Questo articolo è stato pubblicato il 24 marzo 2017 nel numero 1197 di Internazionale.
Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, nel pieno del dolore e della rabbia per l’attacco al World trade center, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush non dichiarò guerra all’islam. “Questa violenza contro persone innocenti viola i princìpi fondamentali della religione musulmana”, disse. Bush dichiarò guerra non a una religione, ma al “terrorismo”, e in particolare ad Al Qaeda, definendola “un movimento marginale che snatura gli insegnamenti pacifici dell’islam”.
Può darsi che questa prudenza scaturisse dal desiderio di Bush di mettere fine alle aggressioni contro i musulmani statunitensi (o quelli che venivano scambiati per musulmani, come i sikh), che si erano moltiplicate dopo l’11 settembre. Ma nasceva anche dal modo in cui il presidente e i suoi consiglieri vedevano il mondo musulmano: una regione del pianeta che, come qualunque altra parte del mondo, poteva migliorare se solo fosse stata raggiunta dalla democrazia, dal libero mercato e dalle libertà individuali.
Era una visione in linea con la tesi della “fine della storia” proposta nel 1989 dal politologo statunitense Francis Fukuyama. Con la fine della guerra fredda, sosteneva Fukuyama, la democrazia liberale occidentale sarebbe presto stata riconosciuta come la miglior forma di governo in assoluto. Era solo questione di tempo. Proprio sulla base di questo pensiero, molto influente all’epoca, Bush dichiarò uno dei suoi obiettivi al momento di invadere l’Afghanistan e l’Iraq: accompagnare il mondo musulmano verso l’ideologia universale del liberalismo.
Anche se le parole usate per descrivere la fede islamica erano state prudenti, questo non bastò a limitare i danni delle guerre lanciate da Bush e dal premier britannico Tony Blair. In seguito i loro successori a Washington e a Londra, come molti altri capi di stato occidentali, hanno preso le distanze da quelle guerre e hanno continuato a parlare con rispetto dell’islam, a proteggere la pace sociale nei loro paesi e a coltivare relazioni cordiali con il mondo musulmano.
Per Barack Obama, Angela Merkel e altri leader occidentali, le disastrose conseguenze della guerra in Iraq e il successivo massacro in Siria non sono un atto d’accusa contro la religione musulmana: l’islam non è il problema, ma un bersaglio, e va protetto da chi vuole stravolgerne il messaggio.
Il nome del nemico
Poi, a sedici anni dall’11 settembre, è arrivato un nuovo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha dichiarato apertamente guerra all’islam. “Chi non è in grado di chiamare il nemico con il suo nome”, ha detto Trump in campagna elettorale, riferendosi a Barack Obama e a Hillary Clinton, “non è adatto a guidare il paese”. E lui il nome l’ha fatto subito: “L’islam radicale”.
Il 27 gennaio Trump ha inaugurato quella che potrebbe diventare una presidenza guerrafondaia vietando temporaneamente l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di sette paesi a maggioranza musulmana e rifiutando di accogliere i richiedenti asilo (anche se ha precisato che in futuro darà la priorità ai cristiani siriani perseguitati). Trump non pensa che i soldati statunitensi inviati in un paese musulmano esportino la democrazia e il libero mercato.
Lui e i suoi più stretti collaboratori non credono che il mondo musulmano possa migliorare. Sono invece sensibili agli avvertimenti del teorico del complotto Frank Gaffney, secondo cui i musulmani statunitensi stanno lavorando “come termiti” per svuotare dall’interno la società civile e spianare la strada al jihad. Trump e i suoi collaboratori sono convinti che gli Stati Uniti siano impegnati in una battaglia all’ultimo sangue contro l’islam, e non certo per conquistare i cuori e le menti dei musulmani. La paura e il disprezzo dell’islam sono il caposaldo del populismo nativista che si è affermato su entrambe le sponde dell’Atlantico.
Nei Paesi Bassi Geert Wilders, leader del Partito per la libertà (Pvv), sostiene che se il suo paese non prenderà misure forti contro i musulmani sarà “colonizzato e islamizzato”. Lamentando il calo del tasso di natalità tra le donne tedesche, la leader del partito Alternativa per la Germania (Afd) Frauke Petry ha dichiarato: “Dobbiamo assicurarci che la Germania, come popolo e come nazione, non scompaia”.
La visione dei nuovi nazionalisti e dei loro sostenitori può essere riassunta da un tweet del 2016 di Michael Flynn, che per un breve periodo è stato il consigliere per la sicurezza nazionale di Trump: “La paura dei musulmani è RAZIONALE”.
Zona cuscinetto
Per molti statunitensi il mondo è in pericolo. E l’Europa è una specie di zona cuscinetto che, con la sua sottomissione alle orde islamiche, offre un esempio da manuale di suicidio di una civiltà. “La cristianità sta morendo in Europa”, ha dichiarato con rammarico Flynn. “E l’islam sta crescendo”. Chiamare il nemico con il suo nome: chi guida la carica contro i musulmani è fiero della sua aggressiva franchezza.
È il caso di Stephen Bannon, il consigliere strategico di Trump, che respinge l’idea dell’islam come religione di pace, e di Geert Wilders, che ha paragonato l’islam a “un’ideologia totalitaria diretta a istituire un potere tirannico”. Una delle principali accuse dei nuovi populisti alle élite globali traditrici – una categoria abbastanza ampia da comprendere sia George W. Bush sia Barack Obama – è di aver mentito alla gente comune sulla reale pericolosità dell’islam e, in particolare, degli immigrati musulmani.
Il successo della retorica populista si misura anche dal fatto che molti oggi considerano la minaccia dell’islam e l’immigrazione come un unico problema. Non stupisce che i populisti nemici dell’islam non ammettano l’esistenza di musulmani democratici e progressisti né facciano distinzione tra le numerose varianti di credo e di pratica che inevitabilmente caratterizzano una comunità formata da quasi due miliardi di persone. In quella che Bannon ha definito “la guerra globale contro il fascismo islamico” ogni compromesso è fuori discussione. Più che a Fukuyama, questo conflitto s’ispira a un’altra teoria usata per giustificare gli interventi statunitensi all’estero: quella dello “scontro di civiltà”.
Il primo a definire in questi termini il rapporto tra il mondo musulmano e l’occidente fu, nel 1957, lo studioso britannico Bernard Lewis. L’idea ha poi conquistato l’immaginazione di personaggi come Bannon, la leader dell’estrema destra francese Marine Le Pen e il primo ministro ungherese Viktor Orbán, conservatore. Trump è il presidente onorario dello scontro di civiltà. Nel suo discorso d’insediamento ha promesso di “unire il mondo civilizzato contro il terrorismo dell’islam radicale”. Per lui le affinità culturali e personali sono il collante che tiene unito il mondo, ed è questa concezione, più che un’ideologia precisa, a influenzare il suo atteggiamento verso i leader delle altre potenze mondiali.
Quando Trump guarda il presidente russo Vladimir Putin vede qualcuno che appartiene alla sua stessa civiltà, non un nemico ideologico, mentre la cancelliera tedesca Angela Merkel è una traditrice della stessa civiltà. Oggi stiamo vivendo la logica conclusione della tesi di Lewis, cioè che uno dei due avversari è destinato a sconfiggere l’altro, invece di andargli incontro in nome della comune umanità. Tuttavia lo scontro di cui parlano Bannon, Wilders e Le Pen è radicato in un errore storico: secondo loro i musulmani si sono sempre opposti ai valori della civiltà moderna. Ma non è così.
Un errore storico
Negli anni cinquanta i responsabili della politica estera statunitense erano troppo ossessionati dalla guerra fredda per concentrarsi sulla teoria di Lewis del conflitto tra islam e occidente. Ma negli anni novanta il concetto fu ripreso dal politologo di Harvard Samuel Huntington e fece il suo ingresso sulla scena mondiale. La teoria dello scontro di civiltà fornì un’utile copertura alle invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq.
Per la gioia dei suoi sostenitori nell’amministrazione Bush, Lewis appoggiò con entusiasmo la guerra globale al terrorismo. Presto fu evidente che per difendere quelle invasioni non era necessario condividere la fede nell’inevitabile vittoria del liberalismo: bastava credere nello scontro di civiltà.E Trump ci crede. A lui interessa lo scontro, non diffondere un’ideologia. Anche se all’epoca aveva appoggiato l’invasione dell’Iraq, oggi si vanta di non essere mai stato così ingenuo da credere in una cosa assurda come la possibilità di migliorare il mondo islamico.
I suoi primi decreti da presidente e la retorica adottata dai suoi collaboratori suggeriscono che, invece di considerare i musulmani come parte di una civiltà universale, li considera come esponenti di un sottogruppo dell’umanità, aggressivo e violento, da cui gli statunitensi devono essere protetti. Gli islamisti radicali e i sostenitori di Trump hanno quindi due visioni della storia complementari che accentuano il conflitto.
La versione dell’islam promossa dal gruppo Stato islamico e da altre formazioni jihadiste si fonda sull’idea che a un certo punto della storia la religione musulmana, l’ultima delle fedi abramitiche a essere stata rivelata, trionferà sulle altre due. L’ideologia dello scontro di civiltà, invece, considera l’islam un’aberrante deviazione dalla civiltà giudaico-cristiana, che fa resistenza ai nobili ideali di progresso dell’illuminismo. Questa concezione, che riduce l’identità musulmana alla sua rivalità con l’occidente, è stata ampiamente divulgata da Bernard Lewis. Nel corso della sua lunga carriera – Lewis ha compiuto cent’anni nel 2016 – l’orientalista britannico ha sostenuto che l’avversione dell’islam verso la modernità è profondamente radicata nella storia.
Quest’avversione nascerebbe dall’invidia legata alla mancata conquista di Vienna da parte dell’impero ottomano nel 1529 e nel 1683. Un’invidia aggravata nei secoli successivi dal risentimento per le conquiste scientifiche, militari e commerciali dell’Europa e, più di recente, dal disprezzo per le libertà sociali dell’occidente.L’ideologia dello scontro di civiltà nega la possibilità di uno scambio profondo e fruttuoso tra l’islam e quei valori e quelle tecnologie che consideriamo parti integranti della modernità, dai mezzi di comunicazione al femminismo alla democrazia rappresentativa. Il rifiuto di questo scambio sarebbe la prova dell’ostilità dell’islam e della minaccia che i suoi fedeli, per quanto apparentemente pacifici, rappresentano per il mondo occidentale.
Il problema di questo ragionamento è che lo scambio tra islam e occidente non è solo un’ipotesi: è già avvenuto. Il “lungo” ottocento finito nel 1914 è un capitolo essenziale della storia del Medio Oriente, ma è stato trascurato o deliberatamente ignorato da chi insiste a dire che lo scambio è impossibile. In quel periodo i principali centri del mondo politico e culturale musulmano entrarono in contatto con la modernità, sperimentando trasformazioni tecnologiche e sociali molto più rapide di quelle vissute in Europa.
I sostenitori dello scontro di civiltà non ammetteranno mai che in quell’epoca si stavano formando nuove società in Iran, in Egitto, in Turchia e in altri paesi, e meno che mai che quelle società costituivano una forza dinamica e creativa. Il fatto che questo capitolo della storia sia poco noto rende apparentemente accettabile la versione di chi sostiene che i musulmani odiano il progresso da sempre. Solo facendo luce su questo periodo si possono sfidare i pregiudizi sul fallimento e l’invidia dei musulmani.
Le riforme al potere
Il Medio Oriente moderno è stato per lunghi periodi molto più dinamico e irrequieto di quanto si creda. Tra la fine dell’ottocento e i primi del novecento, soprattutto grazie alle spinte dell’Iran, della Turchia e dell’Egitto, nella regione si svilupparono idee e tecnologie moderne che avrebbero generato romanzi a sfondo sociale, partiti politici, movimenti femministi e nazionalisti, e anche la guerra totale. Non sorprende che, in questo turbine di cambiamenti, i tradizionalisti sentissero tremare la terra sotto i piedi mentre i progressisti si sentivano irresistibilmente vivi.
I successi nel campo della salute pubblica e della sicurezza portarono a un aumento progressivo della popolazione mediorientale soprattutto nelle città, che attiravano molti abitanti delle campagne offrendo opportunità di lavoro e svago. Alla vigilia della prima guerra mondiale Istanbul aveva più di un milione di abitanti. All’epoca negli Stati Uniti solo tre città erano più grandi. La cultura e gli stili di vita furono trasformati dalle nuove concezioni dell’autonomia e del potere.
Man mano che si diffondeva l’istruzione, l’informazione cessò di essere monopolio degli sceicchi locali. Centinaia di nuovi giornali e periodici resero familiare una grande varietà di nuovi temi e argomenti a una borghesia in crescita. Al Cairo, a Istanbul e a Teheran le donne delle classi ricche erano sempre più libere di decidere vari aspetti della loro vita personale. Si sposavano e viaggiavano per loro scelta, con una libertà impensabile per le loro madri.
Nella fiorente borghesia cairota, che prima considerava socialmente inaccettabile far studiare le figlie, presto diventò socialmente inaccettabile non farlo. Mentre l’harem cadeva in disuso, le donne cominciarono a uscire, prima per fare acquisti, poi per studiare e infine per lavorare. Cominciarono anche a vestirsi più liberamente, e qualcuna smise di usare il velo. La schiavitù sparì quasi del tutto nel giro di pochi decenni. Tra il 1877 e il 1899 circa diciottomila schiavi furono liberati in Egitto, e nel 1905 erano quasi tutti liberi.
Dopo decenni di rapida innovazione, che videro l’introduzione della tipografia, della quarantena e degli spostamenti in treno, la modernità liberale in Medio Oriente raggiunse il culmine nel primo decennio del novecento. I rivoluzionari in Iran e in Turchia limitarono i poteri delle dinastie regnanti e istituirono delle democrazie parlamentari. Solo l’invasione britannica dell’Egitto nel 1882 fece fallire una simile rivoluzione “costituzionale” sulle rive del Nilo.
Naturalmente la crescita del sentimento democratico e dello scetticismo religioso scatenò l’opposizione di sceicchi e monarchici, che trovarono un seguito nella grande massa dei musulmani poveri e meno istruiti, spaventati all’idea che le innovazioni potessero essere sgradite a Dio. Furono organizzate delle controffensive, come quando nel 1908 le forze armate russe aiutarono lo scià reazionario dell’Iran a bombardare il parlamento per ridurlo al silenzio (con risultati che non durarono a lungo).
I sovrani assoluti si oppongono sempre alla divisione del potere. Ma una minaccia ancora più seria al progresso del Medio Oriente arrivò dopo la prima guerra mondiale sotto forma di una nuova ideologia, l’islamismo, che usava l’attivismo religioso come arma contro le ingerenze dell’occidente. Questo ritratto di un Medio Oriente che abbracciò molti aspetti della modernità smentisce la visione caricaturale di un islam affetto da un immobilismo secolare e incurabile.
C’è però un’altra idea sbagliata: quella secondo cui i musulmani avrebbero nutrito ostilità e risentimento verso i mercanti, i soldati, i consoli e i commercianti europei che si riversarono nella regione nell’ottocento. È la teoria del rancore musulmano, e anche questa è inesatta. Per gran parte dell’ottocento l’Europa ebbe un notevole prestigio tra gli abitanti del Medio Oriente. Erano francesi i medici che costruirono gli ospedali e i soldati che crearono un esercito moderno per Muhammad Ali Pasha, il primo grande leader riformista egiziano.
Nel 1882 l’influente pedagogista e urbanista Ali Mubarak pubblicò un romanzo in cui il figlio di uno sceicco veniva convinto da un saggio studioso britannico a non seguire le orme del padre, per dedicarsi allo sviluppo dell’Egitto. Ali Mubarak faceva parte di una generazione di intellettuali musulmani che avevano sviluppato le loro idee sul potenziale umano durante gli studi in Europa ed erano tornati in patria convinti che un’iniezione di valori moderni avrebbe rivitalizzato le culture locali.
La guerra come spartiacque
Tuttavia, nel 1914, i britannici benevoli e i francesi disinteressati erano già un ricordo. La loro scomparsa era prevedibile. Verso la fine dell’ottocento le potenze europee s’impadronirono di settori chiave dell’economia di vari paesi mediorientali come i trasporti e l’agricoltura, e incoraggiarono il sultano turco, lo scià iraniano e il viceré egiziano a indebitarsi con i finanzieri europei. Nelle zone centrali dell’impero ottomano le potenze occidentali curavano gli interessi di minoranze come gli armeni e i maroniti, per rafforzare la loro posizione rispetto al sultano.
Eppure prima della guerra l’ingerenza delle potenze europee negli stati sovrani mediorientali fu tutto sommato positiva, se paragonata agli insediamenti coloniali che quelle potenze provarono a imporre alla fine del conflitto. La prima guerra mondiale distrusse l’impero ottomano e gli europei decisero di trarre il massimo beneficio da quel caos. Questo significava negare agli abitanti della regione l’autodeterminazione a cui aspiravano e che, in molti casi, gli era stata promessa dagli alleati. Gli egiziani, che si aspettavano l’autogoverno in cambio dell’appoggio fornito contro la Germania, dovettero tollerare un prolungato controllo britannico sulla loro risorsa principale, il canale di Suez.
I possedimenti arabi un tempo parte dell’impero ottomano furono frazionati in “mandati” posti sotto l’autorità della nuova Società delle nazioni: la Francia ottenne la Siria e il Libano, mentre la Palestina, l’Iraq e la Transgiordania andarono al Regno Unito. Il sistema dei mandati fu presentato come una forma di “amministrazione fiduciaria” per “popoli non ancora capaci di reggersi da sé nelle condizioni particolarmente difficili del mondo moderno”.
Naturalmente le potenze europee avevano tutto l’interesse a fare in modo che quei popoli rimanessero incapaci di “reggersi da sé”. Dopo essere stata invasa dagli alleati alla fine della guerra, la Turchia scampò alla sottomissione duratura solo grazie alle forze nazionaliste guidate da Mustafa Kemal (che in seguito prese il nome di Atatürk), un ex ufficiale dell’esercito ottomano che cacciò gli alleati e nel 1923 creò una repubblica turca dalle macerie dell’impero. Nel vicino Iran le cose andarono in modo simile, anche se meno drammatico.
I nazionalisti ostacolarono il piano elaborato dai britannici per imporre un protettorato al paese. Nel 1925 Reza Shah Pahlavi prese il potere assicurando ai britannici che non avrebbe toccato i loro interessi, sempre più concentrati nell’industria del petrolio nel sudest del paese. Ma ai suoi connazionali promise di liberarli dalla stretta delle potenze europee. Negli anni venti e trenta del novecento la minaccia e la realtà della colonizzazione ridefinirono i rapporti dei musulmani con l’occidente in modi che preannunciavano le tensioni di oggi.
All’inizio del novecento le classi politiche di Turchia, Iran ed Egitto avevano concentrato gli sforzi nella costruzione della nazione e nel rafforzamento dei sistemi parlamentari. Negli anni venti e trenta il loro obiettivo diventò sbarazzarsi degli stranieri o tenerli a distanza di sicurezza. Naturalmente le potenze straniere si opposero. Reza Shah fu rovesciato dagli alleati nel 1941 per aver sostenuto la Germania nazista. Nel 1953, violando la sovranità dell’Iran e dimostrando, agli occhi di molti in Medio Oriente, l’ipocrisia dell’occidente, la Cia e i servizi segreti britannici cospirarono per rovesciare il primo ministro Mohammad Mossadegh, molto popolare, come punizione per aver nazionalizzato l’industria petrolifera. L’era della colonizzazione in Medio Oriente fu breve ma devastante, le sue conseguenze furono profonde e durature.
Gli occidentalisti come Atatürk e Reza Shah reagirono alla minaccia di essere colonizzati dalle potenze europee, più sviluppate sul piano tecnologico e organizzativo, imitandone gli atteggiamenti autoritari e nazionalisti. Costruirono dei regimi illiberali, costringendo i cittadini ad avanzare verso una modernità laica simile a quella dell’Italia di Mussolini. I tanti musulmani che non amavano quei leader laici forti reagirono in modo diverso. Videro nella modernità illiberale e senza dio la resa all’occidente. E così nacque una seconda forma di difesa: l’islamismo.
Quest’ideologia usa la religione per scopi politici, a volte facendo uso della violenza, cosa che agli occhi di molti fa apparire l’islam intrinsecamente violento. Ma l’islamismo non è nato nell’Arabia del settimo secolo. È stato una reazione politica moderna ai piani aggressivi delle potenze coloniali dopo la prima guerra mondiale. Se nell’ottocento e all’inizio del novecento il Medio Oriente ha attraversato una fase di progresso illuminista, l’avvento dell’islamismo negli anni venti del novecento ha segnato l’inizio di una tendenza opposta.
L’islam politico
A cavallo tra l’ottocento e il novecento l’islam non fu messo alla prova da movimenti sociali o politici che chiameremmo islamisti. Il wahabismo, un austero dogma revivalista che si oppose alla riforma ottomana, non si era ancora espanso oltre i confini della sua culla, l’Arabia Saudita. Mentre il salafismo, che predica il “ritorno” alle condizioni della società islamica primitiva, doveva ancora evolvere in un’ideologia politica. Ma la soluzione dei mandati imposta nel dopoguerra creò un bacino di scontento da cui scaturì l’islamismo moderno.
Alla fine degli anni venti, sulla riva occidentale del canale di Suez, dove le abitazioni eleganti dei commercianti stranieri creavano un netto contrasto con le baracche dei lavoratori egiziani, Hassan al Banna fondò i Fratelli musulmani. Lo fece dopo essere stato avvicinato da sei impiegati del presidio britannico locale, “stanchi di una vita di umiliazioni”. La rete islamista più importante del mondo affonda quindi le radici nella frustrazione anticoloniale.
Secondo Al Banna, annullare i progressi tecnologici dei decenni precedenti non avrebbe portato vantaggi, e neanche annullare alcuni progressi sociali (Al Banna si aspettava per esempio che le donne svolgessero un ruolo importante nel movimento). Ma le semplici qualità della pietà, della parsimonia e della solidarietà avrebbero liberato i musulmani dalla servitù materialistica con cui erano stati adescati dagli occidentali. Nel corso dei successivi dieci anni, il gruppetto iniziale di sei persone si trasformò in un’organizzazione caritatevole ed educativa a cui aderivano centinaia di migliaia di persone e numerose organizzazioni simili all’estero.
Nel 1936 Al Banna interruppe il suo proverbiale silenzio politico inviando una lettera al giovane re Faruq, che salendo al trono aveva suscitato la speranza che l’Egitto potesse conquistare l’indipendenza e il rispetto di sé. Nella lettera esortava il sovrano a consacrare il paese “nelle acque purificate dell’islam” invece di seguire l’occidente, la cui politica era stata “distrutta dalle dittature”. Faruq si rivelò la persona sbagliata a cui rivolgere un simile appello, anche perché era considerato da molti bieco e ottuso.
Ma la lettera ebbe un effetto duraturo perché rafforzò la convinzione che l’ideologia occidentale, superficiale e seducente, non potesse essere disgiunta dal colonialismo, dalla persecuzione e dall’empietà. Diventò uno dei documenti alla base del controilluminismo islamico. Come molti islamisti, Al Banna era scettico nei confronti della democrazia, un sistema di governo che in Egitto aveva funzionato così male da produrre solo nuove ingerenze occidentali, ostacolando i piani per una vera rinascita nazionale.
Con re Faruq, i coloni britannici e una classe politica corrotta al potere, la rinascita sembrava poco probabile. Durante la seconda guerra mondiale, Londra usò l’Egitto come base operativa, rovesciò un governo che non apprezzava e tenne sotto controllo personaggi scomodi come Al Banna. Alla fine della guerra i Fratelli musulmani misero in atto le loro prime azioni, attaccando le basi militari britanniche e uccidendo i politici che non si dimostravano abbastanza patriottici o abbastanza ostili al nuovo stato di Israele.
Tra la fine degli anni cinquanta e gli anni sessanta Gamal Abdel Nasser, andato al potere dopo aver guidato un colpo di stato contro re Faruq nel 1952, arrestò e torturò migliaia di militanti e simpatizzanti dei Fratelli musulmani, e fece uccidere chiunque fosse considerato una minaccia al suo programma di sviluppo laico. Nasser era molto popolare: aveva nazionalizzato il canale di Suez nel 1956 e aveva presieduto brevemente un’unione politica con la Siria, che nel frattempo era diventata indipendente dalla Francia. Ma il suo prestigio fu intaccato dalla sconfitta nella guerra dei sei giorni del 1967 contro Israele.
Nel 1981 il suo successore, Anwar Sadat, un altro militare, fu ucciso da alcuni soldati islamisti. Il controilluminismo dei Fratelli musulmani finì per diffondersi in tutto il Medio Oriente. Nel 1979 lo scià dell’Iran fu rovesciato dai rivoluzionari. Proprio come i Fratelli musulmani, i religiosi intransigenti che rifondarono l’Iran negli anni ottanta non si fidavano della democrazia occidentale e chiedevano il ritorno ai valori tradizionali che lo scià aveva abbandonato nel suo impeto modernizzatore. Anche la forma di governo laica costruita da Atatürk fu islamizzata dopo la seconda guerra mondiale, ma questo processo fu in parte mascherato dal dominio di una classe dirigente occidentalizzata guidata dall’esercito.
Dopo un lungo declino questa classe dirigente ricevette il colpo di grazia nel 2002, con la vittoria del partito islamista Giustizia e sviluppo di Recep Tayyip Erdoğan, ancora oggi al potere. Militarismo in Egitto, autoritarismo in Turchia, semiteocrazia in Iran e caos nel resto del Medio Oriente: ecco il quadro quasi un secolo dopo che l’esperimento liberale fu interrotto dalla guerra e dal colonialismo. Quasi ovunque gli islamisti hanno un sostegno popolare maggiore rispetto ai leader autoritari usciti dall’esercito.
Proprio come l’islamismo fu inizialmente provocato dall’aggressione occidentale e inavvertitamente alimentato da leader autoritari laici (spesso alleati dell’occidente e per questo visti con avversione e diffidenza), allo stesso modo è difficile immaginare la sua brutale metamorfosi nel jihadismo del gruppo Stato islamico senza tener conto dell’invasione dell’Iraq.
Naturalmente è impossibile sapere quali forme avrebbe preso l’islamismo se il periodo liberale del Medio Oriente non fosse stato interrotto dalla prima guerra mondiale e dagli sconvolgimenti che seguirono la fine dell’impero ottomano. Resta il fatto che la storia dell’islamismo è anche la storia di un occidente iperattivo, che ha commesso l’errore di intervenire in Medio Oriente (e in Afghanistan) non una volta, ma ripetutamente.
Reazioni sproporzionate
Anche contando gli arrivi degli ultimi anni, i musulmani formano circa il 6 per cento della popolazione europea e l’1 per cento di quella statunitense. La proporzionalità nella reazione, però, non è una virtù dei nuovi nazionalisti. Anche se i numeri dell’immigrazione musulmana cominciassero a scendere e fosse dimostrato che la paura di un’invasione musulmana è priva di fondamento, non possiamo essere certi che i populisti cambierebbero le loro posizioni.
Probabilmente chi oggi invoca misure severe contro i musulmani troverà sempre una giustificazione retroattiva a tutte le reazioni violente che susciterà, e questo porterà a nuovi e più duri provvedimenti contro i musulmani. Invece per chi è preoccupato soprattutto del fatto di mantenere un’omogeneità culturale, la domanda più urgente è un’altra: come bisogna comportarsi con i musulmani?
Nella versione della storia difesa dai sostenitori dello scontro di civiltà, i seguaci dell’islam sono presentati come indiscutibilmente avversi alla modernità. L’integrazione e l’assimilazione sembrano quindi impossibili. È l’opinione, per esempio di quel 60 per cento di tedeschi che secondo un sondaggio sono d’accordo con Frauke Petry, dell’Afd, quando dice che l’islam è estraneo alla Germania.
Ma chi ha a cuore il benessere generale della società dovrebbe farsi domande più complesse. E le risposte dovranno tener conto dell’attuale minaccia del jihadismo, calmare le paure di chi crede che una parte preziosa e intangibile della sua cultura sia in pericolo e riaccendere la fede nella possibilità di una democrazia liberale inclusiva e multietnica.
Sappiamo già quale sarà la reazione di Trump a eventuali futuri attacchi. Ve l’avevo detto, proclamerà dando un nuovo giro di vite. Sistemi d’identificazione elettronici, espulsioni, ordini di sparare ai profughi (un’idea di Petry): l’elenco delle punizioni proposto dai sostenitori dello scontro di civiltà è lungo e articolato.
La crisi dei rifugiati in Europa ha indurito il cuore del continente e l’identità settaria è finita al centro del dibattito politico. Tutto questo era successo già prima dell’arrivo di Trump alla Casa Bianca. Anche sotto l’amministrazione Obama non era facile per le persone originarie di un paese a maggioranza musulmana entrare negli Stati Uniti. Ma come Trump e suoi alleati sono impazienti di dimostrare, c’è una grande differenza tra il tentativo d’imporre rigidi controlli alle frontiere e il nuovo clima di denigrazione istituzionale.
In Europa e negli Stati Uniti le comunità musulmane sono diventate capri espiatori. Nell’aria si respira voglia di scontro. Bannon è pronto. Anche i jihadisti lo sono. Trump sta lavorando per loro: dimostra che l’occidente odia l’islam ed è esattamente quello che i jihadisti hanno sempre sostenuto. Un arroccamento nello scontro di civiltà – che da semplice teoria accademica nel 1957 è diventata l’ideologia di una nuova classe dirigente – servirà solo a far aumentare il numero delle persone disposte a credere che esista davvero.
(Traduzione di Francesca Spinelli)
Questo articolo è stato pubblicato il 24 marzo 2017 nel numero 1197 di Internazionale.
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