Il 14 agosto 2026 la stampa ha dato notizia della morte di Jason Arday, il professore di sociologia che si era dimesso da Cambridge una settimana prima a causa dell’accusa di aver gonfiato il suo curriculum per ottenere un posto illustre nel mondo accademico britannico.

Arday è stato il professore nero più giovane nella storia dell’ateneo, un risultato opportunamente celebrato all’epoca della sua nomina nel 2023, enfatizzando le sue doti straordinarie.

A insistere ossessivamente sulle incongruenze del suo profilo, pure a dimissioni avvenute, non è stata solo la stampa conservatrice o scandalistica, ma anche quella progressista, come dimostrano gli articoli del Guardian e di Novara Media, uno dei pochi protagonisti di questa vicenda a essersi scusato dopo la morte di Arday: nel giro di 22 giorni sono stati pubblicati 249 articoli, in un’escalation morbosa e sensazionalistica senza precedenti. Casi di plagio o di falsificazione del curriculum da parte di persone bianche nel mondo accademico anglosassone non hanno prodotto lo stesso risultato, e la vicenda di Arday, che soffriva di neurodivergenza, aveva allarmato molte colleghe e colleghi per le sue condizioni di salute mentale.

La sua storia mi ha riportato alla memoria una morte molto diversa di un altro cittadino nero britannico nell’estate del 2011, quella di Mark Duggan, ucciso durante un’operazione di polizia destinata a creare disordini civili che qualche anno dopo avremmo fatto rientrare tra quelli del movimento Black lives matter, diffusasi anche nel Regno Unito a partire dal 2013. (Per la cronaca, malgrado la sentenza abbia assolto i poliziotti coinvolti, Forensic Architecture continua a occuparsi del caso).

Se la morte di Mark Duggan può essere considerata una morte pre-movimento woke (vigile, attento alle ingiustizie sociali), quella di Jason Arday è una morte post-movimento woke. Da un lato si tratta di un esercizio della forza da parte della polizia di stato, dall’altro di un esercizio della forza da parte della polizia morale.

Ma la polizia morale non è l’anima né il fine ultimo del movimento woke: è una delle sue possibili emanazioni. È il suo apparato di sicurezza, il servizio d’ordine. Il suo corpo di buttafuori, se vogliamo, che poco ha a che fare con l’estensione dei diritti civili in sé e con l’attivismo intento a rappresentare le istanze delle minoranze.

La morte di Jason Arday non parla del fallimento degli attivisti woke, che hanno fatto pressione sul sistema affinché gli atenei diventassero luoghi meno privilegiati e più accessibili, anche economicamente, ma quello dell’establishment che ha finto di aderire al movimento woke per darsi una rispolverata e ripulirsi la coscienza: non è la fine del woke, ma la fine della cooptazione del woke.

E sarà difficile sentire la mancanza di un woke diretto dall’alto: come dimostrano tristemente le morti di Duggan e Arday, si può essere schiacciati dallo stato che dovrebbe farti vivere in sicurezza ma anche dal giornalismo e dal mondo accademico, che si occupano di rappresentazione della realtà e contribuiscono a dare a un cittadino la sensazione di esistere, di contare qualcosa. Bisogna vigilare sugli uni quanto sugli altri. Nella loro radicale differenza, sono due morti che spiegano cosa è successo in quasi 15 anni di battaglie civili e guerre culturali.

Momenti di pausa

Dieci giorni prima che Jason Arday fosse trovato senza vita nella sua casa di Battersea a Londra, negli Stati Uniti usciva uno dei libri più attesi di questa stagione letteraria, Triage di Claudia Rankine, voce critica e poeta, tra le più stimate e riconoscibili intellettuali statunitensi oggi.

Rankine è nota al pubblico italiano soprattutto per il suo libro manifesto Citizen. Una lirica americana (2014), tradotto da Silvia Bre e Isabella Ferretti per 66thand2nd. Parte di una trilogia di cui è l’episodio più riuscito, Citizen è un saggio lirico che ha definito un’epoca, una lunga ballata sconcertante sul razzismo quotidiano, la violenza dello sguardo e del linguaggio dei bianchi, la messa in scena delle morti e dei corpi neri.

Citizen usciva dopo la morte di Trayvon Martin e contestualmente a quella di Eric Garner, i due casi tra tanti che hanno fatto erompere il movimento Black lives matter prima della sua seconda ondata, seguita all’omicidio di George Floyd nel 2020.

Una veglia per Jason Arday a Trafalgar square. Londra, Regno Unito, 17 agosto 2026 (Lab Mo/SOPA Images/LightRocket/Getty Images)

Nella bibliografia del movimento woke, Rankine è un nome che sta lì con bell hooks e Angela Davis, pur avendo un approccio molto concettuale e sperimentale. Più di altri, Rankine è stata una tenace avversaria dell’opportunismo woke e metteva in guardia dai bianchi che usavano il termine con troppa disinvoltura. La disillusione, la disgregazione del tessuto civile e la cultura del nemico negli Stati Uniti del secondo mandato Trump e lo stato di trauma della nazione sono gli elementi che caratterizzano Triage. Che sia un libro abbastanza diverso da Citizen lo si evince già dal titolo: il triage in un pronto soccorso è il processo di valutazione delle condizioni dei pazienti, e la loro gestione in base alla priorità. È un modo per stabilire una gerarchia tra gli stati di crisi, ed è interessante la frizione fra triage e il pensiero intersezionale.

Se una persona, se una comunità, ha bisogno di più diritti e ascolto per condizioni ed eventi che la identificano e la preoccupano allo stesso tempo, come si fa a scegliere e a dare la precedenza? Può tale persona, comunità, o cultura, essere ridotta solo a una cosa all’altra?

Ma Claudia Rankine non parla di intersezionalità o del divario tra diritti civili e sociali in Triage, parla del diritto a sottrarsi all’attivismo – performativo o meno – quando nulla sta funzionando. La narratrice nel libro si contrappone a una sua amica storica, modellata sulla teorica Lauren Berlant, l’autrice di Ottimismo crudele (Timeo 2024, traduzione di Chiara Reali e Giorgia Demuro), nel sostenere che non abbiamo strumenti, metodi e quasi un linguaggio per dipanare l’ammasso di crisi del presente, da Trump a Gaza.

È un libro che chiede un momento di pausa, di morte apparente, ed è lontano anni luce dalla poesia fulminante di Citizen. Anche la differenza tra i due libri di Rankine dice qualcosa su cos’è cambiato nell’attivismo woke negli anni. La narratrice di Triage si occupa di arte, a differenza della teorica che parla di attivismo e di intervento sulla realtà, e rivendica il diritto di non dire.

Come dimostra il caso di Arday, per le minoranze costringersi a esporsi e a essere brillanti e a fare del proprio corpo una causa e una battaglia sempre e comunque, può avere un costo altissimo, che non sempre si vuole ragionevolmente pagare. Ma affinché sia possibile sottrarsi, dev’essere possibile esistere. Per sparire, bisogna essere stati visibili anche solo per un breve istante, anche solo per qualcuno. Per scendere dal palco o non salirci per scelta, è necessaria comunque una condizione di accessibilità: e chi ha fatto questo lavoro, chi si è occupato di chiedere e negoziare le condizioni di una cittadinanza, se non gli attivisti per i diritti civili? E dunque anche gli attivisti woke, che fossero alleati o meno della polizia morale che spesso li ha affiancati nelle loro battaglie.

Chi ha fatto il lavoro necessario? È una domanda che varrebbe la pena fare alla deputata socialista democratica Alexandria Ocasio-Cortez, ma che allo stesso tempo non avrebbe senso, perché per capire il suo intervento del 9 agosto in cui dice “woke 1 was crazy”, indicando anche lo stato di rabbia generalizzata che voleva fare tabula rasa di tutto dopo la morte di George Floyd, basta guardarla in faccia.

Ocasio-Cortez dice “folle” ridendo, con autoironia, come se quel momento storico fosse stato un po’ crudo ed esagerato, ma è la faccia di chi sorride di un eccesso, non di chi ha rinnegato l’esistenza del socialismo. Parlare di “woke 1” e della polizia morale che ne ha fatto parte significa alludere alla presenza di un “woke 2”, più materialista e meno evangelico.

La bandiera del movimento Black lives matter a Brooklyn Center, nel Minnesota. Stati Uniti, 16 aprile 2021 (Chandan Khanna, Afp)

Anche in questo caso si possono citare due momenti distinti per provare a spiegare cos’è cambiato con il movimento woke negli Stati Uniti. Sono due momenti identificabili con le due campagne di Bernie Sanders durante le primarie del Partito democratico per la candidatura alla presidenza degli Stati Uniti. Nel 2016 Sanders optò per una piattaforma tradizionale, da working class bianca alleata con giovani, i cosiddetti Bernie bro, infarciti di socialismo e simpatetici delle cause femministe, climatiche e antirazziste, a patto che fossero tutte questioni subordinate alla lotta di classe. Era il candidato dei diritti sociali.

L’avversaria, Hillary Clinton, era la candidata dei diritti civili: dei campus, delle donne nere, delle femministe, e di quella che in Italia è definita “sinistra Ztl”. Andò a finire male per entrambi: Sanders perse le primarie e Clinton le elezioni. Ma è negli anni che vanno da quella sconfitta al 2020 che si prepara il woke 2 di Sanders, da cui discendono sia Alexandria Ocasio-Cortez sia Zohran Mamdani, il sindaco socialista di New York.

La seconda campagna per le primarie di Sanders parlava di un movimento multigenerazionale e multietnico dal basso ed era fatta anche visivamente da persone che riflettevano l’istanza intersezionale della piattaforma, legata soprattutto alla lotta per i diritti sociali e alle questioni economiche e sanitarie, ma attraverso una fotografia precisa di come si era trasformata davvero la classe lavoratrice, da un punto di vista culturale.

Colmando il divario tra diritti sociali e civili, superando una falsa coscienza che miete vittime anche tra gli interpreti più acuti del pensiero di sinistra, parte della sinistra democratica americana ha dimostrato che gli Stati Uniti consumano tanto, bruciano troppo ma assimilano meglio. E gli elettori che hanno dato fiducia a Ocasio-Cortez e a Mamdani sanno che fare domanda per ottenere un congedo parentale, un posto di lavoro o una prestazione sanitaria, oppure cercare una casa in affitto, non è uguale per tutti: l’essere donna, musulmana o omosessuale, oppure avere delle disabilità, per fare alcuni esempi, influenza costantemente il modo in cui il diritto universale si traduce nell’esperienza quotidiana delle persone, e sull’esito di una richiesta rivolta allo stato.

Ignorare questo dato di realtà, questo dato materiale aggredito dalla discriminazione, indebolisce qualsiasi lotta di classe, non la rafforza. La gratitudine verso la prima stagione del movimento woke – di cui la polizia morale e l’attivismo performativo sono solo una parte inutilmente magnificata dalla destra e dai liberal a loro uso e consumo – di Ocasio-Cortez, Mamdani e dello stesso Sanders è evidente: i primi due non esisterebbero senza, il terzo ha ritrovato una forza politica inattesa e una nuova linfa. Se questi politici ora guardano oltre, non significa che guardino altrove.

Tre scenari

Un caso di cronaca, dei testi letterari e una dichiarazione politica: i tre esempi che ho riportato fin qui possono essere i presupposti per un’indagine su cos’è successo dentro al movimento woke e fuori. La storia di Arday parla dell’establishment che scarica il movimento woke perché non ne ha più bisogno.

Qualcosa di simile, anche se meno tragico, è avvenuto nelle principali case editrici degli Stati Uniti, dove c’era stata una corsa ad assegnare direzioni di collana e di marchi a editor neri e nel segno della diversità, solo per essere fatti fuori dopo i primi risultati poco brillanti: lo ha spiegato chiaramente Lisa Lucas sul New York Times in un pezzo intitolato “A lot of us are gone: how the push to diversify publishing fell short”. Il reflusso woke, in questo caso, è una chiara tendenza legata al cinismo del mercato e al suo andamento ondivago.

Ma non è di per sé una cattiva notizia: un movimento woke scaricato dall’establishment ha forse l’occasione di ricentrarsi sull’obiettivo, di essere meno performativo. La sua scarsa avvenenza per il sistema potrebbe essere un vantaggio e riportarlo a condizioni di lotta più vigili, appunto. Magari dal be woke suggerito da Netflix o dalle catene di abbigliamento per fare tendenza, si può tornare allo stay woke: non più una sensibilità, né tantomeno un’estetica, ma una prassi. Non più una suscettibilità legata alla rappresentazione di sé stessi, ma una pratica orientata al cambiamento per sé e per la propria comunità.

La storia di Claudia Rankine, invece, parla di un sentimento diffuso, una paralisi esausta dinanzi all’orrore del presente e alla rifrazione della violenza e della crudeltà che porta a scoraggiare anche l’attivismo più convinto. È la nausea, il malessere che ha spinto alcuni a non marciare, a non intervenire, e non solo per viltà. Ma per paura di perdere la testa, per un vuoto dell’esercizio critico che sa anch’esso di morte. E infatti la narratrice del romanzo dice di essere come morta.

La vicenda di Alexandria Ocasio-Cortez, infine, è quella più ottimista, perché non decreta la fine del movimento woke ma la sua trasformazione, o il suo perfezionamento, con la saldatura tra diritti sociali e civili. Ma questa è una storia degli Stati Uniti, e in parte del Regno Unito, che ha strutture sociali e culturali simili. Non è una storia italiana.

In Italia una persona nera non muore perché insegna alla Normale di Pisa, ma perché è abbandonata stremata nei campi. Cos’avevano in mente il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte, gli esponenti della sinistra parlamentare e i vari intellettuali intervenuti in questo dibattito degli ultimi giorni? Quale delle tre possibilità ha animato il loro bisogno di segnalare una discontinuità con il movimento woke? Il cinismo, la stanchezza o lo slancio ottimista verso un nuovo modo di fare politica?

In ogni caso, l’effetto è stato simile alla visione di After the hunt di Luca Guadagnino (2025), un campus drama legato alle politiche identitarie arrivato fuori tempo massimo, un film distraente che parla di profilassi antimalarica in un paese in cui la malaria è stata debellata da anni. O, nel caso dell’Italia, in cui non c’è proprio stata.

Non che si tratti di un dibattito inutile, anzi: serve a capire a quale elettorato puntano il Partito democratico e i cinquestelle. E anche qui si individuano tre scenari possibili.

Uno scenario cinico in cui le parole di Conte potrebbero aver fatto tirare un sospiro di sollievo agli elettori che non votano i partiti dichiaratamente liberal perché si sentono troppo intelligenti per farlo, ma che non hanno simpatia per la Sirenetta nera e la statua imbrattata di Indro Montanelli, e sono segretamente convinti che non si possa dire più niente e che l’uso dello schwa (ə) sia una fesseria. Anche se è un elettorato già rappresentato dai partiti di Renzi e di Calenda, e con le proprie testate di riferimento, potrebbe indurre in tentazione anche il Partito democratico.

Oppure potrebbero essere state delle dichiarazioni più malinconiche, per non dire rassegnate, che come nel triage evocato da Rankine cercano di capire a cosa e a chi dare la priorità. Stabilendo gerarchie tra bisogni e desideri, e facendo inevitabilmente delle preferenze, anche nell’ottica dei marxisti di vecchia scuola.

Il pensiero potrebbe allora andare in direzione di una classe operaia bianca e un po’ anziana o verso le famiglie mononucleari della classe media che hanno subìto un impoverimento radicale e vogliono sentire parlare solo di servizi e sanità e si sentono sempre più espulse dai centri urbani.

Una direzione comprensibile, che magari fatica a tener conto della trasformazione della classe lavoratrice e ad appiattirne le istanze e l’aspetto, ma spingerebbe verso delle proposte politiche orientate all’aumento dei salari e alla tutela dei contratti di lavoro. È una strada che implica un’altissima responsabilità: dire di dare centralità al reddito dei cittadini, al lavoro e ai salari implica delle scelte costose, che non possono essere sbandierate a vanvera, neanche nascondendosi dietro al paravento del woke.

Oppure la discontinuità con il movimento woke denunciata dalla classe politica e culturale vuole essere un rilancio ottimista verso il futuro, nella progressiva interiorizzazione del principio che spesso le persone che hanno più bisogno di diritti sociali hanno anche un grande bisogno di diritti civili.

Un modo per chiedere anche scusa se ci si è concentrati troppo sui dibattiti sulle parole, le questioni simboliche e i manifesti elettorali inclusivi invece di creare istanze concrete come il ddl Zan e sostenere il referendum sulla cittadinanza e lo ius soli.

Potrebbe essere un modo, per quanto contorto, di dire ai vari componenti delle minoranze che non erano solo una spilletta da appuntare alla giacca, o un modo per sfogare la propria sindrome del salvatore bianco. Per rassicurare e dire loro che erano cittadini, non mode e pretesti. In attesa di capire la direzione segnata dal dibattito, stay woke: verso una destra che ti ammazza e cancella, ma pure verso una sinistra che ti ha desiderato per le ragioni sbagliate e rischia di non difenderti per quelle giuste.

Claudia Durastanti è una scrittrice e traduttrice italiana. Il suo nuovo libro è Falsi amici (La nave di Teseo), una raccolta di saggi su “amore, violenza e altre sfumature del potere”.

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