La Commissione europea sta preparando una riforma destinata a rafforzare il ruolo di Frontex, l’agenzia europea della guardia di frontiera e costiera. Tra le novità più rilevanti del progetto c’è l’attribuzione di nuove competenze nella gestione dei rimpatri, compreso un possibile coinvolgimento operativo nei cosiddetti return hubs, centri di rimpatrio situati al di fuori dell’Unione europea, previsti dal nuovo regolamento rimpatri.

L’iniziativa s’inserisce nel processo di attuazione del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, con l’obiettivo di aumentare i rimpatri delle persone irregolari. Tra le modifiche previste, Frontex potrebbe non limitarsi più a coordinare i rimpatri dall’Unione europea verso i paesi d’origine, ma anche organizzare operazioni di trasferimento forzato verso il paese terzo con cui sono stati stretti accordi bilaterali. Questa estensione del mandato consentirebbe all’agenzia di svolgere un ruolo operativo nei futuri return hubs, strutture destinate a trattenere temporaneamente i migranti che hanno ricevuto un provvedimento di rimpatrio.

I return hubs rappresentano una delle proposte più criticate nell’ambito delle nuove politiche migratorie europee. L’idea è di creare centri in stati non appartenenti all’Unione europea, nei quali trasferire le persone irregolari. La Commissione europea ha tuttavia precisato che il nuovo mandato di Frontex non costituirebbe un’autorizzazione generalizzata a effettuare trasferimenti in paesi terzi. Le operazioni dovrebbero svolgersi esclusivamente nel quadro di specifici accordi bilaterali. La proposta, che dovrebbe essere formalizzata entro la fine di settembre, ha già suscitato un intenso dibattito politico.

Diverse organizzazioni per i diritti umani, esperti di diritto e parlamentari europei hanno espresso preoccupazione per le possibili conseguenze sul piano della tutela dei diritti. Le principali critiche riguardano il rischio che i return hubs possano trasformarsi in strutture caratterizzate da limitate garanzie giuridiche, soprattutto se collocate in paesi con sistemi di protezione dei diritti meno solidi rispetto a quelli europei.

Un altro tema centrale riguarda la responsabilità di Frontex. Negli ultimi anni l’agenzia è stata più volte al centro di controversie relative al rispetto dei diritti dei migranti durante le operazioni lungo le frontiere esterne dell’Unione. Per questo motivo, numerosi osservatori ritengono che un eventuale ampliamento delle sue competenze debba essere accompagnato da un rafforzamento dei meccanismi di controllo, trasparenza e supervisione indipendente.

Il progetto della Commissione riflette una tendenza sempre più evidente nelle politiche migratorie europee che mira a rafforzare la cooperazione con paesi terzi a cui affidare il controllo delle frontiere, le pratiche di rimpatrio e addirittura l’esame delle richieste di asilo. Ma le violazioni dei diritti umani in processi come questi potrebbero essere sistematiche.

Il numero di agenti di frontiera impiegati da Frontex dovrebbe essere ampliato a diecimila entro il 2027, con l’obiettivo di raggiungere infine trentamila agenti. Frontex ha dichiarato al sito di notizie Infomigrants che “in generale, nessun paese dell’Unione europea gestisce più la migrazione o le proprie frontiere esterne in autonomia”. Il bilancio annuale dell’agenzia ha superato per la prima volta un miliardo di euro lo scorso anno.

Questo testo è tratto dalla newsletter Frontiere.

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