Gli ho chiesto di quei tempi,
quando ancora eravamo così giovani,
ingenui, impetuosi, sciocchi, sprovveduti.
È rimasto qualcosa, tranne la giovinezza
– mi ha risposto. (….)
Gli ho chiesto se gli capita di essere felice.
Lavoro
– mi ha risposto”.
Sono versi di Wisława Szymborska, da Il vecchio professore. Questa poesia segue una struttura semplice, una serie di domande e risposte. La risposta che forse colpisce di più è quella che l’insegnante dà sulla felicità: “Lavoro”.
Le persone che nonostante l’età avanzata continuano a lavorare ci sono sempre state. Anzi, Keith Thomas, uno dei più importanti storici britannici contemporanei, ricordava che la predilezione per chi è in là con gli anni è stata “condivisa da tutte quelle istituzioni corporative che attribuiscono valore alla gerarchia, alla stabilità e alla continuità”.
Ma ci può essere una deriva: ogni volta che l’età matura è usata per assegnare posizioni o risorse entra in gioco un impulso alla gerontocrazia, il potere in mano ai vecchi. Un paio di anni fa Samuel Moyn, che insegna diritto e storia a Yale, negli Stati Uniti, ha scritto su Granta che questo impulso tradisce il progresso moderno: “Se la modernità ha significato sfidare gli anziani, pretendendo che condividessero il loro potere e le loro risorse, allora l’epoca postmoderna è una delle loro risalite al trono più riuscite”.
Moyn ha sviluppato il suo ragionamento in un libro che sta ricevendo molta attenzione. S’intitola Gerontocracy in America: how the old are hoarding power and wealth – and what to do about it (“La gerontocrazia in America: come gli anziani stanno accumulando ricchezza e potere, e cosa fare al riguardo”, lo racconta Alessio Marchionna). È un libro che parla anche d’istruzione superiore.
Moyn dice che, insieme alla politica, il mondo accademico è l’esempio più chiaro di gerontocrazia. Le università, scrive, lasciano che i docenti più anziani restino aggrappati ai loro posti, retribuiti meglio, bloccando le opportunità dei ricercatori più giovani. E “un corpo docente che invecchia è più orientato alla conservazione, soffocando l’innovazione e l’originalità”.
Non è un’accusa nuova, ma con le trasformazioni degli ultimi decenni è più difficile ignorarla. Basta vedere i numeri: all’università di Yale negli anni trenta l’età media dei professori era di poco sotto i 43 anni; negli anni duemila si avvicinava ai 57, con quasi un terzo dei docenti che aveva più di 65 anni e il 15 per cento più di settanta. Tra il 2000 e il 2010 la Faculty of arts and sciences di Harvard (che include 1.200 persone assunte dai dipartimenti di storia, filosofia, matematica, fisica, letteratura, economia e biologia) aveva più professori di ruolo sopra i sessant’anni che sotto i cinquanta.
Questo, per Moyn, è strettamente collegato a un elemento: la pensione.
Nel 1967 il congresso approvò l’Age discrimination in employment act (Adea), che fissava a 65 anni l’età pensionabile. Ma in seguito la legge fu gradualmente rivista finché, intorno al 1986, il pensionamento obbligatorio era sostanzialmente vietato. Da quel momento chi voleva poteva restare al suo posto.
Una posizione solidissima
Le conseguenze nel mondo universitario sono state immediate: secondo uno studio sulle facoltà di legge, dopo l’eliminazione del tetto all’età i professori settantenni sono aumentati di dieci volte. Quasi il 40 per cento di chi avrebbe dovuto ritirarsi è rimasto (dopo la crisi finanziaria del 2008, che ha colpito anche i fondi pensione, più della metà dei professori anziani ha ammesso di conservare l’incarico per ragioni economiche).
Parallelamente, tra il 1987 e il 2021 gli incarichi a tempo determinato, riservati ai più giovani, sono passati dal 47 al 68 per cento del totale; nel 2023 più di due terzi degli insegnanti aveva un impiego precario o part-time.
Quando il congresso eliminò gli ultimi residui sui limiti di età, alle università fu concessa una proroga di sette anni: i docenti erano già protetti dalla tenure, e il governo voleva dargli il tempo di adeguarsi.
La tenure è uno degli istituti fondamentali delle università statunitensi, non ha un vero e proprio equivalente in Italia. È una posizione solidissima: una docente con una tenure non può essere licenziata se non in casi estremi. In pratica, ha il posto a vita.
Nato per difendere la libertà di ricerca e di parola, nel tempo questo strumento si è trasformato in qualcosa di diverso. Di solito prevede un’esperienza di sei o sette anni come assistant professor, alla fine della quale si viene valutati: promossi o mandati via (il cosiddetto up or out), senza vie di mezzo.
Chi supera la selezione diventa associate professor e ottiene una protezione quasi assoluta: può essere rimosso solo per gravissime violazioni, non per calo di produttività o per vecchiaia. Il risultato, osserva Moyn, è che la tenure, pensata per tutelare chi ha molto di nuovo e scomodo da dire, si è ridotta a un alibi per chi ha poco di nuovo da aggiungere.
Il problema comunque è internazionale, e le risposte divergono, spiega Nature. In Spagna e in Italia si deve andare in pensione a settant’anni, in Francia al massimo a 69. Nel Regno Unito (dove il pensionamento obbligatorio è stato cancellato nel 2011) Oxford e Cambridge hanno introdotto un limite a 69 anni con l’obiettivo dichiarato di creare opportunità per i giovani.
I risultati però hanno ridimensionato le aspettative: secondo uno studio commissionato dalla stessa Cambridge, il pensionamento obbligatorio ha fatto salire le posizioni vacanti nell’università solo del 2,75 per cento, molto meno dell’11 per cento stimato; è cresciuto soprattutto il personale non accademico, non la quota di ricercatori.
Queste politiche sono inoltre impopolari, con alcuni docenti che hanno fatto causa alle università. C’è poi un paradosso che nessuna legge sulle pensioni riesce a risolvere da sola: non è detto che un posto liberato sia rimpiazzato con un contratto stabile. Alcuni professori anziani vorrebbero andare in pensione ma sono riluttanti a farlo proprio perché sanno che il loro incarico verrebbe semplicemente cancellato, non assegnato a un giovane.
Come fare quindi? Se l’obiettivo della pensione obbligatoria serve a dare spazio ai giovani, occorre trovare modi efficaci e non discriminatori. Qualcuno propone di destinare più finanziamenti a ricercatori e ricercatrici all’inizio della carriera, limitare gli aumenti salariali dopo una certa età per incentivare il pensionamento anticipato, allontanare i docenti meno produttivi assunti in epoche in cui gli standard erano più bassi.
Per altri un’opzione sarebbe creare dei corsi speciali, lasciando ai più anziani la possibilità di restare in dipartimento come professori emeriti (che ricevono al massimo un compenso per le loro attività ma non uno stipendio pieno).
La gerontologa Michelle Silver, dell’università di Toronto, risponde che l’età è comunque un indicatore arbitrario: per lei attribuire una data di scadenza al lavoro accademico “è assurdo”, e rischia di penalizzare soprattutto le donne, che spesso interrompono la carriera per la famiglia e si trovano quindi a raggiungere il loro picco professionale più tardi. Mentre sarebbe nell’interesse di tutti trasferire la memoria, la conoscenza e la saggezza di questi insegnanti.
C’è poi una dimensione che i numeri non catturano. La poesia di Szymborska, contenuta nella raccolta Due Punti (Adelphi 2007, traduzione di Pietro Marchesani), finisce così:
Gli ho chiesto della salute e del suo morale.
Mi vietano caffè, vodka e sigarette,
di portare oggetti e ricordi pesanti.
Devo far finta di non aver sentito
– mi ha risposto.
Gli ho chiesto del giardino e della sua panchina.
Quando la sera è tersa, osservo il cielo.
Non finisco mai di stupirmi, tanti punti di vista ci sono lassù
– mi ha risposto”.
Questo testo è tratto dalla newsletter Doposcuola.
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