Tutto è cominciato con dei post che suggerivano l’apertura del confine tra Spagna e Marocco. Su Instagram, Facebook e TikTok gli utenti hanno condiviso la notizia e diffuso video che mostravano percorsi da fare a nuoto per raggiungere Ceuta.

A distanza di giorni dalla crisi, e mentre si parla di una fantomatica nuova emergenza a Ceuta il 15 agosto, emerge sempre più chiaramente il ruolo avuto dai social media nello spingere migliaia di persone a tentare l’attraversamento di una delle frontiere più militarizzate del mondo.

Le persone hanno cominciato a dirigersi verso Fnidq, la città marocchina più vicina all’enclave spagnola con autobus, treni e taxi, mentre gruppi online condividevano informazioni sui percorsi o addirittura sugli orari e la posizione delle guardie di frontiera.

Questo elemento, analizzato anche da inchieste e articoli giornalistici, mostra come i social media possano avere giocato un ruolo nella cosiddetta “guerra ibrida”, che usa le persone per ottenere degli obiettivi militari o politici. Per questo la commissaria europea per il digitale, Henna Virkkunen, ha chiesto alle piattaforme e alle autorità un monitoraggio più capillare e attento dei social media in casi come questo, anche se ancora non è chiaro chi possa essere stato a orchestrare questa crisi.

Nei post su Ceuta a volte si citava la sentenza della corte suprema spagnola, che all’inizio di luglio aveva condannato Madrid per i respingimenti verso il Marocco considerati illegali. Ma questa notizia era usata per convincere le persone che la frontiera fosse ormai aperta.

Il 30 luglio, secondo un’indagine di Maldita.es, 215 post contenenti sostanzialmente lo stesso messaggio sono stati pubblicati da 727 utenti. Il sito non è riuscito a dimostrare che ci fosse una regia dietro all’operazione, ma allo stesso tempo ha innescato una riflessione su un fenomeno che dovrà essere approfondito nelle prossime settimane.

A Larache, circa 150 chilometri da Ceuta, tre ragazzi marocchini hanno visto un video pubblicato dall’account Instagram Haraga Ceuta, che annunciava l’apertura della frontiera. Per questo hanno deciso di partire. Altri migranti hanno raccontato esperienze simili ai giornalisti arrivati sul posto. “Ho visto online che la frontiera era aperta e ho deciso di andare”, ha raccontato all’Associated Press il diciassettenne Omar Danbor, mentre tornava in Marocco qualche ora dopo.

I video mostravano persone che nuotavano verso Ceuta, arrivavano dall’altra parte del confine e sorridevano. Alcuni influencer hanno pubblicato immagini di persone con mute o salvagenti. Un giovane marocchino che viveva a Lipsia è comparso in un video nel quale sosteneva che chi fosse riuscito a entrare a Ceuta non sarebbe stato rimandato indietro. Il filmato è stato poi cancellato, ma nel frattempo era stato pubblicato da altre decine di account.

Il confine, visto attraverso lo schermo di un telefono, appariva improvvisamente meno lontano e meno invalicabile. Non era più solo una frontiera tra le più sorvegliate e sigillate del mondo, ma una porta aperta verso un sogno.

Come sempre in questi casi di disinformazione alle immagini autentiche si sono mescolati video vecchi, fotografie fuori contesto e contenuti generati con l’intelligenza artificiale. Una fotografia attribuita alla Reuters mostrava un soldato che aiutava un migrante ad arrampicarsi su uno scoglio. Lo scatto non era stato pubblicato dalla Reuters e una verifica di Euronews ha dimostrato che si trattava di un’immagine generata dall’intelligenza artificiale. Un’altra foto che mostrava decine di scarpe abbandonate in mare aveva la stessa origine.

Altri contenuti erano veri, ma fuori contesto o datati. Un video presentato come la prova dell’arrivo di alcune persone in Spagna risaliva ad almeno tre anni fa. Un ragazzo ripreso mentre nuotava verso la costa era associato alla traversata di Ceuta, ma il video era stato girato a El Jadida, in Marocco.

Sia il Marocco sia la Spagna hanno dato la responsabilità della crisi di Ceuta ai trafficanti di esseri umani e a gruppi criminali, che secondo i due paesi avrebbero incoraggiato gli attraversamenti di massa. Tuttavia i migranti marocchini intervistati dai giornalisti hanno negato nella maggior parte dei casi di essersi rivolti ai dei trafficanti o a degli intermediari.

“Ho scelto di andare di mia spontanea volontà, ma quel paese non vale questo sacrificio”, ha detto Kalouch all’Associated Press. “Non ci sono mafie. Il confine era aperto e l’ho attraversato. Ma ora me ne pento”, ha detto Danbor, con gli abiti ancora bagnati subito dopo essere rientrato in Marocco.

L’ipotesi di una regia

Alcune analisi hanno parlato di un’attività coordinata, individuando gruppi e account impegnati nella diffusione di informazioni pratiche e messaggi. Un’indagine ha stimato che le visualizzazioni generate dai contenuti sul tema prodotti dall’inizio di luglio sono state circa undici milioni.

Il meccanismo è lo stesso già osservato in altre crisi: gli algoritmi amplificano alcuni contenuti, gli influencer li riprendono, gli utenti comuni li copiano e li rilanciano senza verificarli, i gruppi online aggiungono informazioni pratiche. In questo modo una voce può passare rapidamente da un account a centinaia di altri, senza che sia necessario individuare un unico centro di comando.

Alcuni esperti hanno ipotizzato che reti legate alla Russia e alla galassia sovranista europea abbiano contribuito ad amplificare la diffusione delle immagini della crisi a Ceuta per produrre ancora più panico e instabilità nell’Unione europea. Ma le informazioni disponibili non permettono di dimostrare con certezza questa ipotesi.

Secondo un’inchiesta del Guardian nei giorni successivi alla crisi di Ceuta account collegati all’esercito russo hanno raggiunto più di 500mila persone. È successo spesso in questi anni che questo tipo di account legati a Mosca diffondessero contenuti propagandistici sull’immigrazione, legati al punto di vista dei partiti dell’estrema destra, con la funzione di destabilizzare l’Unione europea e le sue istituzioni. Ma secondo diverse analisi la portata e il coordinamento della disinformazione che è seguita alla crisi di Ceuta sono significativi e i gruppi che diffondono disinformazione online sono più organizzati e capillari di quanto non fossero in passato.

È evidente che la convergenza tra propaganda, disinformazione e condizioni di bisogno delle persone. I social non hanno inventato il desiderio di partire, né le pressioni economiche, politiche e sociali che spingono le persone verso l’Europa. Non hanno creato la frontiera di Ceuta, né le tensioni tra Rabat e Madrid. Ma hanno modificato la percezione sia di chi desiderava partire, sia dell’opinione pubblica mondiale che osservava quelle immagini.

Il risultato è stato un ampio movimento di persone e una risposta politica inadeguata e caotica, ideologicamente orientata da parte delle destre europee più oltranziste. Decine di migliaia di persone hanno raggiunto o tentato di raggiungere Ceuta in poche ore.

Le autorità spagnole hanno parlato di circa 72mila persone, mentre il bilancio delle vittime è molto alto: il presidente di Ceuta Juan Jesús Vivas ha confermano almeno cento morti. Molte persone sono annegate. Altre sono rimaste schiacciate nella calca mentre cercavano di attraversare la frontiera blindata. E in Europa quelle immagini dolorose e spettacolari sono state usate ancora una volta come un palcoscenico e un pretesto da politici senza scrupoli che volevano parlare ancora una volta di “invasione” ed “emergenza” per scatenare le paure più profonde nell’opinione pubblica.

Questo articolo è tratto dalla newsletter Frontiere.

Iscriviti a
Frontiere
La newsletter sulle migrazioni. A cura di Annalisa Camilli. Ogni lunedì.
Iscriviti
Iscriviti a
Frontiere
La newsletter sulle migrazioni. A cura di Annalisa Camilli. Ogni lunedì.
Iscriviti

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it