Immigration and nationality act del 1965, firmato dal presidente Lyndon Johnson, aboliì il sistema delle quote basate sull’origine nazionale: la nuova legge diede priorità al ricongiungimento familiare e ai lavoratori qualificati.
E in Italia?
L’Istat pubblica ogni anno, con il censimento permanente, i dati sulla popolazione straniera residente in ogni comune e, per le province e i comuni con più di ventimila abitanti, anche la classifica dei paesi di cittadinanza: il 31 dicembre 2024 gli stranieri erano quasi 5,4 milioni, il 9,1 per cento dei residenti, di 195 nazionalità diverse. La Romania è il primo paese di cittadinanza (19,6 per cento), seguita da Albania e Marocco (7,7 per cento ciascuna). E con queste informazioni si può costruire l’equivalente della mappa dell’Economist almeno provincia per provincia: ogni territorio colorato con la nazionalità straniera più numerosa.
Per la mappa del New York Times invece mancano i dati. Il censimento italiano rileva la cittadinanza, un dato giuridico, e lascia fuori l’origine familiare. Chi ottiene la cittadinanza italiana esce dalle statistiche sugli stranieri, e i suoi figli e nipoti spariscono da ogni tabella sulle origini. Negli Stati Uniti il pronipote di emigrati siciliani può ancora scrivere Italian nel modulo del censimento, mentre da noi questi dettagli si perdono.
Questo articolo è tratto dalla newsletter Numeri.
|
Iscriviti a Numeri |
Dati e grafici che raccontano l’attualità, analizzati da Donata Columbro. Ogni due settimane, il lunedì.
|
| Iscriviti |
|
Iscriviti a Numeri
|
|
Dati e grafici che raccontano l’attualità, analizzati da Donata Columbro. Ogni due settimane, il lunedì.
|
| Iscriviti |
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it