Oggi nella memoria collettiva di quello che viene chiamato conflitto israelo-palestinese ci sono poche tracce della grande rivolta araba del 1936. Nella narrazione occidentale e regionale le radici della violenza, della pulizia etnica e dell’esproprio delle terre, quando sono prese in considerazione, vengono fatte risalire alla Nakba del 1948, il momento in cui centinaia di migliaia di palestinesi furono cacciati dalle loro case in seguito alla nascita di Israele. Ma i semi di tutti quei mali avevano già cominciato a germogliare più di un decennio prima, quando i palestinesi avevano dato vita alla prima tappa della loro mobilitazione contro il colonialismo.
Un film che è nelle sale italiane questi giorni riporta sotto i riflettori questo episodio dimenticato della storia. Palestine 36, della regista, sceneggiatrice e produttrice palestinese Annemarie Jacir, racconta le vite di vari personaggi palestinesi sconvolte dalla nascente occupazione ebraica delle loro terre, favorita dalle politiche dell’impero britannico contro cui esplode la ribellione. Tra i protagonisti ci sono anche alcuni funzionari britannici, a sottolineare le responsabilità di Londra nel gettare le basi delle future ingiustizie e nell’alimentare tensioni e dissidi. I coloni ebrei invece restano sullo sfondo, come se anche loro fossero pedine prese in un gioco più grande di loro.
Oltre a intrattenere con una storia avvincente (anche se si sa già come va a finire) e a offrire un’interessante ricostruzione storica (grazie anche alle immagini di archivio), il film traccia illuminanti parallelismi con la realtà di oggi in Palestina, suggerendo come tutti i metodi violenti ereditati dallo stato d’Israele fossero già usati dai colonizzatori britannici: arresti arbitrari, punizioni collettive, incarcerazioni senza accusa, demolizione di case, massacri di civili, repressione di ogni dissenso. A quegli anni si possono inoltre far risalire i tanti pregiudizi e le narrazioni distorte arrivate fino ai giorni nostri riguardo alla “missione civilizzatrice” nei confronti dei palestinesi, alla loro mancanza di una visione politica e al ruolo inferiore delle donne nelle società arabe.
Tutte queste visioni orientaliste sono scardinate nel film, che lascia un’amara riflessione sulla necessità di affrontare le pagine dimenticate della storia per poter finalmente fare i conti con la devastazione attuale nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Testimonia inoltre la volontà dei palestinesi di prendere il controllo del modo in cui alcuni fatti fondamentali sono raccontati e trasmessi alle generazioni future. La proiezione di Palestine 36 chiuderà il festival di Internazionale che si svolge a Ferrara tra il 2 e il 4 ottobre (qui il programma completo), con Annemarie Jacir che dialogherà con Catherine Cornet.
Nel 1936 la Palestina era sotto il mandato coloniale britannico da quasi vent’anni. In base all’accordo Sykes-Picot del 1916, la Francia e il Regno Unito si erano spartiti vaste aree della Grande Siria e dell’Iraq, che avevano fatto parte del defunto impero ottomano. Sei anni dopo la Società delle nazioni (l’organizzazione internazionale che ha preceduto le Nazioni Unite) concesse a Londra il mandato ufficiale per governare la Palestina. Il testo incorporava la dichiarazione Balfour, un documento del governo britannico che nel 1917 si era impegnato a favorire la “creazione di un focolare ebraico in Palestina”.
Mentre in Europa s’intensificava la persecuzione degli ebrei, Londra incaricò un’organizzazione sionista, in seguito nota come Agenzia ebraica, di organizzare l’emigrazione degli ebrei in Palestina. Tra il 1922 e il 1940 la popolazione ebraica aumentò di cinque volte, passando da 83.790 a 467.000 persone, pari a un terzo degli abitanti complessivi della Palestina all’epoca, che erano circa 1,5 milioni. Anche la proprietà ebraica delle terre aumentò esponenzialmente: da 60.100 a 155.200 ettari. Le autorità britanniche favorirono il trasferimento dei terreni, tramite confische unilaterali o creando le condizioni per consentire l’acquisto o l’accaparramento da parte di persone non arabe. I palestinesi erano sempre più preoccupati vedendo gli insediamenti ebraici disseminati tra i loro villaggi.
Le politiche britanniche inoltre avevano gravi conseguenze socio-economiche sui palestinesi, la cui produzione agricola era fortemente tassata e la cui manodopera operaia era sempre più spesso rimpiazzata da quella ebraica. Il malcontento cresceva, alimentando le tensioni tra colonizzatori e colonizzati, il cui movimento nazionalista si era rafforzato negli ultimi anni dell’impero ottomano. Palestinesi ed ebrei erano già stati coinvolti in una serie di scontri violenti, ma i disordini scoppiarono il 19 aprile 1936, in seguito a un incidente durante il quale alcuni palestinesi avevano ucciso due ebrei vicino Tulkarem. Qualche giorno dopo il Comitato supremo arabo, appena fondato, proclamò uno sciopero generale che prevedeva di non pagare le tasse e boicottare i prodotti ebraici.
Lo sciopero durò sei mesi, ma innescò una rivolta che andò avanti per tre anni e fu brutalmente repressa dalle forze britanniche. Il governo di Londra spedì in Palestina 20mila soldati, che cominciarono ad arrestare chiunque fosse sospettato di simpatizzare con la ribellione e a mettere in atto altre misure punitive come la demolizione di case. Fu imposto il coprifuoco e interi villaggi palestinesi furono bombardati. Per soffocare la rivolta le autorità britanniche collaborarono anche con la comunità ebraica, addestrando alcune milizie, tra cui l’Haganah, l’organizzazione paramilitare ebraica che negli anni successivi terrorizzò i villaggi palestinesi e dopo la nascita d’Israele fu integrata nell’esercito israeliano.
Alla resistenza palestinese si unirono diversi volontari dai paesi arabi e alla fine del 1938 le varie bande armate che combattevano contro l’esercito israeliano e le milizie ebraiche erano composte da 7.500 persone. Come ricostruisce The New Arab a indebolire la rivolta fu però anche la mancanza di una strategia unitaria e la frammentazione interna dei palestinesi, in particolare la rivalità tra due clan principali: gli Husseini, allineati con i ribelli, e i Nashashibi, che invece temevano per i propri interessi politici ed economici. Secondo alcune stime il bilancio di tre anni di repressione è pesantissimo: cinquemila palestinesi furono uccisi (pari al 10 per cento della popolazione maschile dell’epoca), tra 15mila e 20mila restarono feriti, 5.600 furono imprigionati e più di duemila case furono distrutte.
La ribellione si placò solo nel 1939 quando il Regno Unito, pochi mesi prima di entrare nella seconda guerra mondiale, emanò un documento che prometteva di limitare l’immigrazione ebraica in Palestina e di istituire uno stato palestinese indipendente nel giro di dieci anni. Alla scadenza del documento i britannici avevano lasciato la Palestina, lo stato di Israele era nato e per i palestinesi era cominciata la lunga lotta per la liberazione.
Questo testo è tratto dalla newsletter Mediorientale.
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