Vale la pena fermarsi un momento a riflettere su cosa significa essere giovani oggi: avere tra i 15 e i 25 anni, frequentare una scuola superiore, un’università o un istituto di formazione professionale, oppure essere già entrati nel mondo del lavoro.
Significa dover affrontare un sistema scolastico in profonda crisi, con personale insufficiente, spesso scollegato dalla realtà e incapace di preparare a un mondo complesso e incerto. Significa frequentare un’università pubblica sottofinanziata e sotto attacco, che fatica a trovare un equilibrio tra la propria capacità di produrre conoscenza, ricerca e competenze, e le patologie di una società e di un’economia che spesso premiano l’opportunismo più della creatività.
Significa sapere che la prospettiva, almeno all’inizio, non è trovare un lavoro all’altezza delle proprie conoscenze e competenze, ma, nel migliore dei casi, un impiego nel grande settore dei servizi o, per dirla più semplicemente, un lavoro stagionale. Significa rendersi conto di non essere considerati il futuro o la speranza della società, ma un problema o, addirittura, un peso. Essere visti come dei “delinquenti”, guardati con sospetto dalle forze dell’ordine e, se si commette l’errore di protestare e rivendicare i propri diritti, ritrovarsi di fronte a manganelli e gas lacrimogeni.
Significa avere 16 o 20 anni e sapere che, quando se ne avranno 45, vaste aree del pianeta saranno letteralmente inabitabili, perché, nonostante le dichiarazioni ipocrite, non si sta facendo nulla per fermare la catastrofe climatica. Significa vedere le élite politiche e i leader mondiali creare un mondo più diviso, violento e pericoloso: un mondo in cui è molto probabile che ai ragazzi sia chiesto di combattere guerre senza che nessuno abbia mai domandato loro se fossero d’accordo.
Significa confrontarsi con una società che invecchia rapidamente e che, proprio per questo, invece di investire nei ragazzi e nelle ragazze, fa esattamente il contrario: li considera un peso, un costo, una seccatura, un fastidio. Se consideriamo tutto questo – atteggiamenti e situazioni che riguardano tutta l’Europa, non solo la Francia – possiamo capire che la domanda non è perché i giovani si ribellino, ma perché non si ribellino ancora di più, con maggiore intensità, in modo ancora più massiccio ed esplosivo.
Capiamo perché oggi siano i sindacati studenteschi di Atene a prendere l’iniziativa, mentre anche in Spagna le ragazze e i ragazzi sono già scesi in piazza, dopo aver visto gli sfratti, l’azione dei fondi speculativi e le politiche messe in atto.
Stiamo creando società che non offrono alcun futuro ai giovani, ma che, in fondo, dicono loro: “Comportatevi bene, perché vi stiamo facendo un favore”. Società che, in nome dello sviluppo – che invece è semplicemente sinonimo di esplosione delle disuguaglianze sociali e di cinismo delle grandi ricchezze – non offrono più speranza, ma, nel migliore dei casi, qualche possibilità di sopravvivenza. E perfino questa viene considerata una sfida individuale, anziché un diritto sociale garantito. Società in cui la contrattazione permanente – economica, politica o un intreccio delle due – sostituisce qualsiasi idea di responsabilità collettiva, trasformando la democrazia in un guscio vuoto.
Non ci prendiamo mai la briga di ascoltare ciò che vogliono i giovani, quegli stessi giovani che liquidiamo con tanta facilità dicendo che “non leggono” o che “sono sempre incollati agli schermi”, quando in verità quelli più immersi nei social media sono proprio quelli che si lamentano dei problemi dei giovani.
Perché, se li ascoltassimo, ci accorgeremmo che i giovani sono inquieti e angosciati; scopriremmo che hanno valori e ideali, che danno più importanza alla qualità della vita che alla semplice crescita del reddito, che desiderano relazioni sociali autentiche, tempo libero, la possibilità di vivere davvero, invece di dover continuamente dimostrare di essere all’altezza. Che vogliono meritocrazia e giustizia. Vedremmo la loro paura quando si rendono conto che lavoreranno per tutta la vita solo per ritrovarsi a vivere indebitati e in condizioni peggiori rispetto a quelle dei loro genitori; che dovranno affrontare il cinismo dei datori di lavoro e dei proprietari di casa e che saranno presi di mira al minimo pretesto.
I giovani che scendono in piazza, che occupano edifici, che si scontrano con la polizia non sono dei criminali. A esserlo è una società che si impegna, giorno dopo giorno, a rendere le loro vite più difficili e il loro futuro peggiore. Una società che hanno tutte le ragioni di voler cambiare.◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1687 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati