Gli statunitensi amano ricordare al mondo che il loro paese è nato da una rivolta fiscale. Il Boston tea party – la protesta in cui dei coloni indipendentisti travestiti da nativi americani salirono a bordo delle navi inglesi ancorate nel porto di Boston e gettarono centinaia di casse di tè in mare – è diventato un mito fondativo, simbolo di resistenza alle tasse ingiuste. Non è un caso se quell’evento viene ricordato puntualmente verso la metà di aprile, quando arriva la scadenza per presentare la dichiarazione dei redditi (quest’anno era il 15 aprile).

E nel 2026 il desiderio di pagare meno tasse potrebbe essere più facile da esaudire. Non perché il fisco sia diventato più leggero ma perché i controlli si stanno indebolendo. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, l’Internal revenue service (l’agenzia delle entrate, Irs) sta riducendo drasticamente la sua capacità di riscuotere. Migliaia di dipendenti hanno lasciato l’agenzia e il bilancio proposto per il 2027 prevede ulteriori tagli. Il numero di funzionari dedicati a verifiche e contrasto all’evasione fiscale potrebbe scendere sotto quota 30mila, molto al di sotto dei livelli recenti e circa un terzo in meno rispetto al picco raggiunto durante l’amministrazione Biden.

Con Trump sono cambiate più in generale le priorità nell’applicazione della legge: il governo è preoccupato delle frodi nei programmi di welfare, mentre ridimensiona le agenzie che si occupano della difesa dei consumatori. E come è successo con gli investigatori di altre agenzie federali, anche alcuni dell’Irs sono stati riassegnati al controllo dell’immigrazione o alle operazioni di sicurezza nelle strade in città come Washington e Memphis.

Intanto Trump, che in passato si è lamentato dei controlli fiscali contro le sue aziende, ha concesso la grazia a diverse persone condannate per reati tributari. Tra questi ci sono Todd e Julie Chrisley, due noti presentatori di reality tv, condannati nel 2022 per frode ed evasione, e il proprietario di una casa di riposo accusato di una frode fiscale da 38 milioni di dollari sui contributi dei dipendenti.

Gli effetti sono già visibili. Gli audit (le verifiche fiscali formali con cui l’Irs controlla se ciò che è stato dichiarato è corretto) sui contribuenti più ricchi – quelli con redditi superiori a dieci milioni di dollari – sono diminuiti e sono destinati a calare ancora, così come i controlli sulle entità finanziarie complesse. Nel frattempo, le entrate derivanti direttamente da verifiche e contenziosi sono scese ai livelli più bassi da oltre un decennio.

Questo cambiamento sta influenzando i comportamenti. Secondo molti fiscalisti, si sta diffondendo l’idea che il rischio di essere scoperti sia più basso.

Il prezzo per il governo e per la società è molto alto. Ridurre i controlli consente di risparmiare sulla spesa pubblica nel breve periodo, ma comporta una perdita molto più grande in termini di entrate. Secondo il Budget lab dell’università di Yale, i tagli già effettuati alla forza lavoro dell’Irs ridurrebbero la spesa federale di circa 46 miliardi di dollari nel prossimo decennio, mentre le entrate fiscali calerebbero di 643 miliardi.

Trump con Sharon Simmons alla Casa Bianca il 13 aprile 2026 (Win McNamee, Getty Images)

L’amministrazione sostiene che i controlli in corso restano approfonditi e che le grandi cause fiscali contro le multinazionali continuano. Bisogna anche considerare che il fisco ha anni di tempo per intervenire, visto che eventuali irregolarità di oggi potrebbero emergere anche nel 2029 o oltre. La Casa Bianca è anche convinta che il lavoro dei funzionari dell’Irs possa essere fatto meglio, e con meno spesa, dalle nuove tecnologie. L’uso dell’intelligenza artificiale e dei software di analisi dei dati dovrebbe rendere i controlli più mirati ed efficienti, mentre il miglioramento dei servizi digitali dovrebbe rendere più facile per i contribuenti interagire con il fisco. In realtà, spiega il Wall Street Journal, anche all’interno dell’agenzia riconoscono che gli algoritmi non possono sostituire completamente il lavoro umano, soprattutto nei casi più complessi.

Queste novità si inseriscono comunque in una tendenza politica più ampia: negli Stati Uniti l’ostilità verso le tasse è tornata molto forte, e non riguarda più solo i repubblicani. Anche i democratici stanno progressivamente sposando l’idea che ampie fasce di popolazione debbano pagare poco o nulla di imposta sul reddito.

Se a destra la tradizionale avversione fiscale si traduce in tagli e nuove agevolazioni – come l’estensione delle riduzioni introdotte da Trump e misure popolari come l’abolizione delle tasse sulle mance – da sinistra arrivano proposte che puntano nella stessa direzione, anche se con logiche redistributive. Parlamentari democratici come Cory Booker e Chris Van Hollen hanno presentato disegni di legge che prevedono un forte aumento delle deduzioni e dei crediti fiscali, fino ad azzerare l’imposta per milioni di contribuenti a basso e medio reddito, compensando almeno in parte con tasse più alte sui più ricchi.

Nessuna delle due proposte ha concrete possibilità di passare, visto che i democratici non controllano nessun ramo del governo federale e sarebbero comunque divisi su come spendere le risorse. Ma mostrano uno spostamento politico interessante. Storicamente i democratici hanno sempre preferito spendere soldi e capitale politico per investire in programmi sociali e politiche industriali, mentre sempre più esponenti del partito propongono di puntare sui tagli fiscali.

Le ragioni di questa svolta sono varie. Pesa la cosiddetta “crisi dell’accessibilità”, con molti elettori che chiedono sollievo immediato dopo anni di aumento del costo della vita, e i tagli fiscali sono uno strumento semplice e politicamente efficace. E poi gli slogan contro le tasse, spiega l’Economist, funzionano bene in un clima di crescente sfiducia verso lo stato. Anche tra gli elettori di sinistra c’è la percezione diffusa che le risorse pubbliche siano sprecate o gestite male, e che i più ricchi riescano comunque a sottrarsi agli obblighi fiscali. A questo si aggiunge un fattore strutturale: la base elettorale democratica è progressivamente diventata più ricca, rendendo meno incisive le tradizionali politiche di spesa e più attrattivi i benefici fiscali.

Il risultato è una pressione crescente per ridurre le imposte a livello sia federale sia locale, con molti stati che stanno già introducendo tagli o esenzioni sempre più ampie. Una dinamica che, combinata con l’indebolimento dei controlli, rischia di aggravare ulteriormente i conti pubblici nei prossimi anni. La proposta di Booker potrebbe costare tra i cinquemila e i settemila miliardi di dollari nell’arco di un decennio, anche tenuto conto degli aumenti delle tasse sui redditi più alti. La legge “One big beautiful bill”, voluta fortemente da Trump e approvata dal congresso lo scorso anno, ha prorogato gli sgravi fiscali in scadenza e ha aggiunto ulteriori agevolazioni – tra cui la misura estremamente popolare che esclude le mance dal reddito imponibile – con un costo complessivo di diverse migliaia di miliardi nel prossimo decennio.

A proposito degli sgravi sulle mance, per come è strutturata la misura il vantaggio rischia di essere molto meno ampio del previsto. Ma questa settimana Trump ha dato fondo alla sua abilità da venditore per farla passare come una novità rivoluzionaria. Tra un insulto al papa e una nuova minaccia all’Iran, ha organizzato un bizzarro siparietto con Sharon Simmons, una donna di 58 anni dell’Arkansas che ha consegnato due sacchetti di fast food direttamente davanti allo studio ovale. “Mi è giunta voce che lei l’anno scorso avrebbe risparmiato undicimila dollari grazie alla mia abolizione delle tasse sulle mance. Le va di fare una conferenza stampa con questi giornalisti? Non sono persone carine, non sono come lei”. Nel video si vede Trump lasciarle cento dollari di mancia.

Simmons, che già lo scorso anno si era spesa per sostenere il provvedimento del presidente, ha detto a Fox News che lavora nel settore delle consegne per aiutare il marito a pagare i trattamenti per un tumore. Saru Jayaraman, avvocata e attivista per i diritti dei lavoratori, ha commentato: “Le aziende pagano salari da fame mentre i politici offrono soluzioni palliative come l’esenzione fiscale sulle mance invece di aumentare gli stipendi. Allo stesso tempo, i tagli a Medicaid e all’assistenza alimentare stanno smantellando la rete di sicurezza su cui i lavoratori fanno affidamento per sopravvivere”.

Questo testo è tratto dalla newsletter Americana.

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